Posted on Lascia un commento

L’Arca dell’Alleanza. Realtà o leggenda?

Weltchronik_Fulda_Aa88_266v_detail-free-150L’arca dell’Alleanza. È forse l’oggetto più enigmatico di tutto il Vecchio Testamento. Una reliquia futuristica. Mal si adatta a un popolo di umili pastori perduti nel deserto del Sinai tra montagne tuonanti e tende polverose. Fu uno scrigno voluto dall’imperioso Jahve per meglio controllare il popolo eletto in quel viaggio interminabile verso la terra promessa. Un’odissea assurda, che durò 40 anni di stenti pur dovendo percorrere una distanza irrisoria. Un viaggio fra tempo e spazio, tra la storia e il mito. Come se Jahve avesse incatenato gli Israeliti al deserto per addestrarli all’ubbidienza assoluta. E l’Arca fungeva da tramite divino.

Fu costruita con legno di acacia e oro puro, sulla base di misure ben precise che, tradotte in centimetri (in origine erano cubiti), dovevano corrispondere più o meno a 1,30 m di lunghezza, 80 centimetri di larghezza e altri 80 centimetri di altezza. Era rivestita internamente ed esternamente di uno strato di oro puro. Sulle pareti esterne furono fissati quattro grossi anelli d’oro massiccio in cui introdurre delle stanghe per il trasporto dell’Arca a spalla. Due cherubini d’oro ornamentali furono fissati alle estremità del coperchio dello scrigno, l’uno di fronte all’altro, ad ali spiegate.

E tutto questo nel bel mezzo del deserto? Senza l’attrezzatura necessaria? E i materiali? L’oro? L’acacia? Ovviamente no. Lo scrigno era un reliquiario trafugato dall’Egitto. Quando si parla della fuga degli Israeliti guidati da Mosè, si dice infatti che questi avevano rubato “i contenitori sacri degli Egizi”, e lo scrigno poteva benissimo essere uno di essi. Tanto più che sempre durante la permanenza nel deserto del Sinai si verifica anche l’episodio dell’adorazione del vitello d’oro, atto che manda Mosè su tutte le furie. E questa statua di divinità altro non poteva essere che un’effigie del dio egizio Apis oppure della vacca cosmica Hathor. Altra reliquia trafugata da qualche tempio egizio.

Il furto dell'Arca dell'Alleanza. Prima metà del XVI secolo. Scuola umbra. Dominio pubblico.

Il furto dell’Arca dell’Alleanza. Prima metà del XVI secolo. Scuola umbra. Dominio pubblico.

In ogni caso l’Arca sembra essere stata destinata a uno scopo ben preciso. Era una sorta di reliquiario, doveva custodire tre oggetti sacri importantissimi: le Tavole della Testimonianza, il vaso della manna e il leggendario bastone di Aronne. Inoltre il coperchio della cassa fungeva anche da altare, perché Jahve vi sarebbe apparso ogni qualvolta avesse voluto comunicare con il suo popolo eletto. L’Arca fu collocata nella cosiddetta tenda del Convegno, una capanna di pastori nomadi cui potevano accedere soltanto Mosè e suo fratello Aronne, i due sacerdoti della comunità.

Ogni qualvolta Jahve fosse sceso dal cielo fin sull’Arca, una densa nuvola avrebbe avvolto la tenda del Convegno, nascondendola agli sguardi indiscreti. Per un motivo ben preciso: a nessuno era concesso di vedere il volto di Jahve, il Nascosto, colui che disse al suo patriarca: “Non puoi vedere il mio volto. Nessuno può rimanere in vita dopo aver visto il mio volto.”(Mosè 2, 33- 20)

Tutto si fermava in religioso silenzio. Bisognava attendere. Il dileguarsi della nuvola era il segnale dell’ascensione al cielo di Jahve. A quel punto gli Israeliti potevano smantellare l’accampamento e rimettersi in moto. Già questa funzione di altare è abbastanza obsoleta di per sé, però si potrebbe spiegare con il desiderio di creare intorno all’oggetto un’aura di profonda sacralità. Mentre la terza funzione dell’Arca pone agli esegeti grandi problemi.

