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Antico Egitto: manuale di mummificazione

Mummia

Quando si parla di mummificazione, pensiamo subito ai faraoni e all’Antico Egitto: e a ragione, perché gli egizi sono stati pionieri e maestri nei procedimenti di conservazione dei defunti, considerati una vera e propria arte i cui segreti venivano tramandati principalmente per via orale. Fino a poco tempo fa eravamo a conoscenza di soli due testi sul tema: ora se ne aggiunge un terzo, un vero e proprio manuale sulla mummificazione, contenuto all’interno di un papiro medico. È il cosiddetto Papiro Louvre-Carlsberg, così chiamato per via della proprietà condivisa tra il museo francese del Louvre e la collezione di papiri della Carlsberg Foundation (Danimarca): lungo sei metri, risale al 1450 a.C. circa, ed è di ben mille anni più antico degli altri due manoscritti sulla mummificazione.

Il testo non è rivolto ai neofiti del mestiere, ma funge piuttosto da promemoria per gli addetti ai lavori: non tratta infatti le tecniche di base della mummificazione, ma descrive i dettagli di alcuni procedimenti, come la preparazione di unguenti e l’uso di diversi tipi di bende. In particolare spiega in che modo mummificare il volto del defunto, utilizzando sostanze ricavate da piante aromatiche e cotte in un liquido che il mummificatore spalmava su teli di lino rosso, che andavano poi appoggiati sul volto della futura mummia. «La descrizione di questo procedimento è uno dei dettagli più interessanti del manuale», afferma Sofie Schiødt, l’egittologa che ha revisionato il papiro.

Questa procedura, fino ad oggi sconosciuta, veniva ripetuta ogni quattro giorni, per 17 volte. La mummificazione durava in totale circa 70 giorni: i primi 35 servivano a svuotare e seccare il corpo, che nei restanti 35 giorni veniva avvolto, profumato e riposto nella bara. Negli intervalli tra un procedimento e l’altro, i mummificatori coprivano il cadavere con teli e bacchetti di incenso, che accendevano per tenere lontani insetti e scarafaggi. Un procedimento lungo e complicato, che si concludeva con la celebrazione di riti religiosi volti ad accompagnare il defunto nel suo viaggio nell’aldilà.

La Mummificazione – Pietro Testa

 

https://www.focus.it/cultura/storia/manuale-mummificazione-antico-egitto

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L’Antico Egitto – Tra misteri e scoperte

Sabato 12 Ottobre 2019 a Cavriglia (Ar)

Una giornata interamente dedicata all’Egitto:
“L’Antico Egitto: tra misteri e scoperte”
ospite lo scrittore inglese best-seller Adrian Gilbert.

Mattino: ore 9.00 Auditorium del Museo Mine a Castelnuovo dei Sabbioni incontro riservato ai ragazzi delle scuole
Programma:
– Saluti istituazionali dell’Amministrazione Comunale
– Introduzione all’Antico Egitto a cura di Leonardo Lovari
– “Piramidi, geometria e connessioni stellari” di Adrian Gilbert

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Pomeriggio: ore 18.00 Teatro Comunale di Cavriglia (Piazza Berlinguer) incontro pubblico gratuito e aperto a tutti.
Il programma:
– Saluti istituazionali dell’Amministrazione Comunale
– Presentazione Harmakis Edizioni e la Stele del Sogno a cura di Leonardo Lovari
– “Osiride, Stelle, Piramidi e resurrezione” di Adrian Gilbert

Ingresso Gratutito

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Le avventure di Belzoni, l’Indiana Jones italiano che riscoprì l’antico Egitto

Pochi sanno che il personaggio di Indiana Jones, nato dalla fantasia di George Lucas, è ispirato a un uomo realmente esistito. Per di più un italiano. Il suo nome era Giovanni Battista Belzoni, padovano, vissuto a cavallo tra Sette e Ottocento. Se la vita di Indiana Jones vi pare avventurosa è perché non avete letto le memorie di Belzoni.

Per la gioia degli appassionati è appena uscita una nuova edizione di Viaggi in Egitto ed in Nubia, edito da Harmakis (pagg. 190, euro 16). Il volume, scritto e pubblicato da Belzoni nel 1820, dopo il suo definitivo ritorno dall’Egitto, e tradotto in varie lingue, ottenne uno straordinario successo e fece di lui un uomo famoso in tutto il mondo. Perfino lo zar Alessandro I lo ricevette a San Pietroburgo facendogli dono di un prezioso anello con topazio circondato da dodici diamanti. Belzoni era un individuo fuori del comune, fin dall’aspetto. Alto più di due metri, possedeva una forza prodigiosa: era capace di sollevare dieci uomini fatti salire su un sostegno caricato sulle spalle. Bello, sicuro di sé, dotato di autocontrollo, possedeva fascino e carisma a volontà. Non appena entrava in una stanza la gente lo guardava ammirata, come soggiogata dalla sua presenza. Lo stesso viceré d’Egitto, Muhammad Ali, uomo truce e spietato, rimase impressionato dai suoi modi rispettosi ma disinvolti.

