Posted on Lascia un commento

Il Quadrato magico del SATOR

l quadrato del Sator è una ricorrente iscrizione latina, in forma di quadrato magico, composta dalle cinque seguenti parole: SATOR, AREPO, TENET, OPERA, ROTAS. La loro giustapposizione, nell’ordine indicato, dà luogo a un palindromo, vale a dire una frase che rimane identica se letta da sinistra a destra o viceversa.
L’iscrizione è stata oggetto di frequenti ritrovamenti archeologici, sia in epigrafi lapidee sia in graffiti, ma il senso e il significato simbolico rimangono ancora oscuri, nonostante le numerose ipotesi formulate.

Disponendo le parole su una matrice quadrata (vedasi figura), si ottiene una struttura che ricorda quella dei quadrati magici di tipo numerico. Le cinque parole si ripetono se vengono lette da sinistra a destra e da destra a sinistra, oppure dall’alto al basso o dal basso in alto. Al centro del quadrato, la parola TENET forma una croce palindromica.
Il curioso quadrato magico è visibile su un numero sorprendentemente vasto di reperti archeologici, sparsi un po’ ovunque in Europa. Ne sono stati rinvenuti esempi in Roma, nei sotterranei della basilica di Santa Maria Maggiore, nelle rovine romane di Cirencester (l’antica Corinium) in Inghilterra, nel castello di Rochemaure (Rhône-Alpes), a Oppède in Vaucluse, a Siena, sulla parete del Duomo cittadino di fronte al Palazzo Arcivescovile, nella Certosa di Trisulti a Collepardo (FR), a Santiago di Compostela in Spagna, ad Altofen in Ungheria, a Riva San Vitale in Svizzera, solo per citarne alcune.
A volte le cinque parole si trovano disposte in forma radiale, come nell’abbazia di Valvisciolo a Sermoneta (Latina), oppure in forma circolare, come nella Collegiata di Sant’Orso di Aosta.

Altre chiese medioevali ancora, nelle quali si registra, in Italia, la presenza della frase palindroma (in forma di quadrato magico oppure in forma radiale o circolare) sono: la Pieve di San Giovanni a Campiglia Marittima, la chiesa di San Potito ad Ascoli Satriano (Foggia), la chiesa di San Pietro ad Oratorium a Capestrano, in provincia dell’Aquila, la Chiesa di San Michele ad Arcè, frazione di Pescantina (Verona), Chiesa di Santa Maria Ester ad Acquavivia Collecroce (CB), nel monastero francescano di Ficarra (Messina) e altri ancora.

 

Gli esemplari più antichi e più celebri sono quello incompleto rinvenuto nel 1925 durante gli scavi di Pompei [sepolta il 24 agosto del 79 d.C.], inciso su una colonna della casa di Publio Paquio Proculo, e quello trovato nel novembre del 1936 su una colonna della Palestra Grande sempre a Pompei. Quest’ultimo ha avuto grande importanza negli studi storici relativi alla frase palindroma poiché esso è completo e arricchito da altri segni interessanti che non si sono trovati altrove e fu certamente inciso prima dell’eruzione del 79 d.C. A partire da questi ritrovamenti, il quadrato del Sator viene anche detto latercolo pompeiano.
Difficile stabilire il significato letterale della frase composta dalle cinque parole, dal momento che il termine AREPO non è strettamente latino. Alcune congetture su tale parola (nelle Gallie e nei dintorni di Lione esisteva un tipo di carro celtico che era chiamato arepos: si presume allora che la parola sia stata latinizzata in arepus e che nel quadrato essa avrebbe la funzione di un ablativo strumentale, cioè un complemento di mezzo) portano a una traduzione, di senso oscuro, quale Il seminatore, con il carro, tiene con cura le ruote, della quale si cerca di chiarire il senso intendendo il riferimento al seminatore come richiamo al testo evangelico.
Una interpretazione più semplice considera “Arepo” come nome proprio, da cui il significato diviene: Arepo, il seminatore, tiene con maestria l’aratro.

Posted on Lascia un commento

Il “Manoscritto di Voynich”, il libro più misterioso del mondo.”

COPE1 1006194

“Il “Manoscritto di Voynich”, il libro più misterioso del mondo.” Così lo definisce Paolo Cortesi, scrittore, bibliotecario e saggista che si occupa da anni di filosofia e di storia. E non c’è una definizione più indovinata di questa. Ci sono dei testi antichi come “Il Libro di Thot”, “Le Stanze di Dzyan”, “Il Manoscritto di Mathers”, la stessa “Bibbia” di cui ne conosciamo il contenuto nei dettagli. Ma del “Manoscritto di Voynich” siamo in alto mare. Come vedremo, fino dalla sua comparsa per opera di John Dee, è stata un’incognita totale. E questo ha dato luogo a tante interpretazioni diverse che cadono nell’assurdo e nel fantastico, che hanno portato solo confusione, spaccature e misteri. La conseguenza di queste diatribe che sono durate secoli, è che hanno condannato questo piccolo manoscritto ad una fine ingloriosa: sei un falso! Cioè una invenzione totale, sia della scrittura che sarebbe senza senso e dei disegni.

Ho iniziato ad analizzare il “Manoscritto di Voynich” spinto dalla curiosità, considerandolo prima di tutto un “prodotto” umano, fatto da uomini per altri uomini. Ho lasciato da parte l’immaginazione ed allargato il campo di ricerca nel mondo medioevale e tardo-rinascimentale, rintracciando quella “sapienza” che è stata volutamente persa nei secoli. Non ho quindi relegato questo manoscritto nelle scappatoie del mistero, che è, purtroppo, un terreno fangoso da cui difficilmente si riesce a scappare. Non mi piace parlare di “Mistero” nel senso stretto della parola, cioè come fosse un limite, perché non ci permette di andare “oltre” ed è come un alibi per nascondere il sapere e neppure del termine “Falso”, che presupporrebbe che ci sia stato un originale da contraffare.Quando ci troviamo di fronte a qualcosa di sconosciuto, le reazioni possono essere diverse. Molti si nascondono dietro alle pareti dell’arcano, delle magie, dei ripieghi più strani. Ma non è sempre così: c’è una logica dietro ad ogni cosa, anche se l’ignoto è parte integrante della vita dell’uomo.