Perché lo scrigno non era solo reliquiario e altare ma anche un’arma temibile da combattimento. Non per nulla fu portata a spalla sul campo di battaglia. E in questa sua funzione lo scrigno non causò soltanto la morte dei nemici, ma anche quella degli Israeliti. Il palladio cominciò a mietere vittime nel popolo eletto. I primi a farne le spese furono Abihu e Nadab, figli di Aronne. I due giovani ebbero l’infelice idea di ignorare il divieto di accesso alla tenda del Convegno e di penetrarvi all’insaputa del padre. Immediatamente l’Arca sprigionò una fiamma di morte che li avvolse e li consumò.

Ancor più incomprensibile risulta la brutta fine che fece il buon israelita Usai. Questi, nel tentativo di salvare l’Arca da una caduta dal carro mentre lo scrigno veniva trasportato da un luogo all’altro, l’afferrò con le mani e morì sul colpo annientato dal fuoco divoratore. Si ha davvero l’impressione che qualcosa nella fabbricazione dello scrigno sia sfuggita di mano ai bravi devoti di Jahve e che i poveretti abbiano costruito un ordigno mortale senza nemmeno accorgersene. Come mai? Una perversa vena di sadismo da parte dell’Altissimo?

Gli Israeliti trasportano l'Arca dell'Alleanza sul campo di battaglia a Gerico. Dominio pubblico.

Gli Israeliti trasportano l’Arca dell’Alleanza sul campo di battaglia a Gerico. Dominio pubblico.

Ovviamente le vittime predestinate erano i Filistei. Questi riuscirono a sottrarre lo scrigno e a trasportarlo nella città di Asdod. Ma se pensavano di aver fatto un affare, ben presto dovettero ricredersi: un’epidemia misteriosa si abbatté sulla città. Affetti da una sorta di contaminazione che li riempiva di orribili bubboni, gli abitanti di Asdod cominciarono a perire come mosche. I Filistei si videro costretti a rispedire l’Arca al nemico. La caricarono su di un carro trainato dai buoi e la abbandonarono in aperta campagna. Il popolo eletto corse a recuperare lo scrigno. Una folla intera si precipitò ad accogliere l’Arca. Ma ancora una volta lo scrigno sprigionò la fiamma letale, uccidendo più di 50.000 persone (Samuele 6, 18-19) .

Insomma, l’Arca dell’Alleanza è il cruccio degli esegeti e l’incubo di ogni storico. Naturalmente per queste sue proprietà eccezionali viene confinata nel regno del mito. Però non dobbiamo trascurare il possibile nucleo di verità che sempre cova nel cuore della leggenda. Forse gli Israeliti vennero in possesso di un oggetto simile anche se questo, probabilmente, era un semplice reliquiario. Però i misteri non finiscono qui. Nel Pentateuco l’Arca dell’Alleanza sparisce d’improvviso. Non se ne parla più. Riappare più tardi, nei libri di Samuele. Gli autori scrivono che, ai tempi di re David, la reliquia fu portata nella località Kirjath- Jearim, a casa del pio israelita Abinadab.

Molto più tardi re Salomone, il figlio di David, costruì un tempio di pietra per custodire l’Arca, il primo tempio di pietra di Gerusalemme. Lo fece perché lo scrigno “voleva stare nel buio”, dicono gli autori del Vecchio Testamento. Una volta edificato il tempio e nel corso di una grande cerimonia, l’Arca fu deposta nel santissimo. Dopodiché gli scrittori della Bibbia non ne fanno più parola. È probabile che lo scrigno sia rimasto per un certo periodo nel buio del tempio gerosolimitano. Fino all’anno 650 a.C., quando – narra il secondo Libro dei Maccabei – il profeta Geremia, figlio del sacerdote Hilkia, prelevò l’Arca dell’Alleanza dal tempio per metterla in salvo dall’imminente saccheggio dei Babilonesi.