Belzoni era nato nel 1778. Da ragazzo aveva assistito il padre nella sua bottega di barbiere. A sedici anni si era trasferito a Roma per compiere studi di ingegneria idraulica: qui si era appassionato all’archeologia. Ma alla calata delle truppe napoleoniche era fuggito alla chetichella, anche per evitare di venire arruolato nell’Armée. Raggiunta l’Inghilterra nel 1803 (Paese che prese ad amare quasi al pari di quello natio), si sposò con una giovane di Bristol, Sarah Banne. Deposte le speranze di trovare impiego nel campo dell’ingegneria idraulica (in Inghilterra gli studi in quel settore erano a uno stadio molto più avanzato), pensò di sfruttare le sue doti fisiche iniziando a esibirsi nei teatri popolari come «Sansone della Patagonia» prima, e come mago e prestigiatore poi, tra mani mozzate e donne segate in due. Divenne famoso anche per gli spettacoli acquatici, con tanto di battaglie navali simulate. Un periodo per il quale in seguito provò vergogna e che cercò in ogni modo di dimenticare (quando qualcuno glielo ricordava andava su tutte le furie).

Ma la sua vita andò incontro a una svolta durante il suo primo viaggio in Egitto (all’epoca una provincia dell’impero ottomano), dopo un breve soggiorno a Malta. Una volta giunto nella terra dei faraoni, ad Alessandria, con la moglie e il fedele servitore irlandese al seguito, dopo un periodo di quarantena dovuta alla peste che flagellava la città, entrò in contatto con gli ambienti legati ai servizi segreti britannici, che pensarono di servirsi di lui sia come informatore sia per il recupero di preziosi reperti archeologici situati in zone ad alto rischio. In quegli anni, anche grazie alla spettacolare spedizione napoleonica nella terra delle piramidi, con artisti e studiosi al seguito, divampava una febbre per tutto ciò che era egizio: gli obelischi sottratti al deserto andavano ad adornare le piazze parigine e londinesi, e mummie, sarcofaghi e statue cominciavano a riempire le sale dei principali musei europei.

In realtà Belzoni era venuto in Egitto per realizzare un’innovativa macchina idraulica per l’irrigazione dei campi da vendere al viceré, nella speranza di produrne in serie e arricchirsi. Ma alcuni funzionari di corte erano riusciti a far naufragare i suoi progetti sabotando il prototipo, che si era inceppato proprio sotto gli occhi implacabili di Muhammad Ali Pascià.

Rimasto senza un soldo Belzoni aveva accettato di lavorare per il console generale britannico, sir Henry Salt. A quel tempo era in corso una gara tra francesi e inglesi per il possesso dei più preziosi reperti sparsi nei vari siti archeologici dell’immenso Paese. Ben presto tra Belzoni, al servizio dei britannici, e Bernardino Drovetti, console generale di Francia con solide relazioni a corte, la rivalità raggiunse il culmine, e i due non si risparmiarono i colpi bassi, venendo perfino alle mani (inutile dire chi ebbe la peggio). Belzoni era tra i pochi che osavano avventurarsi lungo il Nilo fino all’Alto Egitto e perfino in Nubia, terra all’epoca selvaggia e pericolosissima, abitata da tribù bellicose, sempre in guerra tra loro; l’unico ad avere il fegato per calarsi in grotte buie e mefitiche, e ad avventurarsi lungo cunicoli bui e cosparsi di ossa e teschi umani. Durante queste spedizioni, a rischio della vita (in parecchie circostanze, armato delle sue inseparabili pistole, aveva dovuto dar prova di forza e sangue freddo, difendendosi dalla rapacità delle popolazioni locali e dei predoni del deserto), riuscì a riportare alla luce nell’arco di cinque anni (dal 1815 al 1819) reperti di immenso valore, poi trasportati in Inghilterra e venduti al migliore offerente, per lo più al British museum, dove ancora li possiamo ammirare. Gli scontri con Drovetti (parte della cui collezione fu ceduta nel 1824 al re di Sardegna, per poi trovare una degna collocazione nel Museo egizio di Torino) divennero sempre più frequenti e violenti, fino a sfociare in un processo a seguito del quale Belzoni fu costretto a lasciare l’Egitto per sempre (potendo contare il rivale sull’appoggio del viceré). L’inimicizia tra i due era divenuta leggendaria. Drovetti, esploratore e collezionista d’arte, uomo colto e dotato di grande fascino, aveva origini piemontesi, ma era legato a doppio filo a Napoleone; perciò dopo la definitiva caduta del corso venne richiamato in patria ma, rifiutatosi di obbedire, finì per mettersi al servizio del viceré d’Egitto: tornato in Piemonte molti anni dopo, morirà all’età di 76 anni a Torino (secondo alcuni in un manicomio).

