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L’Antico Egitto – Tra misteri e scoperte

Sabato 12 Ottobre 2019 a Cavriglia (Ar)

Una giornata interamente dedicata all’Egitto:
“L’Antico Egitto: tra misteri e scoperte”
ospite lo scrittore inglese best-seller Adrian Gilbert.

Mattino: ore 9.00 Auditorium del Museo Mine a Castelnuovo dei Sabbioni incontro riservato ai ragazzi delle scuole
Programma:
– Saluti istituazionali dell’Amministrazione Comunale
– Introduzione all’Antico Egitto a cura di Leonardo Lovari
– “Piramidi, geometria e connessioni stellari” di Adrian Gilbert

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Pomeriggio: ore 18.00 Teatro Comunale di Cavriglia (Piazza Berlinguer) incontro pubblico gratuito e aperto a tutti.
Il programma:
– Saluti istituazionali dell’Amministrazione Comunale
– Presentazione Harmakis Edizioni e la Stele del Sogno a cura di Leonardo Lovari
– “Osiride, Stelle, Piramidi e resurrezione” di Adrian Gilbert

Ingresso Gratutito

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Kabbalah e i Quattro Mondi

Non siamo solo esseri fisici ma esistiamo su molti livelli diversi. Sebbene potremmo non essere consapevoli di questo fatto, quando pensiamo a questo, sappiamo che è vero. Che non siamo solo corpo fisico è qualcosa che può essere facilmente compreso e visto. In tempi di crisi o sotto l’influenza di alcune droghe (sia legali che illegali) potremmo trovarci in uno stato in cui siamo dissociati non solo dal nostro corpo ma anche dalle nostre menti. In questo stato, simile per certi aspetti a quello che si può ottenere attraverso la pratica dello yoga, ci troviamo a “guardare” ciò che sta accadendo al nostro corpo e alla nostra mente dalla prospettiva di uno spettatore.

A condizione che non sia troppo sfruttato, l’intossicazione da alcol può avere l’effetto di produrre un tale distacco. In effetti, mi sembra probabile che nella chiesa primitiva, la scuola esoterica originariamente fondata da Gesù, il vino fosse usato per produrre proprio questo stato di autoosservazione.

Ci sono quattro mondi che si compenetrano l’un l’altro. Questi possono essere illustrati dal seguente diagramma:

Da tempo immemorabile è stato compreso che l’uomo è un essere che ha il potenziale per esistere all’interno di molteplici “mondi”. Non è tanto il fatto che dopo la morte andiamo in qualche altro mondo o luogo, sia esso il paradiso o l’inferno, ma che smettiamo di essere ancorati nel fisico. Essere presenti nel fisico richiede che noi possediamo un corpo fisico e quando questo muore ci separiamo da esso, come se fossimo in un sogno.

Il secondo mondo viene solitamente chiamato piano astrale o astrale. Se pensiamo a tutto ciò, è come un regno di fantasmi o di entità elementari che possiamo contattare tramite medium o canalizzazione. Questa, tuttavia, è una distorsione. In realtà siamo sempre in contatto con questo “mondo”. Esistiamo al suo interno così come facciamo nel mondo materiale, ma per lo più non ne siamo consapevoli. Questo è il mondo della nostra psiche e le sue caratteristiche principali sono il desiderio. È perché abbiamo una psiche che siamo attratti da certe cose e respinti da altre. I nostri desideri sono che che alimenta le nostre ambizioni. È chiamato il mondo “astrale” perché la natura dei desideri che sentiamo è governata dai pianeti, in particolare da quelli che stavano sorgendo o culminando al momento della nostra nascita. I pianeti ci danno il nostro carattere, cioè che tipo di persona siamo. I nostri punti di forza (e le relative debolezze) sono determinati dalla nostra natura astrale. Ad esempio quelli con Marte prominenti alla nascita avranno una propensione alla rabbia e resistenza. I venusiani possono essere gentili, ma sono anche inclini alla pigrizia. I solariani possono essere leader naturali ma possono anche essere arroganti ed egoisti … e così via.

Gran parte del nostro lavoro in termini di autosviluppo consiste nel venire a patti con la nostra natura astrale. Per conoscerti devi conoscere sia i tuoi punti di forza che i tuoi punti deboli. I due sono quasi sempre lati opposti della stessa moneta.

Al di là del regno del mondo astrale si trova quello che viene solitamente definito il Mondo Mentale. Questo è il mondo delle idee o delle astrazioni e lo abitiamo anche noi. Abbiamo accesso a questo mondo attraverso le nostre menti anche se le nostre percezioni di questo sono in generale un debole riflesso della sua vera natura. La vera caratteristica di questo mondo è la coscienza in contrasto con lo stato di sogno in cui ci troviamo normalmente. Questo è qualcosa che per noi è molto difficile da comprendere se non per analogia. La nostra vita ordinaria è come un videogioco in cui viviamo. Ci identifichiamo con i personaggi (ce ne sono sempre più di uno) che giochiamo in questo gioco: manager, padre, amante, politico o altro. Interagiamo l’uno con l’altro all’interno dei mondi “matrice” dell’astrale e del fisico, convinti che questa sia la realtà. Effettivamente questa vita (e anche la vita dopo l’astrale) è solo un gioco un’ombra.

Attraverso le nostre menti possiamo scoprirlo ma non è qualcosa che possiamo controllare dai piani astrale o fisico. Le nostre menti, tuttavia, cercano sempre di influenzarci per soddisfare ciò che generalmente viene definito come il nostro destino personale. Questo, tuttavia, è un argomento importante che va ben oltre questa breve introduzione.

Il più alto dei quattro mondi è ancora più difficile da comprendere per noi, poiché trascende persino la nostra coscienza risvegliata. Tutto ciò che possiamo veramente dire è che è la fonte del vero amore, che non è affatto la stessa cosa del desiderio del sesso, che proviene dal livello astrale del nostro essere. Il livello più alto del nostro essere appartiene a questo mondo e ci dà il nostro desiderio di tornare lì, tuttavia per farlo dobbiamo sacrificare tutto ciò che pensiamo di essere. Questo è estremamente difficile da fare. Tuttavia a volte capita di intravedere questo mondo sotto forma di esperienze trascendenti. In questi momenti sappiamo che la nostra vera essenza è divina e non il sé condizionato con cui ci identifichiamo normalmente.