La nascose in una grotta del monte Nebo, situato a circa cinquanta chilometri da Gerusalemme. Il nascondiglio fu scelto con tale acribia, che si finì per smarrire l’ubicazione della grotta e l’Arca non fu mai più ritrovata. Alla conquista babilonese di Gerusalemme Geremia fu fatto prigioniero e condotto in Egitto, dove sarebbe morto lapidato dal suo stesso popolo. Di conseguenza nel 70 d. C., quando il tempio fu distrutto dai soldati romani, l’Arca non si trovava più in città. Ormai da secoli dormiva nella caverna del monte Nebo. Questo spiega perché l’Arca dell’Alleanza non fu raffigurata accanto agli altri oggetti sacri israeliti trafugati dal tempio sul bellissimo bassorilievo dell’Arco di Tito che illustra il trionfo dopo la presa di Gerusalemme.

Di seguito a quest’analisi, alcuni particolari colpiscono particolarmente l’attenzione del lettore della Bibbia. Innanzitutto l’immagine di Jahve il Nascosto che ricorda subito il dio egizio Amun, quello dal volto sconosciuto. E poi le caratteristiche materiali dell’Arca che assomiglia in tutto e per tutto a uno scrigno egizio. Le figure dorate che gli autori del Vecchio Testamento chiamano cherubini e l’iconografia moderna ha trasformato in angeli, possono essere stati originariamente delle sfingi oppure delle rappresentazioni di dee egizie che, non di rado, venivano raffigurate proprio ad ali spiegate. Per non parlare poi del fatto che gli antichi Egizi erano soliti portare degli scrigni dorati di questo tipo in processione, a spalla. Dentro erano custoditi i simulacri dei loro dèi, oppure delle reliquie care alla religione egizia.

Una bizzarra tradizione vuole l’Arca dell’Alleanza ad Aksum. Secondo il libro degli Etiopi Kebra Nagast (XIII secolo), la leggendaria regina di Saba – in questi scritti è chiamata Makeda – si recò a Gerusalemme per conoscere di persona re Salomone. Da quel viaggio nacque una relazione amorosa fra i due sovrani e, al suo ritorno in patria, la regina diede alla luce un figlio, Menelik. Raggiunta l’età adulta, Menelik fece visita al padre accompagnato dall’amico Azario. E sarebbe stato proprio Azario, narra il Kebra Nagast, a rubare nascostamente l’Arca per portarla con sé in Etiopia.

L'Arca dell'Alleanza viene portata nel tempio.

L’Arca dell’Alleanza viene portata nel tempio. Très Riches Heures du Duc de Berry, Miniatura del 1412–16 dei fratelli von Limburg e Jean Colombe. Dominio pubblico.

Dobbiamo però pensare che il Kebra Nagast è uno scritto di epoca medievale, ben lontano dagli avvenimenti descritti nella Bibbia. Inoltre in Etiopia esistono numerose arche custodite in numerosi santuari, e tutte sono dette tabot. Questo vocabolo assomiglia in modo impressionante al temine egizio teba, il cui significato è semplicemente: strumento sacro (vedi: Dizionario Egizio di Rainer Hannig, pag. 1414). Per gli Egizi il teba era uno scrigno rituale che conteneva l’immagine di un dio e si portava in processione. Ogni scrigno sacro con queste caratteristiche poteva essere definito teba. E se anche in Etiopia tutte queste arche sacre sono definite con uno stesso nome, perché l’una dovrebbe differenziarsi dall’altra? Al di là di questo, è impossibile esaminare i tabot etiopi che vengono custoditi in luoghi sacri impenetrabili, sotto la continua vigilanza di sacerdoti. Non sono accessibili. Anzi, non si possono nemmeno vedere.

Di recente gli Etiopi hanno annunciato di voler esibire pubblicamente il teba più importante, quello di Aksum, dopo secoli di segretezza. La notizia è apparsa su diversi giornali e sembrava di essere finalmente vicini alla soluzione di un enigma del passato. Invece, all’ultimo momento, tutto è svanito in una bolla di sapone. Una smentita. Non c’è da stupirsi. Il teba di Aksum non verrà mai mostrato in pubblico per un ovvio motivo: dietro la tenda si nasconde un semplice scrigno come tanti altri e non certo l’Arca dell’Alleanza.