Quanto a Belzoni, divenuto esperto di egittologia, nel corso delle sue spedizioni lungo il Nilo si rese protagonista di ritrovamenti e scoperte straordinarie. Dopo essere riuscito nell’impresa di trasportare da Luxor (l’antica Tebe) a Londra il colossale busto di Ramses II (che all’epoca si riteneva raffigurasse il mitologico re etiope Memnone, discendente del re troiano Priamo), per primo, nel 1817, riuscì a penetrare nel tempio rupestre di Abu Simbel, fatto erigere nel XIII secolo a. C. dal faraone Ramses II e all’epoca di Belzoni ritenuto inaccessibile. Il monumentale tempio, situato nell’attuale governatorato di Assuan, sulla riva del lago Nasser, era stato scoperto quattro anni prima dall’esploratore e orientalista svizzero Johann Ludwig Burckhardt, che divenuto amico dell’italiano lo aveva incoraggiato e appoggiato in molte delle sue imprese.

Dopo avere portato alla luce preziosissime statue a Karnak e nella Valle dei re (tra cui un’imponente statua di Amenofi III e il sarcofago di Ramses III, venduto a re Luigi XVIII e oggi esposto al Louvre), Belzoni riuscì dove molti avevano fallito, battendo sul tempo Drovetti che voleva impiegare dell’esplosivo per aprirsi un varco: fu lui infatti a individuare l’accesso alla piramide di Chefren, a Giza, all’interno della quale, come era solito fare, appose la sua vistosa firma (anche se ben presto fu chiaro che la piramide era stata violata seicento anni prima dagli arabi). Ma la sua scoperta di maggiore rilievo fu senz’altro il ritrovamento, nella Valle dei re, della meravigliosa tomba del faraone Seti I (padre di Ramses II), interamente decorata con pitture e bassorilievi in un tripudio di colori, e ancora oggi contrassegnata come tomba Belzoni.

Sembra incredibile ma tutto questo non bastò a fare di lui un uomo ricco. Avendo dovuto spesso sostenere personalmente le spese delle sue spedizioni (e forse non essendo tagliato per gli affari), dalla vendita dei numerosi reperti da lui condotti in Europa e dal successo del suo libro Belzoni ricavò appena di che estinguere i debiti accumulati negli anni. Deluso e scontento, anche perché snobbato dal mondo accademico che lo giudicava niente più che un dilettante e un avventuriero, nel 1823, dopo avere soggiornato a Padova (che lo accolse come un eroe), decise di imbarcarsi in una impresa folle ma che, a suo giudizio, lo avrebbe consegnato alla leggenda: sarebbe partito alla volta della leggendaria Timbuctù, la città dai tetti d’oro, nel Mali, e alla ricerca delle sorgenti del fiume Niger, nonostante la contrarietà della moglie (dal Benin e dal Mali, si diceva, nessun esploratore era mai tornato). E difatti il fato era in agguato: poco dopo essere sbarcato in Africa, nel golfo di Benin, e avere raggiunto il porto fluviale di Gwato, Belzoni fu assalito da una febbre violenta e, dopo avere tentato di curarsi con oppio e olio di ricino, morì di dissenteria. Non prima di avere sorbito una tazza di tè e avere scritto la sua ultima lettera indirizzata alla moglie (che per la prima volta aveva rifiutato di portare con sé nonostante le insistenze della donna). Era il 3 dicembre 1823. Fu sepolto ai piedi di un grosso albero, in una fossa profonda tre metri, sotto una lapide di pietra. Oggi della lapide non vi è traccia. E nemmeno l’albero si sa più quale sia.

http://www.ilgiornale.it/news/avventure-belzoni-lindiana-jones-italiano-che-riscopr-1741048.html

 

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La Guerra nell’Antico Egitto

Gli antichi Egiziani, grazie alla posizione geografica della loro terra, non erano un popolo guerriero, come lo furono altri dell’area medio – orientale. Nei primi periodi della loro civiltà ebbero milizie interne con compiti difensivi e offensivi riguardanti piccole rivalità tra distretti del paese: le uniche azioni guerresche erano dirette verso la Libia e la Nubia, principalmente per razziare e deportare schiavi per la mano d’opera.