La conoscenza dei quattro mondi è la base dell’insegnamento mistico ebraico chiamato Kabbalah. La prima esposizione di questo sistema di idee (II o III secolo d.C.) si trova in un libro chiamato Sepher Yetzirah. Contiene le seguenti parole:

“Yah, il Signore degli eserciti, il Dio vivente, il Re dell’Universo, Onnipotente, Tutto-Gentile e Misericordioso, Supremo ed Esaltato, che è Sublime e Santissimo, ordinato e creato l’Universo in trentadue misteriosi sentieri di saggezza da tre Sepharim, vale a dire: 1) S’for; 2) Sippur; 3) Sapher che sono in Lui uno e lo stesso. Consistono in un decennio dal nulla e da ventidue lettere fondamentali … L’apparizione delle dieci sfere dal nulla è come un lampo, senza fine, la sua parola è in loro, quando vanno e ritornano; corrono per il Suo ordine come un turbine e si umiliano davanti al suo trono. “

Per comprendere queste affermazioni, i Kabbalisti svilupparono il diagramma dell'”Albero della vita”: una rappresentazione di sfere (sephirot) collegate da percorsi. Il posizionamento delle sfere è determinato dalla geometria sacra, in particolare la sovrapposizione di cerchi disegnati utilizzando un raggio comune. Il Primum mobile è la sfera invisibile, ipotetica oltre quella dello zodiaco. Possiamo pensare ad esso come al livello della via lattea, che si connette allo zodiaco nei punti di incrocio del cielo che chiamiamo le porte stellari. Sotto lo zodiaco o la sfera delle stelle fisse c’è la sfera di Saturno, che per quanto gli antichi sapevano era il pianeta più esterno. Da qui il lampo procede da una sfera all’altra fino a raggiungere la sfera terrena nella parte inferiore del diagramma.

Questo diagramma è adeguato per spiegare la discesa del potere attraverso le sfere discendenti della creazione astrale e ha molto in comune con la teoria delle ottave di Gurdjieff. Tuttavia, per i kabbalisti il ​​diagramma in questa forma semplificata non va abbastanza lontano. Per essere di maggior uso deve essere ulteriormente elaborato con percorsi. Arriviamo quindi allo schema seguente.

Questo diagramma sembra molto strano all’inizio e non terribilmente logico. Tuttavia, diventa molto più chiaro una volta ricordato che è destinato a mostrare la relazione tra mondi diversi. Vediamo quindi che il posizionamento delle sfere o “sephirot” per dare loro il loro nome ebraico, deriva dall’intersezione e dai punti centrali di sfere più grandi che rappresentano il mondo diverso.

Perché abbia successo, il lavoro di autosviluppo deve svolgersi attraverso i mondi. Per questo motivo la facoltà è divisa in quattro parti. Materiale appropriato sarà pubblicato in ciascuna parte con rilevanza per il particolare mondo in questione. Questo inizierà con ciò che ci è più familiare: il mondo materiale. Più saranno scritti sull’albero della vita stesso in altre lezioni sulla facoltà di Ermetismo.

Adrian Gilbert

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I Custodi del Graal

In seguito alla presa di Gerusalemme nel 1099, vi fu un gran discutere su come la Città Santa dovesse essere amministrata. Dopo molte riflessioni, si decise di offrire la corona al duca della Bassa Lorena, Goffredo, il quale possedeva sia le necessarie credenziali aristocratiche che la volontà di rimanere in Terra Santa sebbene la maggior parte degli altri nobili fosse ritornata in Europa. Pur accettando l’incarico, Goffredo rifiutò la consacrazione come sovrano, preferendo assumere solo il titolo di Advocatus Sancti Sepulchri, “Difensore del Santo Sepolcro”: considerata l’opposizione della Chiesa agli incarichi secolari che fossero superiori a quelli ecclesiastici, questa era sicuramente una mossa avveduta. Tuttavia il suo regno, che fu caratterizzato da una certa debolezza sia nei confronti
della Chiesa che di potenti vassalli come Tancredi, non durò a lungo. Il 18 luglio 1100, a quasi un anno esatto dalla presa di Gerusalemme, Goffredo morì, probabilmente di febbre tifoidea.

Ancora una volta il trono rimase vacante e presto fu chiaro che vi era un solo uomo in grado di occuparlo: Baldovino, fratello di Goffredo. Questi, diversamente dal fratello, non si dimostrò restio ad accettare la sacra corona, che
molti ritenevano spettasse solo a Cristo, e l’11 novembre fu consacrato re di Gerusalemme, mentre la sua contea di Edessa passava al cugino Baldovino di Le Bourg. Probabilmente il nuovo re fu sorpreso quanto chiunque altro del destino che gli veniva riservato, sebbene non fosse del tutto immeritato.

Baldovino cercò subito di rafforzare alla base quel regno che soffriva – e in un certo senso ne avrebbe sofferto per tutta la sua esistenza – della scarsità di forze militari. I crociati erano pronti a recarsi in Oriente e anche a morire nel nome di Cristo, se fosse stato necessario, ma solo pochi erano disposti a rimanervi per tutta la vita. Era necessario trovare il modo di ovviare a questo inconveniente e la soluzione sembrò l’istituzione del primo ordine militare di cavalieri: i Templari. Baldovino morì il 2 aprile 1118 e gli succedette il cugino Baldovino il, che al pari di lui aveva svolto una sorta di apprendistato come conte di Edessa.

Un certo Hugues de Payen, un nobile della Champagne, si presentò a Baldovino il subito dopo la sua incoronazione e discusse con lui dell’istituzione dell’Ordine, inizialmente chiamato dei “Poveri Cavalieri di Cristo”. Sebbene l’Ordine fosse destinato a espandersi con il tempo e a diventare il più grande e il più ricco d’Europa, inizialmente era composto da nove cavalieri soltanto, che tali rimasero per nove anni. Baldovino consentì loro l’uso della moschea di Al Aqsa sul monte del tempio a Gerusalemme come quartier generale, un privilegio mai accordato a nessuno. La loro stretta relazione con il monte del tempio è indicata dal fatto che le chiese che costruirono in Europa furono quasi sempre a pianta circolare, su modello della Cupola della Roccia.