Perché, come ho già detto, ci sono documenti molto più antichi del Kebra Nagast che forniscono un indizio chiaro sull’ultimo luogo di custodia dell’Arca: il monte Nebo, presso Gerusalemme. La narrazione erotica di Salomone e della regina di Saba, la vicenda incredibile dell’amico di Menelik che avrebbe trafugato in tutta tranquillità la reliquia più importante del tempio, non convince e resta una bella favola. L’ultima traccia verosimile è data invece da queste parole:

“Quando gli Israeliti giunsero al monte dove era stato seppellito Mosè, Geremia trovò una grotta e lì dentro nascose la tenda, l’Arca e l’altare delle offerte, e chiuse l’apertura di accesso alla grotta.” ( 2, Maccabei- 2)

Così, con il pesante macigno che i devoti spinsero sino a chiudere l’entrata di quella grotta sconosciuta del monte Nebo, l’oscurità inghiotte per sempre l’Arca dell’Alleanza. Fino ai giorni nostri.

L’Arca dell’Alleanza. Realtà o leggenda?

Posted on Lascia un commento

La Lancia di Longino

la-voce-del-destino-marco-buticchi_h_partb

Il Vangelo narra di un Pretoriano che con una lancia trafisse il costato di Gesù. Dopo di ciò la leggenda avvolse la storia della lancia

Il Vangelo

“[…] Era il giorno della Preparazione e i Giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato – chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all’altro che era stato crocefisso insieme con lui. Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue ed acqua […]” (GV 19, 31-34).

Questo passo del vangelo di San Giovanni, testimonia un evento tipico al tempo delle crocifissioni. Poiché per i giudei la croce era segno di maledizione (cfr Galati 3,12), si prescriveva l’inumazione dei cadaveri appesi prima del tramonto del sole, perché non contaminassero la terra santa. Per accertare la morte dei condannati, venivano loro spezzate le gambe; solo a Gesù venne risparmiato ciò (non gli sarà spezzato alcun osso – Esodo 12,46), ma un pretoriano gli sferrò un colpo di lancia nel costato procurandogli uno squarcio dal quale fuoriuscì sangue ed acqua.
Al di là del significato che la chiesa attribuisce a questo evento, resta la considerazione che, secondo la leggenda nata attorno a ciò, da quel momento la lancia acquistò poteri miracolosi.

Il Pretoriano

L’uomo che sferrò il colpo di lancia nel costato di Gesù fu, secondo una tradizione desumibile da alcuni vangeli apocrifi, tra i quali quello di Nicodemo, il centurione romano Gaio Cassio Longino, il cui nome Longino, deriverebbe dal greco longkhé che vuol dire lancia.
Sembra che fosse noto anche come Longino l’Isaurico dal nome della provincia romana dalla quale proveniva (l’attuale Turchia), anche se secondo altre tradizioni sarebbe originario dell’Italia.
Si racconta, inoltre, che dopo il colpo di lancia inferto a Gesù e dopo aver assistito al miracolo dell’acqua e del sangue sgorgati dalla ferita, Longino fu colto da una crisi religiosa che lo portò a convertirsi. La conversione sarebbe avvenuta, secondo altra tradizione, nel momento in cui squarciando il costato di Gesù, alcune gocce di sangue presero a scendere lungo l’asta della lancia e da lì caddero sugli occhi malati del centurione guarendoli.
Una volta convertito avrebbe intrapreso un’opera di diffusione evangelica iniziando dalla città di Mantova.

Ed infatti in un opera di Ippolito Donesmondi (“La Istoria Eclesiastica di Mantova”, 1612) si dice che Longino sarebbe arrivato a Mantova nel 36 d.C. portando con sé un’ampolla del prezioso sangue di Gesù ed un pezzo della spugna che fu usata per dargli da bere aceto.
Verso il 37 d.C. Longino sarebbe stato decapitato. La sua figura è comunque controversa, infatti con lo stesso nome si indicano, anche nella stessa tradizione cristiana, due personaggi: il soldato della lancia ed il centurione che proclamò la divinità di Cristo dopo la sua morte in croce.
Tutto ciò, comunque, non intacca l’importanza storico religiosa di due reliquie legate a questi fatti: il Lateral Sangue e la Lancia di Longino.