Fu dopo la cacciata degli Hyksos che l’Egitto compose un nuovo quadro delle forze militari sotto il profilo logistico e di armamenti. L’esperienza della guerra contro il governo asiatico fu la molla che fece scattare l’epopea imperiale ed espansionistica rivolta principalmente verso la zona dell’Asia Minore, giungendo fino all’Eufrate e all’area meridionale dell’attuale Turchia.

In questo libro si sono voluti analizzare e descrivere i vari aspetti dell’arte militare degli antichi Egiziani, toccando anche il modo di pensare dei sovrani e dei soldati nei riguardi delle azioni guerresche e strategiche, a parte la connessione tra economia e guerra. Ci si troverà di fronte a degli usi che, se da un lato ci possono lasciare inquieti,
dall’altro sono manifestazioni dei modi di combattere di quei tempi.

A quell’epoca il coraggio del combattente era dimostrato nello scontro ravvicinato in cui entravano in ballo la determinazione e armi micidiali che in genere producevano ferite e morti atroci. La morte a distanza era poi inviata con armi da lancio, come frecce, lance, giavellotti e fionde, mentre la morte per calpestamento era provocata
dall’impatto tremendo con i carri da guerra trainati dalle pariglie di cavalli lanciati al galoppo sfrenato.

La guerra fu, è e sarà sempre un’azione tragica che spezza generazioni e getta nel disordine e nell’indigenza le nazioni: la Storia ha il compito di insegnare … ma l’uomo è un allievo dalla memoria labile!

Pietro Testa

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DEI e SEMIDEI dell’ANTICO EGITTO

Testa Dei E Semidei bassa

L’antico Egitto ha lasciato segni tangibili e incisivi della sua ‘religione’ attraverso i monumenti e gli scritti. I templi abbondano d’immagini a bassorilievo e a tutto tondo, dipinte con vivaci colori, complete di didascalie e iscrizioni. Le tombe regali e nobiliari non sono da meno e sono queste che ci hanno tramandato figure e testi di grande finezza artigianale. Gli scritti funerari e magici sono degli esempi unici di miniaturistica grafica delle entità divine e di descrizioni dell’aldilà.

Non si può negare l’esorbitante numero di divinità che si presenta agli occhi dello spettatore che ancora oggi può restare disorientato. Questa folla di entità non è però frutto di fantasia sfrenata o ottusa, ma risultato di un ragionamento logico che ha le sue basi nella preistoria. Attraverso il cammino intellettuale della civiltà egiziana, il ricordo è divenuto mito e ha acquistato una sua completa organizzazione nella sistemazione e ordinamento delle manifestazioni del dio creatore.

Qui entriamo in un dominio delicato che ha qualche punto in comune con il nostro modo di pensare, ma che pure è da esso differente: il pensiero speculativo.

Nell’antico Egitto, e in genere nei popoli dell’antico Medio Oriente, la speculazione trovava illimitate possibilità di sviluppo, non essendo ristretta alla ricerca di una verità di carattere scientifico, e quindi disciplinato. Non esisteva una netta distinzione tra natura ed essere umano. I cosiddetti popoli primitivi e gli antichi consideravano l’essere umano come un tassello facente parte del regno della natura: due mondi non contrapposti e che non richiedevano distinti modi di conoscenza. Se per noi il mondo fenomenico è innanzitutto un ‘che cosa?’, per l’antico è un ‘Tu’.

Avviene che ogni esperienza di un ‘Tu’ diventa individuale, e tali esperienze sono delle azioni che si configurano in narrazione: questa diventa un “mito” in luogo di analisi e conclusioni. Il mito non serviva a divertire né a spiegare determinati fenomeni, bensì a esporre certi avvenimenti in cui era impegnata l’esistenza stessa dell’uomo, la sua esperienza diretta di un conflitto di forze ostili e benefiche.

Le immagini del mito non sono metafora ma un velo accuratamente scelto per rivestire un pensiero astratto. Le immagini non sono separate dal pensiero, poiché rappresentano la forma in cui l’esperienza è diventata autocosciente. Gli antichi, dunque, esprimevano il loro pensiero emotivo in termini di causa ed effetto, spiegando i fenomeni in un ambito temporale, spaziale e numerico. Gli antichi, si badi bene, sapevano ragionare logicamente, altrimenti non avremmo le grandi civiltà che conosciamo: semplicemente spesso un’attitudine puramente intellettuale male si adattava alle esperienze della realtà, senz’altro più significative.

Per l’uomo antico il contrasto tra realtà e apparenza non aveva significato. È il caso dei sogni, tenuti in grande considerazione, e di entità ibride e non, ispirate al dubbio dell’ignoto fisico. Lo stesso avveniva per una mancata distinzione tra mondo dei vivi e dei defunti, poiché i morti entravano nella realtà umana dell’angoscia, della speranza e del risentimento.