Sotto il regno di Baldovino II i Templari prosperarono. Il loro ordine, così come quello dei loro rivali, i Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni, veniva considerato indispensabile per la sicurezza del regno, ma i suoi appartenenti
non avevano alcun obbligo diretto verso il re, poiché i loro Gran Maestri avevano la completa autorità e il comando assoluto riguardo a tutte le questioni operative. In Europa la situazione era identica. Grazie alle donazioni, l’Ordine si arricchì enormemente e divenne un’istituzione internazionale, con interessi nel campo bancario, commerciale, del
turismo, della difesa e in molte altre attività correlate.

Non essendo soggetti alla giurisdizione dei sovrani nazionali, ovviamente suscitarono invidie, soprattutto da parte di Filippo il Bello, re di Francia. Nel 1307, Filippo diede ordine che tutti i Templari del suo regno fossero arrestati
e che le loro terre venissero confiscate a beneficio della corona. Su incitamento di Filippo, il papa diede ordini analoghi alle teste coronate di tutta Europa affinché si comportassero allo stesso modo. Al più debole sospetto,
i Templari venivano immediatamente condannati come eretici e blasfemi. In molti riuscirono a sopravvivere alle torture e alle estorsioni di confessioni a cui furono sottoposti, ma il Gran Maestro Jacques de Molay e il Maestro di Normandia, Geoffrey de Charnay, vennero arsi pubblicamente sul rogo.

Una delle accuse principali che venivano mosse agli appartenenti all’Ordine era che venerassero una strana testa. Nel suo affascinante studio sulla Sindone, Ian Wilson ipotizzò che questa “testa” potesse essere la stessa Sindone, piegata in modo da lasciare visibile solo il volto di Cristo. Sfortunatamente la sua teoria, per certi versi convincente, ha perduto qualsiasi credibilità da quando la Sindone è stata sottoposta al sistema di datazione con la tecnica del carbonio e si è rivelata un falso di epoca medievale. La relazione che Wilson suggerisce tra il Mandilion e i Templari, però, probabilmente non è lontana dal vero. Se uno dei re Baldovino avesse avuto un ritratto di Gesù (un Mandilion) che riteneva autentico, si sarebbe sicuramente preoccupato della sua sicurezza, quindi la creazione di un Ordine di eletti, per molti versi strutturato sul modello dei leggendari Cavalieri del Graal della Tavola Rotonda di re Artù, che svolgessero il compito di custodi di questo tesoro, sarebbe stata decisamente opportuna.

Riflettendo su questa ipotesi, pensai che i Templari, anche se non erano in possesso della Sindone come riteneva
Wilson, dovessero comunque avere una sorta di “Graal” sotto forma del Mandilion. Incominciavo a capire che il vero arcano che circondava la leggenda del Graal, per lo meno nella forma conosciuta nella Francia e nella Germania del Medioevo, aveva poco a che fare con il britannico re Artù, ma derivava dalle tradizioni gnostiche cristiane, ancora vive nel Vicino Oriente ai tempi della prima crociata. E possibile, dunque, che qualcuno dei crociati fosse venuto a contatto con esse nel corso di quell’impresa. La storia della ricerca dei cavalieri, come quella dei Magi, divenne quindi un pretesto per il passaggio di dottrine mistiche e segrete da Oriente a Occidente. Antiochia, dove la Lancia di Longino fu ritrovata da Pietro Bartolomeo, era una delle località nelle quali queste idee avevano avuto origine, ma verso la fine dell’XI secolo era la Mesopotamia settentrionale il luogo in cui erano ancora particolarmente vive. Anche quando le terre d’Oriente passarono sotto autorità politiche e religiose diverse, certi elementi del cristianesimo gnostico sopravvissero.

Nei monasteri vetusti, nelle grotte e nelle valli abbandonate, alcuni uomini continuavano a compiere atti di devozione secondo le usanze dei tempi andati e a mantenere qualche contatto con la gnosi. Pare che fu proprio con un gruppo di queste persone, discendenti di un antico ordine chiamato confraternita dei sarmung, che Gurdjieff venne a contatto nella regione di Nusaybin (Nisibis) tra il 1880 e il 1900. Possedevo
ormai le prove che certi misteri potevano essere stati tramandati all’Occidente, quando mi furono mostrate alcune monete di Edessa risalenti ai tempi dei romani. Come scoprii in seguito, quelle monete indicavano che qualcuno era ancora a conoscenza delle religioni astrali della zona molto tempo dopo l’avvento del cristianesimo. Forse ero
sulle tracce della dimenticata “scuola dei persiani”.

 

Adrian Gilbert

 

Tratto da: I Magi di Adrian Gilbert – Harmakis Edizioni

Acquista il libro: http://www.harmakisedizioni.org/?product=magi-custodi-della-segreta-saggezza

 

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I Magi

 

I MAGI 500

Nel corso della storia vi è stata una convinzione che in qualche parte del mondo (molto probabilmente in Oriente), esiste una confraternita, o un ordine di iniziati, che segretamente voleva guidare il destino dell’umanità. Verso la fine del secolo scorso, un certo numero di intrepidi esploratori, per lo più russi e tra questi, esoteristi ben noti come Madame H.P.Blavatsky, Alexandra David-Neale, P.D. Ouspensky e G.I.Gurdjieff, hanno perlustrato l’Oriente alla ricerca di questi “Maestri di Saggezza”.

Nel 1972, a seguito di un pellegrinaggio in bicicletta a Betlemme, Adrian Gilbert iniziò a cercare i maestri. Era convinto che la scuola segreta, se davvero esistesse, fosse in qualche modo connessa con la storia dei Magi in visita all’inizio del Vangelo di San Matteo. Era sicuro che questo episodio apparentemente banale per quanto riguarda i re e i doni di oro, incenso e mirra, se fsse solo adeguatamente compreso, era altamente significativo.

G.I.Gurdjieff che venne in Occidente nel 1920 e che aprì una scuola esoterica misteriosa in Francia, ha affermato di aver rintracciato un’organizzazione segreta e molto antica chiamata “Fratellanza Sarmoung”. Facendo seguito a indizi che ha lasciato nel suo lavoro semi-autobiografico: “Incontri con uomini straordinari”, Gilbert accerta , che c’era sostanza su questa storia della fratellanza, e fu probabilmente l’ultimo residuo di una scuola gnostico Cristiana, che una volta fiorì in Mesopotamia settentrionale .