COPE 1006101

Capita che, certe volte, trasciniamo la nostra mente in una spirale irreversibile posta sotto la cupola del mistero e tentiamo di trovare in lungo e in largo quelle spiegazioni che poi stanno sotto i nostri occhi. In realtà la maggior parte delle cose più inquietanti ha come risvolto una risposta semplice. Le nostre informazioni sulle origini del mondo sono ferocemente limitate, a causa della mancanza di una documentazione scritta. Lo scrittore francese René Etiemble (1909–2002) scrive a questo proposito: “Gli uomini nascono e muoiono da milioni di anni, ma scrivono solo da seimila anni.” Sì, da seimila anni usufruiamo della scrittura per “fissare” la memoria degli uomini. Un esempio: i Sumeri che hanno utilizzato delle tavolette di argilla come supporto per i loro caratteri cuneiformi. In seguito le civiltà successive hanno perfezionato il materiale su cui scrivere; dai papiri siamo passati ad usare le pelli di animali che ci hanno permesso di creare i primi libri, in modo tale che il grande patrimonio culturale e storico delle epoche lontane arrivasse fino a noi: un immenso sapere che le antiche civiltà, oggi scomparse, ci hanno lasciato.

COPE 1006209 elaborata

Grazie alla loro lungimiranza, gran parte delle tradizioni che una volta si tramandavano oralmente sono giunte fino ai giorni nostri, nonostante che questo patrimonio storico dell’umanità sia stato depauperato nei secoli passati. Come è successo nell’incendio della Biblioteca di Alessandria, dove sono stati bruciati ben 700.000 volumi prima per mano dei Romani, nel 45 a.c., poi da parte dei musulmani nel 642 d.c. Anche durante il Medioevo è proseguita la distruzione dei libri non in linea con il pensiero religioso. Comunque, le fiamme dei roghi non sono riuscite a bruciare totalmente l’antica memoria storica. A proposito di questa consuetudine, al Museo del Prado a Madrid si trova un quadro significativo di Pedro Berreguete (1450–1504), raffigurante “Un rogo di libri alla presenza di San Domenico”. Nella tela vediamo che alcuni libri sono gettati nei carboni accesi davanti al monaco. Vuole la leggenda che i volumi presunti eretici e fuori dall’ottica del pensiero canonico prendessero fuoco, mentre i testi veramente sacri, ispirati dalla fede, fossero respinti dalle fiamme e sollevati in aria lontano dalla graticola.

COPE2 1006194

Il Medioevo era ancora “una terra di antica sapienza” e la creazione della Nuova Accademia Platonica, voluta da Marsilio Ficino e da Giovanni Pico della Mirandola, che rivalutava il platonismo fino allora messo in disparte, ne è un esempio concreto. Al di fuori di poche isole felici, gli studiosi erano costretti a nascondere un’antica conoscenza che risaliva alla notte dei tempi, scrivendo testi ermetici in modo che solo poche persone potessero comprenderne il contenuto. Questi testi riuscirono ad evitare i fuochi dei frati inquisitori, dove le fiamme erano usate per sopprimere una visione scientifica non coerente con i dettami della religione e delle Sacre Scritture. Per fortuna, scampa così, dalle orge dei falò, questo piccolo manoscritto che faceva parte sicuramente della biblioteca di una setta d’iniziati, forse perché dimenticato; forse perché nessuno sapeva quale fosse il significato del suo contenuto; forse perché è stato il destino che ha voluto che si salvasse.

Tratto da: VOYNICH UN FALSO? NO, GRAZIE! di Fabio Fornaciari – Harmakis Edizioni

Posted on Lascia un commento

La legge esoterica del Tre, fra mistica ebraica, esoterismo vedico ed alchimia.

Uno studio attento delle scienze esoteriche ci permette di collegare tradizioni lontane solo in apparenza, ma che rimandano ad un’unica, atemporale, conoscenza. La legge del tre, enunciata in occidente in modo più divulgativo da Gurdjieff, fu così descritta: “Ogni cosa nel mondo, tutte le manifestazioni di energia, tutti i tipi di azione, sia nel mondo che nell’attività umana, sia interni che esterni, sono sempre manifestazioni delle tre forze che esistono in natura. Queste forze sono chiamate: attiva, passiva e neutralizzante…”

  Ma per comprendere più in profondità tale legge occorre chiarire il concetto di multi-dimensionalità.  Le varie tradizioni spirituali hanno affermato l’esistenza di altre dimensioni oltre quella  materiale. Oggi la teoria scientifica delle Stringhe lo conferma.  Secondo tale studio (perfettamente strutturato matematicamente) esistono almeno dieci dimensioni, oltre le quattro comunemente studiate dalla fisica. Ciò coincide perfettamente con la visione della scienza cabalistica delle dieci Sephirot, come dieci livelli di manifestazione dimensionale del divino nella materia:

sfirot

  Le dieci Sephirot, qui collegate ai centri energetici dei Chakra, non sono soltanto dei piani di esistenza fisica, ma simboleggiano qualità, virtù, stati di coscienza, che l’essere umano deve raggiungere, per elevarsi spiritualmente. In termini fisici si tratta di aumentare la propria frequenza vibrazionale, portando ogni aspetto di sé ad un completo servizio della luce divina, massima vibrazione. Tale vibrazione aumenta velocemente mediante la Bhakti, l’amore verso Dio. Guardiamo meglio queste dimensioni, per paragonarle poi alla tesi scientifica delle Stringhe. L’uomo incarcerato nel proprio falso ego vive al livello dei tre chakra inferiori, che corrispondono alle quattro sephirot più basse; chi non riesce ad andare oltre queste vibrazioni ancora meccaniche ed istintive non può che percepire solo le quattro dimensioni classiche del mondo materiale. Chi riesce a portare il proprio stato di coscienza oltre l’animalità inizia a percepire altre dimensioni.  Le Sephirot in basso sono qui rappresentate:

sfirot1

  Nella Scienza Sacra della Kabbala ritroviamo una sintesi perfetta dell’intero sapere esoterico, comprendente astrologia, alchimia e psicologia sacra. Da un punto di vista fisico Malkut corrisponde alla dimensione Tempo (“Il tempo è il mio territorio” diceva Goethe) e l’uomo vive una dimensione materiale grazie al tempo. Mentre  Netzach, Iesod e Hod rappresentano le tre dimensioni spaziali: altezza, larghezza e profondità:

Sephirot Psicologia esoterica

e Kabbalistica

Guna (condizionamento materiale) Dimensione spaziale Lavoro alchemico
Netzach La Vittoria

(A questa dimensione è associata Venere, l’amore materiale, distorsione di Prema, amore puro)

Rajas (Passione)

Altezza

(La Vittoria è un salire verso l’alto; come la Passione può trascinare verso il basso,  l’Amore può portare fino all’altezza suprema: Dio)

Lussuria da trasformare in Amore

(fase Rubedo)

Iesod Il Fondamento

(A questa dimensione è associata la vita organica, ripetitiva e gestita dagli istinti)

Tamas (Ignoranza) Larghezza

(Il Fondamento è la Base, la lunghezza su cui si costruisce ogni cosa. Può degenerare nella staticità piatta della palude o diventare Servizio continuo, come una retta infinita)

Pigrizia

da trasformare in Servizio

(fase Nigredo)

Hod La Gloria

(A questa dimensione è associata l’intelligenza, il Logos)

Satva

(Virtù)

Profondità

(L’intelligenza, che scava ogni fenomeno in profondità, può diventare ipocrisia o glorificazione di Dio)

Ipocrisia da trasformare in Verità Spirituale  (fase Albedo)

In realtà la Scienza delle Sephirot è inesauribile, ma questo schema può essere di grande aiuto per iniziare il lavoro su sé stessi. L’essere umano si trova prima di tutto a fare i conti con la sfera di Malkut, il Regno opaco della materia con tutte le sue leggi limitanti; cosa fare? Prima di tutto occorre svolgere il proprio dovere (come suggerisce Sri Krishna ad Arjuna nel secondo Capitolo della BhagavadGītā ); assumendo  le responsabilità del nostro Dharma purifichiamo noi stessi e ciò che ci circonda; colui che non compie i propri doveri quotidiani come potrà lavorare sulle tre Sephirot successive? Come potrà trasformare la lussuria in amore, la pigrizia in servizio e l’ipocrisia in verità? Abbiamo tutti un grande compito da svolgere, come ha detto il Maestro Aïvanhov: “Un giorno l’universo tornerà ad essere luce e rientrerà nel suo stato primordiale di purezza e trasparenza. […] La materia è altrettanto sacra, altrettanto santa quanto lo spirito, perché figlia dello spirito.” Si tratta di fare una grande opera vibrazionale, su sé stessi e sulla propria realtà, solo così l’opacità della materia recupererà la trasparenza dello spirito. Come possiamo accelerare tale processo?

Lavorando con la Sephirot successiva, che corrisponde al chakra del cuore: Tiferet, il Sole, la Bellezza Suprema. Non a caso il neoplatonismo indicava nella contemplazione della bellezza una via maestra per elevare l’anima al divino. La Bellezza suprema coincide con il Bene e la bontà suprema, ecco il grande nesso tra Etica ed Estetica che l’umanità ha smarrito; non ci si può stupire che una società che coltiva brutture e orrori degeneri anche eticamente…Ecco il ruolo santo dell’artista, colui che può far agire la potenza vibrazionale di Tiferet sul mondo. Per fare ciò l’artista stesso deve lavorare sulle sfere più basse, purificandosi in modo tale da poter ricevere le forme assolute della Bellezza. Così hanno fatto uomini come Leonardo, Raffaello, Goethe, Bruckner, Mahler e tanti altri…I tre Guna nell’esoterismo vedico riassumono tutti i livelli di condizionamento materiale a cui la coscienza è soggetta. La scienza dei Guna proprio perché indica le nostre catene ci indica anche il modo per spezzarle. In realtà nella nostra caduta libera siamo in possesso di un formidabile paracadute, il paracadute della conoscenza vedica, ma bisogna essere consapevoli dell’esistenza di questo paracadute per poterlo azionare. Ma qui sorge un antichissimo problema filosofico: come conciliare il forte determinismo dei guna col libero arbitrio? Per rispondere a questa domanda dobbiamo prima analizzare in modo corretto ognuno dei tre guna. Krishna inizia dicendo:

    sattvam rajas tama iti / gunāh prakrti-sambhavāh / nibadhnanti mahā-bāho / dehe dehinam avyayam.  ( Cap. 14, verso 5)

    Sattva, Rajas e Tamas sono i tre guna, i tre legami prodotti dalla natura materiale; [Arjuna] dalle braccia potenti, essi condizionano la coscienza dell’essere vivente eterno quando assume un corpo.

   Krishna ci informa subito dicendo che l’essere vivente, l’anima, l’energia di pura coscienza, in realtà è incondizionato nella sua natura eterna, ma nell’assumere un corpo l’essere è come costretto a subire il giogo di queste tre influenze. Ogni guna può essere paragonato ad una macro-struttura, ad una dimensione fondamentale dell’energia materiale, così come lo spazio stesso è strutturato secondo tre dimensioni (che corrispondono in realtà, come vedremo, ad  ognuno dei tre guna). Una volta immersi nello spazio, a causa dell’identificazione col corpo, non possiamo che muoverci in lunghezza, in altezza o in profondità; muoversi in altre direzioni o dimensioni significherebbe trascendere la natura dello spazio materiale; analogamente una volta immersa nella mente materiale

la nostra coscienza potrà muoversi secondo le strutture del Sattva, del Rajas e del Tamas. Vediamo queste strutture in dettaglio:

   tatra sattvam nirmalatvāt / prakāsakam anāmayam / sukha-sangena badhnāti / jñāna-sangena cānagha.  (cap. 14, verso 6)

   Il Sattva, essendo il più puro, illumina e purifica l’anima da ogni impurità; esso condiziona la coscienza legandola al benessere e alla conoscenza, o [Arjuna] senza-peccato.