Di dizionari sulle divinità dell’antico Egitto ve ne sono parecchi (la maggior parte in lingua straniera) dai più dettagliati ai generici. Il mio intento vorrebbe essere quello di dare al lettore un quadro mediamente dettagliato delle divinità importanti, secondarie, dei semidei e dei ‘demoni’ che popolavano la quarta dimensione dell’antico Egitto: il tutto nella nostra lingua italiana, ancora (semi) sconosciuta nel campo dell’egittologia.

Tratto da: DEI e SEMIDEI dell’ANTICO EGITTO di Pietro Testa – Harmakis Edizioni

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Antichi Testi Geroglifici Egizi testi tradotti in inglese per la prima volta

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Testi geroglifici dell’antico Egitto sono stati pubblicati in inglese per la prima volta in un libro da un accademico di Cambridge che ha tradotto testi antichi trovati sui papirio incisi. Il libro è stato pubblicato dalla casa editrice Penguin Classics, che l’ha descritta come una “pubblicazione innovativa.”

Parlando al The Guardian, Toby Wilkinson, l’accademico che ha scritto il libro, ha detto che ha iniziato a lavorare sugli antichi testi egizi perché “c’era una dimensione mancante nel mondo Egizio.”

Perché geroglifici dipendono da immagini e simboli, e pochissimi esperti e specialisti sono stati in grado di leggerli, questa scrittura è rimastala inaccessibile per quasi 3500 e in gran parte trascurata.

“Quello che vi sorprenderà sono le intuizioni dietro la facciata ben nota dell’Egitto,  l’immagine che ognuno ha dei faraoni, la maschera di Tutankhamon e le piramidi”, Wilkinson ha detto al Guardian, che gli antichi scritti sono stati a lungo considerati come “una mera decorazione” o “artefatti” piuttosto che testi.

Il compito è stato impegnativo per l’autore, che ha sottolineato che la ricca lingua Egiziana non è facile da esprimere in Inglese.

“Prendiamo, ad esempio, le parole ‘aa’ e ‘wer’, convenzionalmente tradotte come ‘grande’. Gli egiziani sembrano aver capito una distinzione, quindi un dio è spesso descritto con ‘aa’, ma raramente come ‘wer’, ma è al di là della nostra portata “, ha spiegato Wilkinson.

Il libro raccoglie testi  letterari, come “Il racconto del naufrago” che racconta la storia di un’isola magica, le lettere che risalgono al 1930 a.C. e le iscrizioni ufficiali che registrano una “tempesta catastrofica”.

“Ero qui con i miei fratelli ei miei figli … abbiamo totalizzato 75 serpenti … Poi una stella cadde e furono consumati dalle fiamme … Se invece sei coraggioso e il tuo cuore è forte, abbraccerai i tuoi figli, bacerai tua moglie e veedrai la tua casa”, il racconto recita.

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Il Ministero delle Antichità lancia la prima mostra permanente delle repliche

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Per superare il calo dei ricavi del turismo, il Ministero delle Antichità ha lanciato la sua prima mostra delle repliche di alta qualità. L’apertura della mostra al Museo Egizio di Tahrir Square, il 14 luglio ha visto presenti molti ambasciatori e consiglieri culturali di un certo numero paesi africani, asiatici e europei. Uno dei punti forti di questa mostra è una rara collezione di papiri del re Cheope che è stata scoperta due anni fa, ma è stato solo ora presentata al pubblico.

“L’obiettivo di questo progetto è quello di creare risorse finanziarie alternative per sostituire ril calo di ricavi del settore del turismo, che sono scesi a meno di 250 milioni ai 1,25 mliardi di EGP prima della rivoluzione del 25 gennaio”, ha detto il supervisore per l’amministrazione e la pubblicazione scientifica presso il Ministero delle Antichità Hussein Abdel Baseer.

Secondo gli ultimi rdati dell’Agenzia centrale per la Pubblica Mobilitazione e Statistica (CAPMAS), il numero di turisti è diminuito da 834,600 turisti nel marzo 2015  a 440.700 del marzo 2016.

“Questo passo sarà anche quello di contribuire ad aumentare la consapevolezza della gente dell’ archeologia Egiziana e le antichità uniche che sono esposte nei nostri musei. Avevamo aperto un negozio di souvenir con alcune repliche dei monumenti originali, ma ha chiuso dopo l’attacco al Museo Egizio il 28 gennaio 2011 “, ha aggiunto.

