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IL POPOLO DELLE STELLE

Nabta Playa

In passato la Valle del Nilo non era il luogo mite e fertile di ora, ma una palude inospitale, infestata dai rettili e afflitta da malattie. Attorno al 12000 a.C. quando l’ultima era glaciale volgeva la termine, inondazioni catastrofiche si riversarono nel Nilo dai laghi dell’Africa Centrale ingrossati dagli implacabili monsoni, che spazzarono via tutto al loro passaggio rendendo invivibile la Valle del Nilo. Ma gradualmente il clima si riscaldò e stabilizzò. Lentamente le paludi si ritirarono e le umide mangrovie lasciarono il posto a una meravigliosa vallata verde ai confini del deserto. A giugno alluvioni più moderate irrigarono la terra adiacente con abbondanti fertilizzanti trasformando la valle in una
colossale fattoria. A settembre le acque si ritirarono, e grazie al calore e al sole splendente, benedizioni dell’Egitto, la valle divenne un trionfo di piante, frutti e cereali. Dal 5000 a.C. questo processo annuo trasformò l’Egitto in uno Shangri-la, “luogo perfetto” perché la prima civilizzazione del mondo vi si stabilisse e prosperasse.

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La parte occidentale del Nilo era il vasto deserto del Sahara dove, da tempo immemorabile, i popoli preistorici vivevano in comunità rurali organizzate. Alti, magri e dalla pelle scura, furono loro i primi ad addomesticare il bestiame, coltivare i cereali, creare metodi per calcolare il tempo, studiare il cielo, creare un calendario, usare le stelle e il sole per rilevare il tempo e navigare, e i primi a seppellire i propri morti in tombe cerimoniali. Il bestiame era il bene più prezioso, una sorta di “dispensa ambulante” usata come mezzo di trasporto. Per questo gli antropologi hanno denominato questa misteriosa popolazione del deserto “popolo del bestiame”.

Ogni anno a giugno, le piogge monsoniche che irrigavano il Sahara riempiendo le depressioni e formando laghi provvisori in tutto il territorio arido. Uno dei laghi provvisori – oggi noto come Nabta Playa – si trovava a 100 Km a ovest del Nilo e dell’attuale Abu Simbel. Il popolo del bestiame arrivò lì nel tardo giugno, si accampò e vi rimase fino all’autunno quando il lago si prosciugò. Per molti millenni arrivò a Nabta ogni estate, usando il sole e le stelle per orientarsi. Attorno al 5000 a.C., si stabilì in modo permanente a Nabta scavando dei pozzi e procurandosi l’acqua che doveva servire da sostentamento nella stagione asciutta. Con tanto tempo a disposizione e senza più il bisogno di spostarsi da un luogo all’altro in cerca di acqua, il popolo del bestiame trasformò lentamente la propria conoscenza nella navigazione con le stelle in “religione del cielo” con complessi rituali e cerimoniali. Sapeva bene che i monsoni arrivavano durante il solstizio d’estate, e nello stesso tempo, aveva notato il primo sorgere della costellazione di Orione e della stella Sirio.

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Quel popolo osservava anche le stelle circumpolari aNord, soprattutto l’Orsa Maggiore, imparando ad usarle per prevederela durata della notte e delle stagioni. Dal 6500 a.C. si sviluppò un immenso complesso cerimoniale a Nabta Playa, una sorta di “Stonehenge” del deserto, per osservare il sorgere del sole e delle stelle. Attorno al 500 a.C., però, per un drammatico cambiamento del clima, i monsoni non raggiunsero più il Sahara, i laghi provvisori scomparvero e i pozzi finirono per prosciugarsi. Dal 3400 a.C., Nabta Playa fu abbandonata per sempre e il popolo delle stelle, assieme al bestiame e al bagaglio di conoscenze, migrò ad est verso la Valle del Nilo. Da allora, il ricordo di quel popolo scomparve negli abissi della preistoria.

Robert Bauval – Tratto da: Le Idee del Nuovo Orizzonte – Harmakis Edizioni

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In Valle d’Aosta c’è una piccola Stonehenge

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La Valle d’Aosta può vantare cieli stellati favolosi. Saint Barthélemy contende il primato del cielo più buio alle poche altre località d’Italia che ancora possono competere: non a caso da più di vent’anni ospita uno storico star-party. Ma anche le valli di Rhemes e la Valsavarenche potrebbero giocarsela. Questi cieli neri e stellati sono per di più “cieli antichi”, hanno ispirato monumenti orientati sulle stelle che gli archeoastronomi vanno scoprendo, insieme con annessi riti religiosi, folclore, tradizioni. Lo documenta un libro graficamente raffinato, costruito con testi di Guido Cossard e fotografie di Enrico Romanzi e Celestino Vuillermoz, “I cieli della Valle d’Aosta”, edito da Priuli & Verlucca (152 pagine, 37,50 euro).