    Chi vuole svegliarsi durante un magnifico sogno? Nel Sattvaguna la nostra coscienza è legata all’illusione materiale in modo armonioso,  il benessere interiore ed esteriore proseguono di pari passo e le felicità sembra essere qualcosa di concreto…La conoscenza è un nostro possesso naturale e senza sforzo la nostra mente riesce a cogliere verità sempre più elevate. Ecco perché il Sattva  è una dimensione preziosa e pericolosa nello stesso tempo, in tale stato l’illusione non provoca il dolore che analizzeremo nei guna successivi; molti restano legati a questo guna per molte vite, senza rendersi conto che si tratta di una gabbia d’oro, una superba illusione che incatena la nostra coscienza alle quattro sofferenze fondamentali: nascita, malattia, vecchiaia e morte. Ma un uso corretto del Sattva è la benedizione più grande, poiché solo in questa dimensione la mente può iniziare a comprendere le verità superiori e i metodi per realizzare la vera felicità, dove non esiste alcuna sofferenza. Ecco perché le persone sattviche dovrebbero ricercare un maestro spirituale per non sprecare inutilmente il guna più adatto al percorso interiore. E di solito queste persone sono alla ricerca del Maestro e lo cercano nei libri, nelle tradizioni, nella scienza, nella filosofia…Ma senza la guida adatta anche loro rischiano di perdere questa dimensione di serenità e benessere relativo. Ma coloro che hanno compreso la conoscenza vedica sanno come utilizzare questo guna. Esso è come una piattaforma che può essere usata per attraversare l’oceano della sofferenza e del ciclo di nascita e morte, il Sattva è una zattera ideale…

Abbiamo visto che il guru è colui che ci guida in questa navigazione, ma ora dobbiamo comprendere come sviluppare sempre più il Sattva, dato che ci troviamo in un periodo storico dell’umanità dove non predomina questo guna. Anche in altri testi vedici Krishna consiglia di coltivare questo guna, poiché è l’unico dal quale possiamo trascendere ogni condizionamento materiale. Perché? Perché esso ci consegna due chiavi importanti per aprire la porta del cammino dello yoga: il benessere e la conoscenza. Come si può svolgere qualsiasi compito quando la nostra mente è immersa nel dolore? Come meditare su Dio quando un atroce mal di denti ci attanaglia?  Il saggio autentico usa subito la propria salute fisica e mentale per concentrarsi sulla pratica interiore e non per andare alle Bahamas…L’altra chiave è la conoscenza. Ma davvero sattvica è la conoscenza che ci parla della trascendenza; come ogni aspetto materiale anche la conoscenza è influenzata dai tre guna. I testi vedici ci offrono questa conoscenza, ma se la nostra mente è poco sattvica comprenderà ben poco di queste leggi…La Bhagavad-Gītā ci indica come coltivare il Sattvaguna:

“ L’azione dettata dal dovere e compiuta senza attaccamento, senza attrazione e repulsione, e senza desiderio per i frutti che ne derivano, è influenzata dal Sattva. […] chi compie il proprio dovere…con grande determinazione ed entusiasmo, impassibile nel successo o nel fallimento, è una persona situata nel Sattva. […] Anche il cibo preferito da ogni persona appartiene a tre categorie che corrispondono alle tre influenze della natura materiale. […] I cibi graditi a coloro che sono situati nel Sattva accrescono la durata della vita, purificano l’esistenza e danno forza, salute, felicità e soddisfazione. Questi alimenti sono succosi, grassi, sani e graditi al cuore.”

Dobbiamo esaminare due aspetti: l’azione e il cibo. Ciò che manifestiamo e ciò che accogliamo determina il guna che ci influenzerà maggiormente. Se ci accorgiamo di non compiere le nostre azioni nella modalità indicata dalla Bhagavad-Gītā allora il Sattva è poco presente; ma come è possibile modificare le nostre azioni se sono proprio influenzate da altri guna? Abbiamo due possibilità: cercare la compagnia di persone sattviche o sforzarci di agire in modo diverso, diventando consapevoli delle nostre azioni meccaniche. Ogni tipo di yoga si basa su uno sforzo cosciente. Perché, altrimenti, Krishna starebbe trasmettendo questo sapere esoterico? Se non avessimo la possibilità di osservarci e di correggerci la conoscenza non avrebbe alcun valore. Vivere secondo questo sforzo viene indicato in sanscrito col termine Sadhana. Chi ha voglia di alzarsi alle tre del mattino per fare una doccia, recitare dei mantra e leggere la  Bhagavad-Gītā? Eppure quante persone fanno sforzi ancora più grandi per poter godere di piaceri effimeri o per denaro? Qui si inserisce il tema del libero arbitrio. Una volta ricevuta la conoscenza esoterica la coscienza può scegliere; già il semplice fatto di leggere o ascoltare questa conoscenza purifica la nostra coscienza, mettendola in grado di scegliere. Anche se siamo costantemente sotto l’influenza dei tre guna ad ogni istante la nostra natura trascendente si può manifestare. Come scriveva giustamente Schopenhauer (che aveva ben meditato sulla Bhagavad-Gītā):

“  La libertà dunque non è eliminata dal mio discorso, ma soltanto spostata, cioè portata dal territorio delle singole azioni, dove sappiamo che non la si può incontrare, più in alto, in una regione superiore, ma non facilmente accessibile alla nostra conoscenza, il che vuol dire che è trascendentale.”  Schopenhauer aveva compreso, anche grazie allo studio dei testi vedici, che la coscienza, l’essere-in-sé, ciò che è supera il mondo fenomenico, è libero, incondizionato; ma questa libertà si esprime nel mondo fenomenico attraverso il desiderio, che il filosofo chiamava Volontà. Il nostro desiderio è sempre libero ed è in base ad esso che la scintilla d’energia, la Jiva, si è ritrovata a dover seguire gli ordini dei guna. Ma nell’istante in cui il desiderio dell’anima cambia direzione anche i guna iniziano a trasformarsi. Certo, il mutamento dipende dal livello di coscienza della persona e dall’intensità del desiderio. Può esserci un cambiamento radicale o graduale. La storia di ogni essere umano ci mostra tanti esempi di questi mutamenti. In ambito religioso, e non solo, si parla di conversione. William James ha notato in proposito:

“ Le conversioni, sia politiche o scientifiche o filosofiche o religiose, sono uno degli altri modi coi quali le energie prigioniere vengono messe in libertà.  Esse unificano e mettono un termine ad antiche interferenze mentali. Il risultato è la libertà…”  Questo accade proprio perché vi è una irruzione di un’energia libera in una dimensione determinata, fenomenica. Abbiamo già visto che questa energia è l’anima stessa, la Jivashakti, la vera fonte della nostra coscienza, ciò che noi siamo realmente e ontologicamente. La coscienza (sempre libera però immersa nel sogno dei guna) si manifesta attraverso la mente nel cervello e modifica la direzione che il guna predominante stava svolgendo. Ormai vi sono nuovi studi e nuovi paradigmi scientifici che dimostrano l’esistenza di una coscienza autonoma rispetto alla materialità del cervello. Gli studi del premio Nobel  Sir John Eccles, sulle sinapsi, hanno portato a queste conclusioni scientifiche: “L’ipotesi interazionistica ecclesiana si fonda sul concetto secondo cui tutti gli eventi mentali e le esperienze rappresentano combinazioni di eventi mentali unitari chiamati psiconi. […] L’interazione reciproca tra mente e cervello sarebbe dunque caratterizzata da un’interazione che si svolge in modo unitario tra uno psicone ed un dendrone che gli corrisponde. […] Secondo Eccles, gli psiconi avrebbero vita autonoma in un loro mondo: il mondo degli psiconi, cioè il mondo dell’Io.”

  Uno dei massimi fisici del mondo, Roger Penrose, ritiene che la coscienza non sia riducibile a dei semplici meccanismi elettrici e chimici del cervello; del resto non vi è alcuna prova del fatto che la coscienza sia prodotta dal cervello; cervello e coscienza sono semplicemente concomitanti, come lo sono un’orchestra sinfonica che suona a Parigi e una radio che ne sta trasmettendo il concerto. È per pura ideologia che certi studiosi continuano a credere che la coscienza e l’Io siano dei prodotti della materia; in realtà  altri studi scientifici  affermano:  “I tentativi di riprodurre il tutto artificialmente servendosi dei mezzi classici non hanno mai funzionato. C’è voluto del tempo per risolvere il rompicapo: le proteine approfittano direttamente degli effetti quantistici per compiere attività che risulterebbero altrimenti assolutamente impossibili. In particolare, le proteine si avvantaggiano dell’effetto tunnel.” Inoltre: “Penrose e Hameroff ci dicono che l’origine della coscienza non è nel cervello ma in un ‘mondo assoluto’ come la schiuma quantistica sulla scala di Planck. Non ci sono arrivati facendo speculazioni astratte avulse dal contesto della realtà, ma semplicemente analizzando le funzioni specifiche del cervello e riuscendo a trovare una caratteristica  strutturale – il microtubulo – che trasforma il cervello in una centralina in grado di connettersi con…il mondo delle idee.”  In sostanza la nostra coscienza è libera ma deve avvenire uno sforzo, una sorta di shok perché essa possa intervenire a livello quantistico e modificare i nostri determinismi mentali. È qui che la psicologia è ancora del tutto insoddisfacente e dogmatica; come può la psicologia essere di reale aiuto all’essere umano se non comprende che la coscienza non è il cervello?

Solo grazie a questa comprensione è possibile poi operare sulle relazioni tra mente e cervello. Una coscienza risvegliata dalla conoscenza vedica può decidere se modificare la mente verso il Sattva; ma la modalità che aiuta molto ad acquisire il Sattva è la compagnia di persone sattviche; la nostra mente è influenzabile sotto diversi aspetti, ma è soprattutto l’aspetto sociale che determina la struttura mentale dell’individuo; su questo punto moltissimi studi psicologici e sociologici dimostrano questa verità. Se analizziamo le storie delle grandi conversioni ritroviamo sempre  questi due elementi: l’incontro con una conoscenza superiore o con persone che si trovano ad un livello di coscienza superiore, o entrambe le cose.  Passiamo ora ad un argomento molto importante, purtroppo sottovalutato dalla psicologia odierna, il cibo. In realtà nella cultura vedica viene considerato alimento tutto ciò che entra a contatto con i nostri sensi. Quindi non è cibo solo ciò che ingeriamo, ma anche ciò che vediamo, ciò che ascoltiamo, ciò che tocchiamo e ciò che odoriamo. La visione e l’ascolto sono le due fonti più rilevanti, poiché la mente è molto influenzata dalle immagini e dai suoni.

Quindi quando Krishna tratta di cibi Sattvici fa sì riferimento a ciò che viene cucinato e poi ingerito, ma si riferisce anche a immagini e suoni sattvici. Dato che il cibo solido e liquido viene assunto più di una volta al giorno e tutti i giorni la cultura vedica lo considera giustamente fondamentale. Ciò che mangiamo struttura la nostra mente. Questa nozione è espressa anche nella  Chāndogya Upanişad: “ Il cibo mangiato si divide in tre parti: la parte più grossolana diventa escremento, la parte più sottile diventa corpo, la parte ancora più sottile diventa mente. […] Quando il cibo è puro, c’è purezza della mente.” Ogni contatto con l’energia materiale significa contatto con i guna, con una certa struttura e vibrazione; la vibrazione dei cibi sattvici rende la mente sattvica, come il fuoco rende infuocato tutto ciò con cui viene a contatto.  Quali sono questi cibi? Krishna li ha sinteticamente descritti: sono cibi sani, succosi, adatti alla salute umana. la tradizione dello yoga indica in questo senso l’alimentazione vegetariana come l’alimentazione sattvica; cereali, frutta, verdure, latte portano la mente ad una vibrazione sattvica, pronta per la conoscenza e la felicità. Possiamo già comprendere da ciò i gravi danni che le abitudini non-vegetariane della società moderna apportano alla psiche umana. Oggi diversi studi scientifici stanno avvalorando questa tesi vedica, come le ricerche del dottor Kaplan dell’università canadese di Calgary, che hanno dimostrato quanto un’alimentazione vegetariana sia decisiva per evitare stati depressivi. Infatti vitamine e minerali presenti in frutta e verdura influenzano la mente in modo anti-depressivo, riducendo anche stati d’ansia. Il dottor Eric Brunner ha dichiarato in uno studio pubblicato sul British Journal of Psychiatry che i livelli antiossidanti presenti nella frutta e nella verdura hanno un notevole effetto protettivo nei confronti della depressione.