Il centro di rinascita dell’arte Egiziana e l’unità di produzione delle repliche hanno lavorato per la fornitura di un gran numero di repliche di alta qualità per molti anni, come ad esempio la copia dell’antica collezione trovata nella tomba di Tutankhamon. Il ministero ha pubblicato anche un gran numero di pubblicazioni archeologiche dal 2011 che saranno vendute a prezzi ragionevoli in fiera.

“A differenza di altri ministeri, il Ministero delle Antichità si basa sull’ auto-finanziamento. Questo include i profitti dalla vendita dei biglietti e libri nei musei e caffè dei siti archeologici. Sotto la supervisione del ministro, Khaled El-Anany, stiamo cercando di elaborare idee innovative, al fine di finanziare le nostre diverse istituzioni “, ha detto Abdel Baseer.

Il primo giorno della mostra è stato un incredibile successo. “La mostra è già riuscita ad attirare un gran numero di persone perché vende i pezzi a a prezzi competitivi, ragionevoli rispetto ai negozi privati ​​che si trovano in Khan el-Khalili,” ha detto.

Dal 14 luglio al 29 agosto la mostra permanente offrirà un ulteriore sconto del 20% su tutte le repliche.

Questo non è solo il progetto del Ministero per l’aumento dei ricavi del turismo in Egitto. “Abbiamo intenzione di tenere più esposizioni internazionali per mettere in mostra le antichità originali in Giappone e in Inghilterra. Abbiamo anche altri piani per rinnovare i bar e ristoranti della zona piramidi e aprire nuovi negozi e cinema nel museo della civiltà “, ha detto.

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Una foto, presa dal porta posteriore del museo, mostra una serie di repliche d’oro sul retro di un camion, che ha sollevato ondate di rabbia e malcontento tra gli utenti dei social media che hanno accusato il ministero di “maltrattare i pezzi originali”. Per chiarire l’equivoco, la pagina ufficiale di Facebook del ministero ha postato la foto con una dichiarazione spiegando che ciò che è stato visto erano le repliche.

In questo post, il capo della Sezione Musei presso il Ministero delle Antichità, Elham Salah, ha descritto l’incidente come “meraviglioso”, perché mostra l’efficace lavoro svolto da entrambe le unità di replica. Ha detto che questo dimostra che i moderni artisti Egiziani hanno ereditato le capacità artistiche dei loro antenati.

Esporre i papiri di Re Cheope sarebbe una grande aggiunta al Museo Egizio. Essi sono stati scoperti nella zona di Al-Garf nel 2013 da una missione Egiziana che aveva lavorato lì dal 2011.

“Questi papiri sono una grande scoperta, come documentano gli incidenti di vita quotidiana dei lavoratori che stavano costruendo la grande piramide. Questo prova anche che gli Egiziani sono i gli originali creatori delle piramidi, a differenza delle affermazioni di alcuni storici “, ha spiegato Abdel Baseer.

Più di 20.000 lavoratori hanno partecipato nella costruzione di questa piramide. Questa scoperta dimostra che le piramidi Egiziane non sono solo un miracolo architettonico, ma anche un grande impresa amministrativa. Questi rari pezzi saranno utilizzati per la promozione del turismo e attrarre più archeologi in Egitto.

Un altro obiettivo principale del ministero è quello di promuovere il turismo domestico, sollecitando gli Egiziani a visitare i musei. “Non abbiamo bisogno di dipendere esclusivamente dai turisti stranieri. Catturare l’attenzione dei turisti Egiziani e Arabi contribuirà anche a rilanciare il settore del turismo per un po ‘ “, ha concluso.

Rana Khaled

Fonte: Daily News Egypt

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IL POPOLO DELLE STELLE

Nabta Playa

In passato la Valle del Nilo non era il luogo mite e fertile di ora, ma una palude inospitale, infestata dai rettili e afflitta da malattie. Attorno al 12000 a.C. quando l’ultima era glaciale volgeva la termine, inondazioni catastrofiche si riversarono nel Nilo dai laghi dell’Africa Centrale ingrossati dagli implacabili monsoni, che spazzarono via tutto al loro passaggio rendendo invivibile la Valle del Nilo. Ma gradualmente il clima si riscaldò e stabilizzò. Lentamente le paludi si ritirarono e le umide mangrovie lasciarono il posto a una meravigliosa vallata verde ai confini del deserto. A giugno alluvioni più moderate irrigarono la terra adiacente con abbondanti fertilizzanti trasformando la valle in una
colossale fattoria. A settembre le acque si ritirarono, e grazie al calore e al sole splendente, benedizioni dell’Egitto, la valle divenne un trionfo di piante, frutti e cereali. Dal 5000 a.C. questo processo annuo trasformò l’Egitto in uno Shangri-la, “luogo perfetto” perché la prima civilizzazione del mondo vi si stabilisse e prosperasse.