 

Di professione insegnante ma archeoastronomo per passione, Cossard ci guida alla scoperta di siti astronomici attraverso cinque millenni. Pochi sanno che intorno al 2840 avanti Cristo, un drappello di sacerdoti astronomi arrivati dall’Oriente si stabilì tra le montagne della Valle d’Aosta e vi lasciò tracce ancora riconoscibili ad un occhio esperto: è l’area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans (foto). Il metodo del radiocarbonio ha permesso di datare queste tracce con discreta precisione: il margine di errore è di 150 anni in più o in meno. Basta ricordare che la parte più primitiva dei cerchi megalitici di Stonehenge, nel Regno Unito, risale al tremila avanti Cristo, e che quel meraviglioso monumento megalitico che l’Unesco ha dichiarato patrimonio dell’umanità fu completato nel 1600 avanti Cristo, per rendersi conto che l’astronomia valdostana è tra le più antiche d’Europa e del mondo.

 

La provenienza orientale, secondo gli archeologi Franco e Rosanna Mollo, è suggerita dal toponimo Cordile, che compare nella Tabula Peutingeriana “ad indicare una città sulla costa sud-orientale del Mar Nero, appena ad ovest di Trapezunte”. L’area di Corléans vide levarsi palizzate, 40 stele e dolmen. Un dolmen databile 2400 a.C. è orientato astronomicamente. Gli archeologi ricollegano tutto ciò alla ricerca dell’oro e forse al mito degli Argonauti e alla caccia al famoso “vello”, che, tolti gli orpelli mitologici, altro non sarebbe se non una pelle di pecora adatta a filtrare in acqua corrente minuscole pepite. Ipotesi uggestiva, ma da prendere con beneficio d’inventario.

 

Un altro sito di notevole interesse è quello del Piccolo San Bernardo, dove Cossard segnala il cromlech più alto d’Europa: a 2000 metri di quota si incontrano 46 menhir non molto alti – tra 22 e 50 centimetri – ma disposti lungo un cerchio dal diametro di ben 72 metri. Una Stonehenge in miniatura. Ce ne parla Petronio Arbitro (14-66 d.C.) nel suo “Satyricon”: “Nelle Alpi vicine al cielo, nel luogo in cui, scostate dalla potenza divina di Graius, le rocce si vanno abbassando e si lasciano valicare, c’è un luogo sacro in cui si innalzano gli altari di Ercole: l’inverno li copre di una neve persistente e alza la sua testa bianca verso gli astri”.

 

Coppelle scavate nella roccia delle montagne sono sparse un po’ in tutto l’arco alpino. Alcune sono disposte in modo da rappresentare asterismi e costellazioni. Cossard ha individuato incisioni a spirale che rappresentano il moto del Sole, coppelle che fanno pensare alle Pleiadi, all’Ora Maggiore e Minore, a Bootes e alla Vergine, al Cigno. Quest’ultimo è il caso delle coppelle scavate su una lastra di roccia piatta a Introd (vedi foto a pagina 134). La stessa città di Aosta è stata disegnata secondo criteri astronomici con riferimento al solstizio d’inverno, e questo dato ha permesso a Cossard di precisarne la data di fondazione nel 25 avanti Cristo. “Se consideriamo – scrive Cossard – anche le connessioni astronomiche più antiche, quali quelle nell’area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans, possiamo affermare con certezza che Aosta è una città unica: è la proiezione del cielo in terra”.

 

Assai prima di diventare sede dell’Osservatorio della Valle d’Aosta e poi di un planetario, Saint Barthelémy fu un sito astronomico: lo fa pensare un castelliere a secco lievemente ellittico con l’asse maggiore di 60 metri, riconducibile all’età del bronzo. Sorto nel 2003, l’Osservatorio oggi fa ricerca su pianeti extrasolari, asteroidi e altri temi di punta sotto la guida del fisico Enzo Bertolini. Lo strumento principale è un telescopio riflettore dall’apertura di 81 centimetri in configurazione ottica Bowen-Vaughan con un campo corretto di ben 2°, quattro volte il diametro apparente della Luna piena. Il peso complessivo è di 1700 chilogrammi. Una terrazza ospita un riflettore da 40 centimetri e una schiera di altri cinque riflettori da 40 centimetri prodotti da Officina Stellare (Milano) e dedicati alla ricerca di esopianeti.

 

Sole, Luna e stelle, oltre ai riferimenti religiosi hanno sempre un ruolo nella misura del tempo sia su scala diurna sia su scala stagionale, annuale e pluriannuale. Cossard introduce anche questo discorso per approdare alla relazione stretta tra fenomeni astronomici a culto cristiano: la data della Pasqua, in particolare, è sempre stata un cardine del calendario, ma anche un problema per la sua mobilità, agganciata alle fasi della Luna.

 

La sezione fotografica del volume traduce in splendide immagini il discorso archeoastronomico. Il cielo è costantemente inserito nel paesaggio: baite, profili di creste delle Alpi Graie, campanili, castelli, piloni votivi. Le stelle sono ora ampi archi descritti nella volta celeste grazie alla lunga posa fotografica, a ricordarci la rotazione della Terra (a queste latitudini ci si muove a circa mille chilometri l’ora, come su un aereo), ora nitidi punti luminosi che permettono di individuare le costellazioni, talvolta con qualche difficoltà perché le stelle fissate nelle immagini sono più numerose di quelle visibili a occhio nudo.