Krishna indica non solo cibi vegetariani ma cibi sani, naturali. Con le industrie alimentari sono nati cibi con additivi chimici, come i coloranti e i conservanti, i quali hanno un effetto negativo sulla mente, non rientrando nella naturalezza del  Sattva: “I coloranti artificiali per alimenti dovrebbero essere vietati nell’interesse della salute pubblica. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Southampton sostiene che la rimozione di queste sostanze dai cibi farebbe calare i livelli d’iperattività nei bambini piccoli. Il 20 luglio 2010 è entrato in vigore il Regolamento europeo n. 1333/2008, che impone la frase ‘può influire negativamente sull’attività e l’attenzione dei bambini’ sull’etichetta dei prodotti colorati con E102, E104, E110, E122, E124 ed E129”.  La conoscenza vedica possiede da sempre questa conoscenza sottile che ci aiuta a vivere in modo sano; la società moderna, invece, sta sprofondando nella catastrofe e a fatica la ricerca scientifica ritrova quelle verità che la Bhagavad-Gītā trasmette da millenni. Il lettore sa ora come alimentarsi per avere una mente serena e illuminata. Le scritture vediche indicano anche i luoghi sattvici: le foreste, i boschi, la campagna; vivere a contatto con la natura sviluppa il Sattva. Passiamo ora ad analizzare gli altri due guna,  il Rajas e il Tamas.  A proposito del Rajas Krishna dice:

   rajo rāgātmakam viddhi /   trisnā-sanga-samudbhavam / tan nibadhnāti kaunteya / karma-sangena dehinam  (cap. 14, verso 7)

   Sappi che il  Rajas, o figlio di Kunti, è caratterizzato da ardenti passioni; esso è  fonte di bramosia e di attaccamento e lega la coscienza dell’anima ai frutti delle azioni.

  Il Rajas, o rajoguna, è il responsabile delle azioni e riempie il cosmo intero di passione; mentre il sattva garantiva l’equilibrio e l’armonia il rajas è la dimensione dei desideri ardenti, del fuoco inestinguibile  di coloro che vogliono godere dei miraggi del mondo materiale. Quali sono gli effetti di questo guna su coloro che ne sono dominati? È facile intuirlo, ma Krishna così afferma: “…dal rajas si sviluppa l’avidità”  È per questo che le persone rajasiche non potranno mai essere soddisfatte, sempre in ansia per la realizzazione dei propri desideri e mai sazi, anche quando qualcosa di effimero si realizza. In questo stato di coscienza l’anima sperimenta ansia, angoscia e non può di certo dedicarsi alla conoscenza. Ecco perché questo guna non deve mai prevalere. Occorre quindi evitare la compagnia di persone dominate dal Rajas. Anche i luoghi rajasici sono sconsigliati.  Le scritture vediche considerano le città luoghi dove predomina il rajoguna.

Per quanto riguarda il cibo Krishna afferma: “ I cibi troppo amari, troppo aspri, salati, piccanti, pungenti, secchi e bruciati sono preferiti da chi è dominato dal Rajas. Essi generano sofferenza, infelicità e malattia.” Una cucina a base vegetale troppo cotta o troppo salata e piccante è da evitare, poiché aumenta l’aspetto rajasico della nostra mente. È da notare il fatto che ogni guna tende a volerci dominare e cerca di mantenere la propria influenza; più coltiviamo un guna e più sarà difficile sfuggire alla sua influenza; ecco perché una persona dominata da un guna tenderà a ricercare qui cibi e quelle compagnie che lo rinforzano. Ma il guna da abbandonare maggiormente è il Tamas. L’uomo passionale può anche passare con una certa semplicità alla virtù del Sattva, ma colui che è immerso nell’oscurità del Tamas rischia di restarvi per molte vite…Così Krishna descrive il terzo e ultimo guna:

   tamas tu ajñāna-jam viddhi / mohanam sarva-dehinām / pramādālasya-nidrābhis / tan nibadhnāti bharata.

   Sappi, o discendente di Barata, che il Tamas ha origine dall’ignoranza ed è causa di illusione per tutte le anime; esso incatena la coscienza alla follia, alla pigrizia e al sonno.

   Mentre l’essere umano rajasico può ancora intravedere la luce del sattva, l’essere perduto nel tamas rischia di sprofondare nell’oscurità più devastante. Ecco perché una reale conoscenza dei tre guna dovrebbe essere alla base di una società davvero civile; l’influenza del tamas dovrebbe essere evitata il più possibile attraverso una educazione adeguata, ma il problema dalla società moderna consiste proprio nel fatto che essa è dominata proprio dal tamas…Ciò rende questa conoscenza di inestimabile valore. La coscienza intrappolata nella prigione del tamas soffre terribilmente e causa sofferenza a tutti gli altri esseri; l’essere umano, in preda alla follia, alla pigrizia e alla sonnolenza, come può aiutare sé stesso e gli altri.

È da subito chiaro che l’uso di droghe è del tutto tamasico. Eppure la società moderna è molto indulgente (per ovvi interessi economici) verso sostanze come la nicotina, l’alcol, la caffeina, come se si trattasse di mali minori. Ma l’effetto che queste sostanze hanno sul corpo e sulla mente è del tutto tamasico. La Bhagavad-Gītā è molto seria al riguardo, soprattutto quando afferma: “…chi muore sotto l’influenza del tamas rinasce nel regno animale.” A differenza di molte scuole pseudo-spirituali new age che affermano l’impossibilità di regredire in forme animali una volta raggiunta la forma umana, la tradizione vedica afferma invece  che questa possibilità esiste ed è molto probabile in una società come quella moderna. Perché ciò accade? Perché la forma che l’anima assume nella vita successiva incarna perfettamente lo stato di coscienza dominante; se l’essere umano ha scelto di degradarsi riducendo la propria coscienza allo stato tamasico tipico degli animali il karma lo esaudisce. È sempre il nostro desiderio che decide. Se desideriamo regredire torneremo ad assumere la forma di un cane o di una tigre…Ecco perché tutti i saggi autentici affermano in modo perentorio di abbandonare totalmente ogni tipo di influenza tamasica, in particolare quella dei cibi e delle droghe. I cibi tamasici sono così descritti: “ Il cibo cotto più di tre ore prima d’essere consumato, privo di gusto, decomposto e putrido, e il cibo costituito di avanzi e di cose intoccabili, piace a coloro che sono dominati dalla più oscura ignoranza.”