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La parte occidentale del Nilo era il vasto deserto del Sahara dove, da tempo immemorabile, i popoli preistorici vivevano in comunità rurali organizzate. Alti, magri e dalla pelle scura, furono loro i primi ad addomesticare il bestiame, coltivare i cereali, creare metodi per calcolare il tempo, studiare il cielo, creare un calendario, usare le stelle e il sole per rilevare il tempo e navigare, e i primi a seppellire i propri morti in tombe cerimoniali. Il bestiame era il bene più prezioso, una sorta di “dispensa ambulante” usata come mezzo di trasporto. Per questo gli antropologi hanno denominato questa misteriosa popolazione del deserto “popolo del bestiame”.

Ogni anno a giugno, le piogge monsoniche che irrigavano il Sahara riempiendo le depressioni e formando laghi provvisori in tutto il territorio arido. Uno dei laghi provvisori – oggi noto come Nabta Playa – si trovava a 100 Km a ovest del Nilo e dell’attuale Abu Simbel. Il popolo del bestiame arrivò lì nel tardo giugno, si accampò e vi rimase fino all’autunno quando il lago si prosciugò. Per molti millenni arrivò a Nabta ogni estate, usando il sole e le stelle per orientarsi. Attorno al 5000 a.C., si stabilì in modo permanente a Nabta scavando dei pozzi e procurandosi l’acqua che doveva servire da sostentamento nella stagione asciutta. Con tanto tempo a disposizione e senza più il bisogno di spostarsi da un luogo all’altro in cerca di acqua, il popolo del bestiame trasformò lentamente la propria conoscenza nella navigazione con le stelle in “religione del cielo” con complessi rituali e cerimoniali. Sapeva bene che i monsoni arrivavano durante il solstizio d’estate, e nello stesso tempo, aveva notato il primo sorgere della costellazione di Orione e della stella Sirio.

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Quel popolo osservava anche le stelle circumpolari aNord, soprattutto l’Orsa Maggiore, imparando ad usarle per prevederela durata della notte e delle stagioni. Dal 6500 a.C. si sviluppò un immenso complesso cerimoniale a Nabta Playa, una sorta di “Stonehenge” del deserto, per osservare il sorgere del sole e delle stelle. Attorno al 500 a.C., però, per un drammatico cambiamento del clima, i monsoni non raggiunsero più il Sahara, i laghi provvisori scomparvero e i pozzi finirono per prosciugarsi. Dal 3400 a.C., Nabta Playa fu abbandonata per sempre e il popolo delle stelle, assieme al bestiame e al bagaglio di conoscenze, migrò ad est verso la Valle del Nilo. Da allora, il ricordo di quel popolo scomparve negli abissi della preistoria.

Robert Bauval – Tratto da: Le Idee del Nuovo Orizzonte – Harmakis Edizioni

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Cristiani d’Egitto, deboli fiammelle mai spente

 

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Non passa giorno senza una conferma, se mai ce ne fosse bisogno: l’avanzare, piuttosto il dilagare in Medio Oriente delle milizie del Daesh, il sedicente Stato Islamico o Isis, a neppure due anni dalla sua nascita (29 giugno 2014) è inversamente proporzionale alla presenza dei cristiani, costretti a emigrare, come molti altri. Questione di sopravvivenza.

Per restare ai cristiani, le cifre parlano da sole: nell’arco di un secolo (1910-2010) in tutta l’area il loro numero è passato dal 14% al 4% della popolazione. Tant’è che la loro scomparsa era annunciata ancora vent’anni fa in un libro «Vie et mort des chrétiens d’Orient» a firma di Jean-Pierre Valognes. E ogni giorno di più i cristiani d’Oriente, per usare un’espressione di Jean François Colosimo, sarebbero degli «uomini di troppo», vittime di una vera maledizione, e lo stesso futuro del cristianesimo nella regione quanto mai incerto. E il New York Times lo scorso mese di luglio s’interrogava: «Sta per finire il cristianesimo in Medio Oriente?».

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Eppure le situazioni sono alquanto diversificate: se l’Iraq è stato abbandonato da quasi due terzi degli abitanti cristiani, e la Siria sta seguendo lo stesso destino (forse anche peggiore), in Libano l’equilibrio della coesistenza multireligiosa, solo ieri emblematico, oggi appare sempre più fragile, ma esiste un Paese, l’unico, dove i cristiani, in questo caso copti, sembrano (apparentemente) più tranquilli, e questo è l’Egitto.

Ad affermarlo, non senza molti prudenti distinguo, è un religioso francese dell’Ordine dei Predicatori, Jean-Jacques Pérennès attualmente direttore dell’École biblique et archéologique di Gerusalemme, in un contributo al dossier intitolato «Frontiere» del numero in uscita oggi della rivista Vita e Pensiero (altre firme Julia Kristeva «Come si può essere jihadisti?», Philip Jenkins, Monica Maggioni).