The heads from the hierothesion of Antiochus Epiphanes of Commagene

Trovò tracce di questa scuola perduta, che sembra essere stata fiorente all’epoca di Cristo, nel sud-est della Turchia in un luogo chiamato Commagene. Ci sono prove dell’esistenza nella forma di monumenti costruiti da un re chiamato Antioco I Epifane. Gilbert ritiene che questo re minore era strettamente legato alla confraternita Sarmoung del suo tempo ( c.70-30 a.C.) I monumenti lasciati sparsi nel suo piccolo regno sull’Eufrate superiore indicano il suo interesse per il simbolismo del Leone (Leo).

(Stele del Leone di Commagene)

Atela of the Lion horoscope at Arsameia

Il monumento funerario di Antioco presso  Nimrod presenta questa incredibile stele che è il più antico oroscopo conosciuto sulla terra. Essa mostra che conosceva molto bene l’astrologia e la tradizione ermetica. In realtà da una data astronomica (6 luglio 62 a.C.), che Gilbert crede si riferisca alla sua iniziazione, quando ricevette il titolo “Epifane”. Altrove nel suo regno, ad Arsameia la capitale invernale, vi è condotto misterioso. Gli archeologi sono stati a lungo perplessi per questo, ma Gilbert ha scoperto, che anche questo fu destinato a dare due date significative, tra cui la “il compleanno Reale” dei Re di Commagene (28 luglio).

Shaft at Arsameia

Il condotto è lungo circa 158 metri e si affaccia ad ovest. Utilizzando un programma per computer per eseguire il tracciamento del cielo nel c.62 a.C., si può vedere che esso, sarebbe stato illuminato dal sole, esattamente due giorni nel corso dell’anno. Questo sarebbe stato nel pomeriggio, quando il sole era in congiunzione con la stella Regolo in Leone e l’altro quando era in posizione “stretta di mano” sopra la mano tesa di Orione.

Hercules shakes hand of the king

Queste due date significative Gilbert, segnalavano il compleanno reale compleanno dei re e la data corretta per la sua anima a salire di nuovo alle stelle. Il collegamento con Orione, sembra essere indicato da un enorme stele del re che stringe la mano a “Ercole” un dio che fu trasformato in una costellazione e che sembra essere stato originariamente identificato con Orione il cacciatore. 

Gilbert ha anche trovato altre prove presso la città di Edessa (ora chiamata Sanliurfa) per un incredibile culto astrologico basato sui movimenti di Orione e collegati con i profeti dell’Antico Testamento.

Questa città erano famosa nei primi tempi del Cristianesimo per le sue scuole di apprendimento, nonché per alcune sacre reliquie lì conservate. Fu ancora una volta una volta importante nei primi anni delle crociate, mentre la sua caduta da parte degli eserciti musulmani, prima di prima Zengi nel 1145 e poi suo di suo figlio Nuraddin nel 1146, scatenarono la seconda crociata.

Mettendo insieme altri pezzi di prova, e ulteriori ricerche “sul campo”, Gilbert ha trovato tracce che legano questa confraternità perduta con la storia dei Magi nel Vangelo di Matteo. L’evidenza suggerisce che i Magi aspettavano la nascita di un re / Messia non nel nostro cosiddetto giorno di Natale del 25 dicembre, (che è in ogni caso sulla base della vecchia festa pagana della nascita di Mitra), ma il 29 luglio 7 a.C. In questo giorno c’era una configurazione speciale nel cielo. Ogni anno, in quel momento il sole si alzava nella posizione del “compleanno del re”: in congiunzione con il “Piccolo Re” o “Cuor di Leone”con  stella di Regolo nel Leone. Allo stesso tempo, appena prima dell’alba, Sirio, la stella più luminosa del cielo, farebbe la sua apparizione dopo un periodo di invisibilità. Secondo la mitologia Egizia, Sirio era la stella della dea Iside. La sua ricomparsa rappresentava la dea che esce dal confinamento per partorire, all’alba suo figlio Horus, rappresentato dal Sole in congiunzione con Regolo.

Occhio di Horus
Occhio di Horus

La mitologia sulla base di questa disposizione delle stelle, fu Cristianizzata dalla chiesa primitiva in modo che Sirio rappresentasse Maria dando alla luce non Horus, ma il proprio figlio, Gesù, simboleggiato come il sole raggiante. Altre stelle visibili all’alba di quel giorno sono significative. Orione, che in Egitto rappresentava Osiride, la consorte di Iside divenne ora Giuseppe. La stella Procione, che come Sirio sorge dopo Orione, era probabilmente rappresentata dalla sorella di Iside, Nefti. Diventata ora la ‘ levatrice ‘, che compare anche in alcune delle storie della Natività.

La stabilità è rappresentata dallo zodiaco: un luogo di animali. Visibili in esso, il bue (Toro) e  la pecora (Ariete). La mangiatoia in cui nacque il bambino Gesù è il luogo in cui gli animali ottengono il cibo. In ebraico significa ‘Betlemme’ “posto del pane”. Fu, anche una città nella provincia di Giuda, della tribù dei Leoni di Israele, ed è quindi rappresentata dalla stella Regolo nella costellazione del Leone o leone. Il sole congiunto a Regolo è quindi il simbolo di Gesù nella mangiatoia.

I tre pastori sono simboleggiati nel cielo. Sono stelle che “aprono la strada” e sono rappresentati dalle stelle Procione, Castore e Polluce, che tutte si alzano prima di Sirio e, quindi, come pastori, guidano il sole che nasce.

I tre re sono qualcosa di diverso. Gilbert è convinto che la “Stella dei Magi”, che presumibilmente li ha guidati alla stalla di Betlemme, fu davvero la grande congiunzione dei due grandi pianeti Giove e Saturno. Questa congiunzione è durata per diversi mesi e ha avuto luogo in Pesci, il segno dei Pesci, simbolizza il Cristianeso e l’allora nuova era. Il 28 Luglio questi pianeti salirebbero fino alle 9,30 di sera e poi, come le stelle più brillanti del cielo, sarebbero visibili fino a poco dopo l’alba. Essi rappresentano due re: Melchiorre (Giove, il re portando oro) e Gaspare (Saturno, il re portando mirra). Questo perché Giove è il pianeta della ricchezza (oro), mentre Saturno si occupa di morte e sepolture, ma anche di longevità. La Mirra fu utilizzata principalmente per la mummificazione ed è quindi emblema di Saturno. Il terzo pianeta era Mercurio, che in quel giorno era il più vicino al Sole Egli è Baldassarre (o Baltazzàr) e il suo nome significa “capo del Signore”. Si alza poco prima del Sole e, come un visir, è in stretto correlazione. Il suo dono era l’incenso, simbolo delle funzioni sacerdotali o magiche. Leggendo correttamente la storia dei Magi in visita nella stalla di Betlemme,  abbiamo l’oroscopo di Gesù.