Lateral Sangue

Era così chiamato poiché scese dal fianco di Gesù. Dopo il suo ingresso nella “storia” delle reliquie religiose (intorno al 36 d.C.) rimase nascosto fino all’anno 800 circa, quando casualmente viene ritrovato. Il ritrovamento suscitò l’interesse di due famosissimi personaggi del tempo: Leone III e Carlo Magno.
Entrambi si recarono a Mantova (luogo della scoperta) e qui Leone III fondò l’episcopato mentre Carlo Magno prelevò una particella della reliquia per portarla in Francia.

Quando intorno al 924 la città di Mantova fu assediata dai Barbari, provenienti dall’Ungheria, il popolo nasconde il Lateral Sangue dividendolo in due parti. Una Parte fu sotterrata nella città vecchia, vicino alla cattedrale; l’altra parte fu sotterrata nel luogo del primo ritrovamento, l’orto dell’oratorio di Sant’Andrea. La leggenda vuole che dopo tutto il popolo misteriosamente perse il ricordo dei luoghi in cui queste reliquie furono celate.
Nel 1050 circa, il Lateral sangue venne ritrovato: un mendicante cieco vede in sogno Sant’Andrea, che gli dice dove scavare. Sul luogo del ritrovamento venne edificata una Chiesa per Sant’Andrea che sarà distrutta 4 secoli dopo da Ludovico Gonzaga per edificare l’attuale basilica progettata dall’Alberti.

La Lancia di Longino

Ben più importante è forse il destino storico che toccò alla Lancia di Longino.

Abbiamo già visto come la sua tradizione sia nata da quelle poche righe che il Vangelo di Giovanni dedica all’evento. Da subito diviene simbolo misterioso ed oggetto dotato di immensi poteri, legandosi immediatamente nelle tradizioni ad un altro mito: Il Sacro Graal.
Sacro Graal e Lancia di Longino, appaiono insieme nella Processione del Graal descritta nel 1190 da Chretien de Troys.
La lancia, conosciuta come Heilige Lance (Lancia Sacra) ed esposta nella Weltliche Schatzkammer (la Stanza del Tesoro) del palazzo dell’Hofburg a Vienna, ha fatto una lunga strada prima di fermarsi in Austria.
Si dice che per qualche tempo fu in possesso di Maurizio, comandante di un distaccamento dell’esercito romano noto come la Legione Tebana.
Si narra che nel 285 d.C. i 6666 soldati di Maurizio si rifiutarono di prendere parte ad una cerimonia pagana e, senza opporre la minima resistenza, si lasciarono trucidare dal generale Massimiano, il quale, poco dopo, venne proclamato co-imperatore da Diocleziano.

La Lancia di Longino passò a Costanzo Cloro e quindi a Costantino il Grande, suo figlio, il quale, abbandonato il paganesimo per abbracciare la fede cristiana, la brandì in occasione della celebre battaglia di Ponte Milvio, durante la quale, nel 312 d.C., sbaragliò le truppe di Massenzio, riportando una schiacciante vittoria.
La Lancia Sacra passò di mano in mano, da imperatore ad imperatore e fu grazie ad essa che, secondo la leggenda, nel 385 d.C. Teodosio sconfisse i Goti.
Nel 425 d.C. il generale Flavio Ezio respinse Attila e Carlo Martello, nel 733 d.C. sconfisse gli arabi a Poitiers.
La Heilige Lance, in seguito, passò da Carlo Magno agli imperatori Sassoni, tra cui Ottone I il Grande e poi agli Hohenstaufen, nella persona di Federico Barbarossa ed infine agli Asburgo, che la collocarono nella Stanza del Tesoro del palazzo dell’Hofburg a Vienna.
Una volta posta all’Hofburg, venne aperta una fenditura nella lama della lancia, all’interno della quale venne introdotto un chiodo, ritenuto essere uno di quelli impiegati per crocifiggere Gesù.
È questa la Heilige Lanze, per la quale Hitler ebbe una passione morbosa.