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Padre Pèrennès – in servizio prima in Algeria e a Roma, poi direttore per una quindicina d’anni dell’Istituto domenicano di Studi orientali fondato a Il Cairo – affronta in particolare la situazione, che giudica relativamente positiva, dei cristiani d’Egitto («fiaccole nella tormenta») tentando di analizzarne i motivi. «È una circostanza che può durare? La loro situazione particolare è auspicio di un futuro diverso per i cristiani d’Oriente?».

Per rispondere invita a tornare brevemente alle origini dei copti egiziani, la cui presenza è testimoniata fin dal I secolo (il termine stesso «copto» nella lingua antica sta per «egizio»): una «roccia cristiana in Medio Oriente» che risale all’evangelizzazione dell’apostolo Marco. Una Chiesa, quindi, «apostolica» che affonda le sue radici in un ambiente – oggi diremmo pluriculturale – come quello di Alessandria, il centro intellettuale più vivace dell’ellenismo noto, tra l’altro, per la famosa traduzione in lingua greca della Scrittura, detta dei «Settanta», due secoli e mezzo prima di Cristo.

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Ma il cristianesimo copto è stato anche la culla del monachesimo antico grazie a figure come i santi Antonio abate (251-356) e Pacomio (292-346) fondatori rispettivamente della vita eremitica e cenobitica. Solo più tardi con il Concilio di Calcedonia, la Chiesa copta ha seguito un cammino più locale, con un proprio capo, il patriarca di Alessandria (il papa copto) che l’ha resa una sorta di Chiesa nazionale contribuendo a una certa chiusura, rotta, anche se solo in parte, dal rientro nell’alveo della Chiesa cattolica con l’istituzione, nel 1824, del patriarcato copto cattolico di Alessandria.

A quanto ammonti oggi la loro presenza è spesso oggetto di controversie: si parla di 7 milioni e mezzo, ma gli interessati con una certa fierezza dichiarano il doppio. Di certo si tratta della comunità cristiana più numerosa nel Medio Oriente. Ciononostante i copti sono minoranza religiosa in Egitto almeno dal X secolo. Costantemente a rischio di invisibilità, vuoi per il numero, vuoi per la posizione stessa dei monasteri, in luoghi appartati lontani dalla vita della popolazione.

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Una situazione defilata che non li ha esentati lungo la storia da periodi di autentica persecuzione, un termine che non avrebbe nessuna giustificazione oggi, quando, secondo padre Pérennès, sarebbe più appropriato parlare piuttosto di «discriminazione», perlopiù implicita (difficoltà ad accedere a cariche di alto rango nell’ambiente pubblico, marginalizzazione sociale, esclusione da alcune sfere della vita pubblica come lo sport o i mass media).

La «primavera araba» del 2011, esplosa in Egitto contro il regime del presidente Mubarak, ha visto scendere in piazza Tahir copti e musulmani, fianco a fianco senza distinzioni, talvolta anche sfidando le indicazioni contrarie dell’allora patriarca Shenouda III. Tuttavia le speranze di un protagonismo cristiano, o perlomeno una cittadinanza riacquistata, sono ben presto sfumate con l’uscita di scena del presidente Morsi. La reazione della popolazione islamica contro i cristiani, ormai a rischio ghettizzazione, parla di chiese, abitazioni e attività commerciali date alle fiamme, interi villaggio presi d’assedio.

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Quali prospettive per l’avvenire? In una situazione geopolitica tutt’altro che definita, bisogna riconoscere che il regime attuale del maresciallo Abdel Fattah al-Sisi (presente alla Messa di Natale ortodosso il 4 gennaio dello scorso anno) ha preso coraggiosamente le difese dei copti, ricostruendo case e chiese incendiate, sulla scia dell’ondata di indignazione levatasi dalla maggioranza musulmana a seguito della tragica vicenda dei 21 copti barbaramente sgozzati in Libia dai militanti del Daesh nel febbraio 2015.

«Le prove attraversate dal Paese hanno in ogni caso contribuito ad avvicinare i cittadini egiziani cristiani e musulmani» conclude padre Pérennès. E se «è troppo presto per sapere dove tutto questo condurrà», il religioso indica (sebbene la sigla Isis sia fatta risalire da qualcuno a un’espressione che recita «Colui che semina discordia») la necessità di riannodare i fili di un dialogo politico per ricomporre gli equilibri mediorientali. In attesa di quello religioso.

Maria Teresa Pontara Pederiva

Fonte: La Stampa

 

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