Le stelle indicano che egli è nato per essere re (come un re Magi di Commagene) e riceve, come tutti noi, i doni appropriati dal pianeta della della sua nascita. Per illustrare tutto quanto sopra Gilbert ha commissionato un quadro ad vecchio amico. Poichè le stelle in questione abbracciano quasi la metà del cielo, hanno dovuto essere compresse, in una proiezione “lente fish-eye”. Tuttavia, se si prende in considerazione la curvatura dell’ orizzonte, questo è il modo in cui sono apparse le stelle. Questa è probabilmente la prima volta che un qualcuno ha tentato di dipingere un’autentica adorazione “stellare corretta” dei Magi. Per maggio chiarezza, abbiamo incluso  sotto una schermata dal programma Skyglobe, mostrando come apparirebbero le stelle e le costellazioni all’alba del 29 luglio 7 a.C.

Star-correct adoration of the Magi

magstarsa    (La ‘Natività Stellare’ nel 29 Luglio 7 a.C. a Betlemme)

Questo libro copre molto più che la storia di Natale, per quanto interessante in quanto si tratta. Esso rivela per la prima volta chi erano veramente i Magi da dove venivano e come la loro conoscenza è stata preservata. Si dà anche un sacco di informazioni riguardanti le cattedrali medievali, la “storia segreta” d’Europa e molto altro ancora “. Tutto questo si basa sulla ricerca seria e scrupolosa. Se siete il tipo di persona che si interessa di misteri, sarete sicuri di trovarlo affascinante.

 

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L’ebraico geroglifico.

ebraico

L’importanza delle radici e la distanza tra l’ebraico del testo sacro e l’ebraico corrente sono indici di una componente geroglifica dell’ebraico antico . Tale componente dovette svilupparsi , con ogni probabilità, durante i quattro secoli dell’esilio di Israele in Egitto ( tra il XVI e il XIII sec. a.C), poi venne dimenticata dopo il ritorno nella terra promessa.In Palestina il modo di pensare connesso alla lingua geroglifica era divenuto inutile e poco pratico.

Il “segreto” delle lingue geroglifiche , consiste nel fatto che :

1) Le lettere delle lingue geroglifiche avessero ciascuna, un valore fonetico e insieme un significato compiuto,

2) Per conoscere davvero una lingua geroglifica bisogna conoscere perfettamente i significati delle lettere, e saperli interpretare, così da avere il senso intero , originario.

In egizio e in ebraico , il senso delle parole erano tre. Un modo per parlare, un modo per significare, e un modo per nascondere i significati. Oggi si indicano in livello letterale, livello figurato, e livello sacro. Il livello letterale era usato nel linguaggio corrente e doveva essere chiaro e oncreto.
Il livello figurato , le parole non indicavano le cose concrete, ma il loro valore metaforico cioè ciò che può rappresentare. Il livello sacro le aprole divenivano realtà del mondo dello spirito e degli Dei. In ebraico , al primo e secondo livello la funzione delle lettere dell’alfabeto è solo fonetica, mentre il terzo livello è quello in cui le lettere mostrano che cosa si nasconda nelle parole.

Così , “luce” in ebraico è ‘aOR: la prima lettera, l’aleph , è il segno della potenza, la lettera O è il segno dell’intelligenza, la lettera R è il segno del movimento. Il significato geroglifico della luce è dunque ” la potenza del comprendere, che ha cominciato a muoversi”. Nelle versioni consuete della Bibbia , le parole e i nomi vengono tradotti solo al primo livello, sporadiche incursioni nel secondo livello, questo perchè sono fatte da traduttori che non conoscevano la componente geroglifica dell’ebraico.

Leonardo Lovari.

Fonti: La creazione dell’Universo – Igor Sibaldi.

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Giacobbe

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La forza naturale dell’ego

Le lezioni che impariamo dalla vita di Giacobbe sono in relazione con la disciplina applicata al credente da parte dello Spirito Santo. E’ questa disciplina che rende possibile a Cristo di rivelarsi nella nostra vita.

Quando fu creato, Adamo aveva per natura una personalità definita cosciente di se stesso, ma non aveva il peccato, non lo conosceva. Possedeva una volontà libera che gli permetteva di agire di sua iniziativa. L’ego era presente, ma non il peccato.

La forza naturale è ciò che riceviamo dalla mano di Dio come Creatore, ci appartiene per il fatto di essere creature viventi e la possiamo usare, quindi, a nostra discrezione.

Forza spirituale è ciò che riceviamo da Dio con un atto di dipendenza volontaria, per grazia.

Quando nasciamo riceviamo sapienza, destrezza, intelletto, eloquenza, sentimenti, coscienza e ciò forma la nostra personalità come uomini. Dopo la caduta il peccato ha preso il controllo della vita di Adamo e così la sua forza naturale si è messa al servizio dello stesso.

Avere una personalità e un individualismo (nel senso di coscienza di se stesso e di capacità di agire di propria iniziativa) fa parte dell’uomo come tale, ma il vivere per se stessi utilizzando questa forza naturale che Dio ci ha dato è il peccato. Gesù non scelse di vivere per se stesso (Giovanni 5:30).

In contrasto con il Signore Gesù, noi possediamo un vecchio uomo, venduto al peccato (Romani 5:14). Questa, però, è solo una parte del problema, perché anche il nostro uomo naturale deve ricevere il trattamento disciplinante di Dio. Noi, infatti, con le capacità naturali di cui disponiamo cerchiamo di piacere a Dio e ci avventuriamo, sempre con le migliori intenzioni del mondo, in azioni che non sono contraddistinte dalle giuste motivazioni. Entrambi questi uomini devono venir annullati e a questo fine Dio ha previsto la croce.