La Lancia ed Hitler

Era il 1909 quando un giovane Adolf Hitler si aggirava compiaciuto presso le sale del museo Hofburg di Vienna. Tra i numerosi oggetti esposti, uno solo catturò subito il suo interesse: la Heilige Lanze (La Lancia di Longino).
Così nel 1938, quando Hitler con un atto alquanto discutibile detto “Anschluss”, annesse l’Austria alla Germania fu libero di poter realizzare uno dei sogni più segreti: possedere la Lancia di Longino.
A questo punto si potrebbe romanzare la scena: Hitler che solennemente si avvicina alla teca che custodisce la lancia, la apre con timoroso rispetto e mal celata audacia. Osserva la lancia e, lentamente, l’afferra e la alza su di se. Ecco, in quel preciso istante si dovette sentire padrone del mondo.
Dopo che il dittatore nazista prese la lancia, questa fu trasportata a Norimberga, dove fu collocata come reliquia nella Chiesa di Santa Caterina. La storia, adesso, ci ha dimostrato che in realtà la Lancia di Longino non sortì per il dittatore nazista quegli esiti miracolosi e favorevoli che lo stesso si aspettava.
Dopo la sconfitta di Stalingrado, Hitler ordinò che la lancia fosse trasportata in un rifugio a prova di bomba: un’antica galleria sotto la fortezza di Norimberga. Dopo l’attacco definitivo degli alleati alla Germania Nazista del 13 ottobre del 1944, si iniziarono a diffondere leggende circa l’esistenza di un luogo segreto che racchiudeva immensi tesori.
Nell’aprile del 1945 Norimberga venne occupata ed il Borgomastro della città, unico a conoscenza del nascondiglio della lancia, si suicidò. Secondo alcuni, in realtà, il Borgomastro “venne suicidato”, infatti dopo la sua morte il suo appartamento venne accuratamente ripulito, come se qualcuno cercasse di nascondere qualcosa.
Gli alleati continuarono nella ricerca, lo stesso Churchill aveva la ricerca della Lancia come priorità e, finalmente, alle 14.10 del 30 aprile 1945, lo stesso giorno e forse lo stesso momento in cui Hitler a Berlino si suicidava, la Lancia di Longino venne recuperata dagli Americani. Il generale Patton, si racconta, fu sul punto di cedere alla tentazione di possederla per sé. Ma poi la sua eccezionale intelligenza fece prevalere il suo buon senso, e la Lancia fu restituita all’Austria, nazione in cui ancora oggi è possibile ammirarla nel Wel-tliche Schatzkammer dell’Hofburg di Vienna.

La leggenda nella leggenda.

In un libro pubblicato nello stato dell’Illinois, a cura del colonnello Howard A. Buechner e del Capitano Wilhelm Bernardt si può leggere che, con ogni probabilità Himmler fece realizzare da un artigiano probabilmente nipponico una copia esatta della lancia e fu proprio questa copia ad essere protagonista delle vicissitudini appena illustrate.

Quella sera (la sera dell’annessione dell’Austria alla Germania), sempre secondo tale pubblicazione, la Lancia fu imbarcata su un sottomarino U-Boat 530 e nascosta successivamente sui ghiacci dell’Antartide. Da qui, in seguito, sarebbe stata recuperata da un fantomatico Ordine dei Cavalieri della Lancia Sacra, che la custodirebbero con l’obiettivo di mantenere la giustizia e la pace nel mondo.
Secondo una tradizione risalente ai Celti, alcune creature provenienti dallo spazio siderale, divinizzate dal popolo con cui entrarono in contatto, avrebbero regnato in tempi molto antichi nell’Irlanda. All’atto di andare via, questi visitatori avrebbero omaggiato i propri sudditi con quattro oggetti magici tra cui la così detta Lancia di Lugh, arma portentosa dalla cui estremità scaturiscono scintille e stilla sangue. La tradizione dice che è così forte la potenza di tale arma che quando non la si usa deve essere immersa in un calderone ricolmo di sangue e veleno per impedire che distrugga tutto ciò che sta intorno.

di Tuccio Rapisarda – tratto da Un Mondo di … Illusioni Ottiche