Ecco perché l’alimentazione vegetariana è decisiva per una società etica e sana nel corpo e nella mente, poiché il consumo di carne, pesce e uova è del tutto tamasico. Il verso della Bhagavad-Gītā è molto chiaro, parla esplicitamente di cibi in decomposizione e putridi. Cosa vi è di più decomposto e putrido di un cadavere? Eppure il mondo intero considera, come diceva Plutarco, questi cadaveri dei manicaretti squisiti…È l’influenza del Tamas, dell’ignoranza, che impedisce a molte persone di rendersi conto che stanno mangiando un corpo morto…Non a caso i grandi artisti e i grandi filosofi dell’umanità erano vegetariani, o, come si diceva nell’antichità, pitagorici. Oggi molte ricerche mediche hanno ormai dimostrato che non solo non è necessario per l’essere umano nutrirsi di carne e pesce, ma questi “cibi” producono nell’organismo umano gravissime malattie, come tumori e problemi circolatori e cardiaci.  Ma la conoscenza vedica, sintetizzata nella Bhagavad-Gītā, affermava da millenni: “ Chi rinuncia alla carne e all’alcol, è bene intenzionato, si impegna ed è puro, non soffrirà di pazzia, interna o esterna che sia la causa. Egli conserva le sue facoltà mentali.” Queste parole tramandate dalla medicina āyurvedica si basano sulla conoscenza dei tre guna e sugli effetti che le sostanze tamasiche hanno sul corpo e sulla mente. In un verso dello Srimad-Bhagavatam possiamo leggere:

“ Quando l’influenza dell’ignoranza prevale sulla passione e sulla virtù, copre la coscienza individuale e rende sciocchi e ottusi. Una persona influenzata  dall’ignoranza cade nel lamento e nell’illusione, dorme eccessivamente, nutre false speranze e ha un comportamento violento verso gli altri.”

  Lo stato tamasico è devastante quando diventa lo stato predominante. Ogni Guna cerca d’avere il predominio, ma sta allo sforzo di ogni essere umano coltivare il sattva, evitando così di sprofondare in uno stato di coscienza del tutto oscurato. La famiglia e le scuole dovrebbero essere realtà dove viene sviluppato il guna della virtù, per permettere alla nostra identità spirituale di poter trascendere i vincoli materiali e realizzare, un giorno, la perfetta felicità. Krishna espone anche ad Uddhava la scienza dei tre Guna, e ciò sta a dimostrare l’enorme importanza che questa conoscenza esoterica riveste nell’ambito della vita umana. Mentre gli animali non possono coltivare conoscenza e spiritualità la forma umana offre questa straordinaria possibilità. Non sprechiamola seguendo le abitudini tamasiche di una società che ignora la reali influenze che il mondo materiale esercita sulla nostra psiche. Come disse Srila Prabhupada: “ La natura materiale non ci darà tanto facilmente la libertà.”

La natura materiale è progettata proprio per legarci ad essa, per renderci schiavi. Tutte le tradizioni esoteriche non hanno dubbi al riguardo. Ma questa schiavitù è stata una nostra scelta, così come può essere una nostra scelta uscire spezzare queste catene. La scienza e la pratica della Bhakti può portarci alla libertà. Ma molti hanno il terrore della libertà e preferiscono la sicurezza della schiavitù: schiavitù mentale, fisica, new age…Ma gli antichi alchimisti del Rinascimento sapevano di questa scienza e così indicavano i tre Guna: albedo, rubedo e nigredo. Sono le tre fasi della trasformazione, dall’oscurità del Tamas (nigredo) alla luminosità del Sattva (albedo). La tradizione alchemica  rinascimentale  paragonava i tre stati a tre animali: la fase oscura, il nigredo, al corvo, la fase attiva, il rubedo, alla fenice e la fase luminosa, l’albedo, al cigno.

Il cigno nell’esoterismo vedico è simbolo dell’anima, pura e perfetta, mai contaminata dall’illusione. Non a caso nella dottrina esoterica degli avatara Dio appare anche come cigno, Hamsa, ed illustra la conoscenza più segreta…Ma queste trasformazioni alchemiche hanno un solo scopo supremo: il raggiungimento della pietra filosofale. Si  tratti dell’alchimia cinese, indiana o europea, la ricerca era finalizzata alla realizzazione dell’identità divina del Sé. Ma cos’è questa pietra filosofale? Un testo vedico estremamente esoterico, l’Harinama Cintamani (La pietra filosofale dei Nomi Divini) ce lo rivela: “Il nome di Sri Krishna è la pietra filosofale eterna e trascendente.  La pietra filosofale può garantire ogni oggetto desiderabile.  La pietra filosofale del santo nome di Sri Krishna può dare a un materialista la religiosità, la ricchezza, il piacere dei sensi e la liberazione dal ciclo di nascita e morte. A un amante arreso esso offre il puro amore estatico per Krishna. Sri Krishna e il suo santo nome sono identici…”

Il canto dei nomi di Dio rappresenta dunque la vera pietra filosofale, in grado di soddisfare ogni desiderio, poiché, come indicano tutte le tradizioni mistiche, l’Assoluto vuole soddisfare i desideri dell’anima; se i desideri saranno materiali la pratica mistica del canto del nome produrrà esiti materiali, se il desiderio è spirituale il risultato sarà l’estasi eterna…Non a caso questa è la pratica che troviamo in varie tradizioni esoteriche. I Sufi affermano: “Egli mostra […] con l’esistenza dei Suoi Nomi l’esistenza dei Suoi attributi…[…] Non c’è ricordo esteriore del Nome, se non dall’intimo della contemplazione e della meditazione.” La scienza dei Nomi di Dio è la scienza spirituale più nascosta e il canto del Nome è strumento esteriore affinché il ricordo del Nome diventi il battito stesso del cuore del mistico, come espresso nei Racconti di un pellegrino russo.  A questo punto lo studio termina ed inizia il cammino…