Pur avendo ricevuto Gesù Cristo nel nostro cuore, noi possiamo vivere secondo una nostra concezione di ciò che si può definire spirituale. Possiamo, quindi, fare molte cose buone dal punto di vista umano, costruendo un edificio abbastanza impressionante sul fondamento che è Cristo Gesù, ma può essere visto da Dio come legno, fieno e paglia (1 Corinzi 3:12).

Il problema non è se il lavoro è buono o cattivo, ma chi lo sta facendo.

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Prendiamo ora l’esempio di Giacobbe e come Dio affronta la sua forza naturale, che nel fondo si sforzava per piacere al suo Signore.

La disciplina di Dio nei suoi confronti riguarda il modo come giungere a compiere la sua volontà. Giacobbe sapeva che Dio aveva detto: “Il maggiore servirà il minore” (Genesi 25:23) e pertanto si diede da fare perché ciò avvenisse. Commise, però, l’errore fondamentale di cercare che il fine divino si compisse utilizzando i suoi metodi, i suoi metodi umani.

Dio, non soltanto non tollera il peccato, ma anche l’uomo naturale. Gesù non dipese mai da se stesso nemmeno quando fece del bene.

Noi, per natura, siamo forti, possiamo pensare, pianificare e agire di conseguenza. Per questo Dio deve portarci al punto di essere deboli, cioè praticamente incapaci di pensare, pianificare e agire separati da Lui.

L’uomo naturale non viene perfezionato o completato, ma indebolito e reso impotente giorno dopo giorno. Poco a poco lo Spirito debilita la nostra vita fino al punto di restare, tramite un drastico tocco divino, come morti davanti alla presenza del Signore. E questo perché? Per formare Cristo in noi tramite la disciplina progressiva dello Spirito, che usa a tal fine le circostanze esteriori (Galati 4:19).

In questo modo potremo vivere una vita che è sostanzialmente derivata dalla Sua.

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Se in Isacco vediamo il Cristo impartito ai credenti, in Giacobbe vediamo il Cristo che viene formato in noi, affinché: “la vita che viviamo ora nella carne, la viviamo nella fede nel Figliol di Dio” (Galati 2:20). E ciò per poter manifestare il frutto dello Spirito (Galati 5:22).

Ebrei 12:5-11 ci parla della disciplina del Signore, che ci viene impartita con amore e per il nostro beneficio, affinché possiamo essere partecipi della sua santità, senza sforzo umano.

Il “frutto dello Spirito”, di cui parla Galati 5:22-23, non è un elenco di virtù che lo Spirito ci trasmette, ma frutti naturali, spontanei, del nuovo carattere. L’albero buono dà buoni frutti.

Ciò che Dio desidera oggi è che conosciamo Cristo come la nostra vita e che, quindi, acquisiamo il suo carattere, identificandoci in Lui.

Un credente che è passato per anni di disciplina e di sofferenza sotto la mano di Dio manifesta una profonda somiglianza a Gesù. Non soltanto la sua vita, ma la stessa sostanza del suo carattere diventano l’immagine di Gesù Cristo. Questo credente è stato trattato, manipolato e plasmato dallo Spirito Santo.

Alcuni di noi sono per natura capaci di fare qualsiasi cosa, altri sono impetuosi, pronti ad agire subito per Dio, impazienti davanti a qualsiasi attesa. Pietro era così, ma il Signore agì sulla sua vita, non per migliorarlo, ma per indebolirlo e poter formare in questo modo l’immagine di Gesù in lui. Pietro divenne una persona totalmente nuova.

Solo una persona che ha conosciuto una profonda trasformazione per opera dello Spirito Santo può dire come San Paolo: “Siate miei imitatori, così come io lo sono di Cristo” (1 Corinzi 11:1).

Questa opera di trasformazione è basilare per il cristiano, così come lo ha annunciato lo stesso Gesù: “Andate dunque e fate diventare miei discepoli gli uomini di tutte le nazioni” (Matteo 28:19).

Il credente riceve salvezza, ma questo non è sufficiente, non è la vera meta. Un discepolo, infatti, deve imparare, deve farsi ammaestrare dal suo maestro e la lezione è l’acquisizione del carattere di Gesù.

Per mezzo di molta sofferenza, difficoltà, tristezza e circostanze avverse siamo trasformati in pietre preziose.

Pagato con la sua stessa moneta

Quando incominciamo a guardare Giacobbe scopriamo che la sua storia è molto simile alla nostra.

Prima che Dio inizi a lavorare in noi, tendiamo ad assumere un’attitudine arrogante nei confronti di Giacobbe e a giudicarlo come ostinato e irresponsabile. Quando però incominciamo a riconoscere in noi la carne e la nostra debolezza, cioè la nostra peccaminosità e ostinazione, allora vediamo in noi la sua immagine.

Negli ultimi anni della sua vita, però, vediamo un Giacobbe trasformato in un vaso utile per il proponimento di Dio. Il frutto manifestato in Giacobbe fu il risultato della disciplina dello Spirito in lui, disciplina che venne esercitata per abbattere la sua forza naturale.

Giacobbe è stato un lottatore fin dalla sua nascita (Genesi 25:22-26). Se Isacco, l’erede, ricevette tutto da Dio e non fece nulla di sua iniziativa, Giacobbe elaborò dei piani per gradire Dio, poiché era astuto, abile e si considerava capace di fare qualsiasi cosa. Per natura era un uomo inutile nell’ottica del Signore, pur desiderando di conoscere e mettere in atto la volontà di Dio.

Cercò, infatti, in tutti i modi di rimediare allo svantaggio di essere nato per secondo e di ottenere quella benedizione che Dio gli aveva promesso, ma che apparteneva al primogenito.

Solo la grazia di Dio può aver scelto quest’uomo (Romani 9:11-13), non c’è altra spiegazione. Se Dio inizia un’opera la porta a compimento. Se confidiamo nell’elezione di Dio, cioè se crediamo che è il Signore che mi ha chiamato e non il pastore con il suo sermone o la campagna evangelistica, possiamo riposare in Lui.

Se abbiamo la tendenza a dire: “Sarà difficile che Dio possa operare nella mia vita”, mettiamo allora la nostra fiducia nel Dio di Giacobbe. Prendiamo atto che non fu Giacobbe a scegliere Dio per primo, ma esattamente il contrario, e se riconosciamo la grazia del nostro Signore, saremo liberati da ogni ansia relativamente al nostro rapporto col Padre celeste.

Giacobbe venne a conoscenza del piano di Dio per la sua vita e ne comprese l’importanza, ma cercò di portarlo a compimento con i suoi sforzi. Così, un giorno, fece un patto con Esaù per togliergli la primogenitura (Genesi 25:29-34).

Cercò in questo modo di ottenere quella benedizione che Dio gli aveva promesso, ma usò la sua abilità per raggiungere questo scopo. Nel capitolo 27 della Genesi, Giacobbe perpetra un’ulteriore inganno per ottenere la benedizione che il padre Isacco stava per impartire ad Esaù. Pensò di agire così per permettere alla volontà di Dio di compiersi.

Dal suo punto di vista stava facendo una cosa corretta, ma questo suo ragionamento proveniva dall’uomo naturale. Pensò che Dio non fosse in grado di mantenere la sua promessa e così lo aiutò.

Il nostro uomo naturale utilizza forza e ingenuità umane per compiere la volontà di Dio. Se il trono di Dio sembra essere sul punto di cadere, ecco la nostra mano pronta ad impedirlo. Bisogna fare qualcosa, esclamiamo.

Giacobbe, però, non ottenne altri risultati se non quelli di far sentire Esaù defraudato e di far nascere in lui il desiderio di ucciderlo. Così non gli rimase altro da fare che fuggire lontano.

Non soltanto il peccato presente nell’uomo lo rende incapace di compiere la volontà di Dio, per quanto buone siano le intenzioni del suo cuore, ma il risultato dello sforzo dell’uomo naturale sarà sempre e solo un fallimento.

Giacobbe non aveva ancora imparato ad aspettare in silenzio il Signore (Isaia 43:13), perché in fondo non lo conosceva e di conseguenza non conosceva se stesso. Per questa ragione non riuscì a godere i frutti della benedizione ottenuta con l’inganno, ma, al contrario, questa sua azione provocò la disciplina di Dio nella sua vita.

E fu solo tramite la disciplina che Dio offrì a Giacobbe quella benedizione che lui cercò di ottenere con l’inganno. Il trattamento speciale incominciò per lui a Bet-el (Genesi 28:10-22). Non potendo parlargli direttamente, perché troppo impegnato nel portare a compimento i suoi piani, Dio si rivelò in sogno. Qui gli presenta tutta la benedizione, anche se Giacobbe era ancora l’uomo naturale che conosciamo, astuto e ingegnoso.

Perché Dio gli parlò in questo modo? Forse perché sapeva che Giacobbe, così consacrato a Lui, non sarebbe sfuggito alla sua opera e prima o poi sarebbe diventato un vaso utile. La speranza di Dio nel portare a compimento i suoi piani è riposta in se stesso e non in noi, ecco il perché della sua sicurezza.

In Bet-el, malgrado la condizione spirituale di Giacobbe, Dio non gli rivolge alcuna parola di rimprovero. Non fa menzione di quello che è successo, perché sa che lui era così e non poteva cambiare. Non sarebbe servito a nulla rimproverarlo, né chiedergli di cambiare. Dio stesso lo avrebbe cambiato.

21 anni dopo, di ritorno a Bet-el, Giacobbe era un uomo differente. Ciò che non si ottiene in 10 anni, si otterrà in 20. Dio non ha fretta, per Lui mille anni sono come un giorno e un giorno come mille anni. In questa lunga attesa il Signore non dimenticò mai la sua promessa e il tempo manifestò alla fine la natura e la meta dei suoi piani.

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La promessa rivolta a Giacobbe era maggiore di quella fatta ad Abramo o a Isacco, perché non poneva condizioni. Qualunque fosse la natura di Giacobbe, Dio aveva un piano e lo avrebbe portato a compimento. Lui realizza ciò che si è proposto, anche se in noi non c’è speranza alcuna.

Giacobbe, all’inizio del suo periodo di disciplina, non sembra comprendere ancora il significato della promessa ricevuta. Questa rivelazione non lo ha cambiato affatto. Al risvegliarsi, anzi, sembra quasi essersi dimenticato di ciò che Dio gli aveva detto e sembra percepire solo un sentimento di paura per aver dormito alla Porta del Cielo. La promessa riveste un aspetto secondario, perché in Giacobbe prevale la paura di Dio. La casa di Dio, infatti, è un luogo temibile per coloro che non sono morti alla carne.

Giacobbe, poi, parlò a Dio (Genesi 28:20-21) e manifestò i suoi desideri: cibo e vestiti. Aveva perso di vista il proponimento del suo Signore e si era concentrato sui beni materiali e sulla possibilità di ritornare a casa accanto alla madre che lo amava.

E’ all’ inizio del periodo di disciplina ed è ancora forte. Così fa un contratto con Dio (Genesi 28:22), perché questo era il suo modo di fare.

Arriva ad Haran e incontra Rachele come suo primo parente (Genesi 29:9-11). Non riesce a trattenere le lacrime. Rachele gli ricorda il suo passato e tutto il cammino che ha percorso. Prima di lasciare la sua casa era duro e insensibile e sapeva come trattenere le lacrime, perché confidava in se stesso. Ma adesso non vede una soluzione alla sua situazione e incomincia, forse per la prima volta, a sentirsi debole, indifeso, e piange. La disciplina di Dio incomincia a produrre i primi risultati.

Labano, come Giacobbe, aveva una mente commerciale. Erano alquanto simili i due e ciò creava inevitabilmente delle frizioni tra loro.

Quello che non è stato in grado di compiere Esaù nella vita di Giacobbe, adesso lo compie Labano. Gli fa capire, anche se con una forma cortese, che non poteva vivere gratuitamente in casa sua e così Giacobbe diventa suo servo.

Lo servì per 10 anni per ottenere la mano di sua figlia Rachele, ma Labano lo ingannò e gli diede in sposa l’altra figlia Lea. E’ amaro essere pagati con la stessa moneta!

Lavorò altri 7 anni per avere Rachele e in questo periodo Labano gli cambiò il salario varie volte. Così Giacobbe passò per il fuoco della disciplina, ma il lavoro da compiere nella sua vita era ancora molto lungo. Lui, infatti, cerca di favorire se stesso a spese dello zio, anche se con molta difficoltà perché Labano era della stessa pasta.

Nato Giuseppe pensò di ritornare a casa (Genesi 30:25), ma dovette restare con Labano 20 lunghi anni.