Valentino Bellucci

 

Posted on Lascia un commento

LA FILOSOFIA ERMETICA

 

The Kybalion foto 2

Le dottrine ermetiche che, per secoli, hanno lasciato la loro impronta nel pensiero filosofico dei popoli di tutto il mondo, hanno la loro radice nell’antico Egitto. Ivi, tra Piramide e Sfinge, nacquero le Dottrine Mistiche della Sapienza Eterna, dalle cui fondamenta mosse ogni altro insegnamento, proveniente dall’India, dalla Persia, dalla Caldea, dalla Media, dalla Cina, dal Giappone, dall’antica Grecia e da Roma. Tutti si nutrirono del frutto del sapere, che i grandi maestri di Egitto avevano accumulato per millenni per coloro che erano in grado di comprenderlo.

Dall’epoca del grande Ermete nessun sapiente è riuscito a raggiungere le vette della saggezza dei maestri dell’antico Egitto, dove si trovava la grande Loggia delle Logge della Mistica. E’ da quel sacro tempio che giunsero i neofiti, che poi, divisi in gerofanti, maestri e adepti, vagarono nel mondo portando con se tutto il retaggio della ‘Sapienza occulta; pronti a renderne partecipi tutti coloro che erano pronti a riceverlo. Ad essi e ai loro meriti si rivolge, tuttora con riverenza, ogni studioso di scienze occulte. Ma, sebbene i maestri dell’antico Egitto fossero grandi, uno solo d’essi meritò l’appellativo di « Maestro dei Maestri ».

The kybalion foto 1

La sua memoria si perde nella notte dei tempi; pare fosse il padre della scienza occulta, come anche fondatore dell’astrologia e dell’alchimia. Dato l’enorme numero di secoli trascorsi, non si conosce con esattezza la sua vita, anche se parecchi paesi, già da migliaia di anni, si contendono il privilegio d’avergli dato i natali. La sua ultima incarnazione sembra essere avvenuta in Egitto, in data fissata da secoli dalle più remote dinastie di quel paese, assai prima della venuta di Mosé. ‘Da fonti attendibili, risulta poi essere Stato contemporaneo di Abramo, di cui forse fu maestro. Secondo la tradizione, la sua esistenza terrena fu di trecento anni, poi passò ad altro piano di vita e fu deificato: divenne così il dio Thoth, ripreso poi dai greci, tra le altre deità, come Ermete, dio della saggezza.

Quanto agli egiziani, per secoli, lo adorarono chiamandolo « Scriba degli Dei » e restituendogli il titolo di «Trismegisto» o « Tre volte eccelso » o «Il Grande dei Grandi». Il suo nome fu sinonimo, presso ogni popolo, di « Fonte di Saggezza». Se riguardiamo un attimo il nostro linguaggio potremo notare che e’ tuttora in uso il termine « ermetico » a indicare cosa Segreta, nascosta, derivando dalla Segretezza usata dai Seguaci di Ermete nella divulgazione dei loro insegnamenti.

Fu loro premura non « gettare le perle ai pali », ma osservare la regola: « latte ai bimbi, carne all’uomo forte » massime, del resto, ben note ai lettori delle Sacre Scritture Cristiane; già in uso parecchi secoli prima. E’ questa una Sua riservatezza la caratteristica, tutt’oggi più saliente, della dottrina ermetica. Essa, pur diffondendosi in ogni paese o religione, non ne prese nessuno come fissa dimora, dato il pericolo, espresso dai primi Maestri, di cristallizzarla in un credo fisso; consiglio ben saggio se si guarda all’antico occultismo Indo e Persiano, che s’imbastardì e andò quasi completamente distrutto, perché i maestri si trasformarono in preti e mischiarono teologia e filosofia, degenerando nella superstizione e nelle sette religiose.

The Kybalion foto 3
Ne abbiamo un chiaro esempio nell’ermetismo degli Gnostici e dei Primi Cristiani, distrutto con l’avvento di Costantino che confondendo teologia e filosofia soffocò quest’ultima, togliendone la primitiva, più vera sua essenza. Così per secoli, il cristianesimo mosse passi incerti e soltanto oggi si possono notare tentativi di riportarlo all’antica purezza. Pur tuttavia, in ogni secolo, c’è stato qualche fedele che ha tenuto gelosamente in serbo l’antica fiamma evitandone l’estinzione. Ed è grazie ad essi, che l’antica dottrina della Verità non è andata perduta. Essa non fu scritta, è passata di bocca in bocca, dal maestro all’allievo, dall’iniziato al gerofante.

Non appena fu fatto il tentativo di metterla su carta, si trasformò in vaghi termini di alchimia e astrologia comprensibili solo a pochi. Ciò si rese indispensabile onde evitare le sanguinose repressioni compiute dai teologi medievali che l’osteggiarono con roghi, torture e con la croce. Purtroppo, sebbene la filosofia ermetica sia l’unica chiave capace di schiudere i segreti dell’insegnamento occulto, anche oggi pochi sono i buoni libri di filosofia tra i tanti scritti. L’antica compilazione dei fondamenti dell’Ermetismo tramandata da maestro a scolaro, prese il nome di « KYBALION» termine di cui si è perso l’esatto significato.

I suoi precetti, trasmessi oralmente attraverso i secoli, non sono altro che una raccolta di massime, incomprensibili alle masse, e chiari solo a quegli studiosi cui erano stati spiegati dagli iniziati. Essi costituiscono « L’Arte dell’Alchimia Ermetica » che contrariamente a quel che si crede, si volge al piano mentale e non a quello materiale, alla trasposizione delle onde mentali in altre specie di vibrazioni e non alla trasmutazione da un metallo ad un altro. Così la famosa leggenda della « Pietra filosofale » con cui si tramutano i metalli in oro, non è altro che una allegoria ben chiara ai veri studiosi di ermetismo.

Dal Kybalion