Le circostanze sono ordinate da Dio per il nostro bene e hanno lo scopo di indebolire i punti particolarmente forti della nostra natura. Giacobbe alla fine divenne amabile e cordiale (1 Pietro 1:6-7).

Dio ferisce

Nel Signore siamo ricchi, completi, ma a causa della nostra forza naturale la mano di Dio deve fare in noi un’opera formativa e correttiva.

Non possiamo sfuggire alla disciplina, ma non ci mancherà nemmeno la pienezza del dono divino.

Se c’è differenza nella disciplina è dovuto al fatto che alcuni hanno più di Giacobbe rispetto ad altri.

Nell’eredità entriamo subito dopo aver accettato la rivelazione di Gesù, ma, finché viviamo, la nostra forza naturale ci perseguiterà. Dio, perciò, deve attaccarla sempre e, in certi periodi della nostra vita, in un modo del tutto particolare.

Coloro che non conoscono se stessi, non conoscono Giacobbe. Se dobbiamo comprendere quest’uomo, dovremo renderci conto di come la carne utilizza le nostre risorse per ottenere ciò che desidera.

Dopo tutti quegli anni in casa di Labano, che Dio aveva utilizzato come mezzo di disciplina, Giacobbe non era cambiato. Ingannare, macchinare, fare dei piani era sempre parte del suo carattere.

Dopo 20 anni in casa dello zio e dopo la nascita di Giuseppe, Giacobbe si ricordò della sua casa (Genesi 30:25). Fu allora che per la prima volta in Haran Dio gli parlò (Genesi 31:3,13) e lo preparò alla partenza.

Labano non voleva lasciarlo andare così facilmente, perché, grazie a Giacobbe, la benedizione di Dio era discesa anche su di lui. Partì, allora, segretamente, ma Labano lo inseguì. Dato però che era stato lo stesso Dio a dire a Giacobbe di ritornare alla sua terra, lo protesse.

Quando la prova ha ottenuto il suo scopo, Dio ci lascia andare, ci libera, e nessuno, neanche Labano, ci può fermare.

Giacobbe fa un patto con Labano e poi offre un sacrificio (Genesi 31:54). Quando lasciò la sua casa fu sua madre a ordinarglielo, ma adesso è Dio che gli prospetta il ritorno. Giacobbe ha imparato a riconoscere la voce di Dio. La disciplina non lo ha ancora cambiato molto, ma almeno è cresciuto nel suo desiderio di Dio.

Nei suoi primi anni aveva desiderato il proponimento del Signore solo perché corrispondeva ai suoi stessi desideri. Desiderava, quindi, la volontà di Dio, ma non Dio stesso. Adesso è più attratto dalla sua persona ed è i grado di riconoscerne la voce.

Protetto da Dio, Giacobbe si allontana da Labano (Genesi 31:55 ; 32:2) e gli angeli vengono ad incontrarlo. Dio gli aveva aperto gli occhi per fargli intendere che nello stesso modo lo avrebbe liberato da chiunque altro.

Che condizioni favorevoli! Giacobbe aveva il comandamento, la promessa, la protezione di Dio e anche gli angeli intorno. Tutto ciò doveva essere sufficiente perché qualsiasi individuo potesse confidare totalmente in Dio, ma Giacobbe continua ad essere Giacobbe. La grazia non cambia la carne e così invia un messaggio adulatore e falsamente umile al fratello Esaù (Genesi 32:3-4).

Aveva già dimenticato la chiamata, la grazia, la protezione di Dio. Pensò che le sue parole avrebbero potuto in qualche modo cambiare o addolcire il fratello. Esaù venne al suo incontro con 400 uomini: che intenzioni aveva? Il cuore di Giacobbe si riempì di angoscia. Coloro che pensano e fanno dei piani, invece di credere e confidare, finiscono come Giacobbe, pieni di timore e di angoscia (Genesi 32:7).

Il problema di Giacobbe era sapere cosa fare. Dio lo aveva inviato a Canaan e non poteva tornare in Mesopotamia. Non aveva il coraggio, però, di lasciare totalmente nelle mani di Dio i risultati della sua ubbidienza. Quanti di noi ubbidiscono a Dio da una parte e dall’altra fanno progetti propri. Giacobbe cercò di ubbidire a Dio e nello stesso tempo di sfuggire alla possibile vendetta di suo fratello.

Nel suo timore Giacobbe studiò il da farsi (Genesi 32:7). Cerca di impressionare suo fratello con metodi umani e dimentica la presenza di Dio e degli angeli intorno a lui.

In Genesi 32:9-12 abbiamo la prima vera preghiera di Giacobbe. Nei suoi primi anni formulava dei piani, ma non pregava. Adesso fa entrambe le cose, come se confidare completamente in Dio sarebbe stato troppo superficiale, oltre che rischioso.

Dopo aver pregato, Giacobbe elaborò i suoi piani (Genesi 32:13-18). Mai aveva pensato tanto come in questa occasione. C’era in gioco la sua stessa vita. Guardò a dio, ma poi si preparò minuziosamente per affrontare la situazione. Avrebbe ceduto tutto ad Esaù pur di salvare la propria vita.

Fu in quella notte che Dio lo affrontò. Giacobbe non aveva avuto mai tanta paura come quella notte. Era questione di vita o di morte. Aveva usato tutta la sua intelligenza, tutta la sua forza per affrontare una situazione molto difficile.

A Peniel, dove era rimasto solo, Dio lo affrontò. Lottò con lui tutta la notte e Giacobbe utilizzò tutta la sua forza. L’obiettivo della lotta era di abbattere quest’uomo, per ottenere la sua totale consacrazione, di bloccarlo per impedirgli di muoversi e così cedere al vincitore.

Dice la Bibbia, però, che Dio non riusciva a vincerlo (Genesi 32:25). Giacobbe possedeva una tremenda forza naturale.

Anche quando siamo sconfitti o vediamo la nostra situazione di peccatori, aventi torto, cerchiamo di non accettarla e insistiamo nel nostro modo di essere per vedere se la spuntiamo. Non ci vogliamo arrendere. Pensiamo che forse non abbiamo pianificato le cose abbastanza bene e che la prossima volta ci andrà meglio.

Ma arriva il giorno in cui dobbiamo ammettere la sconfitta, confessando che non sappiamo niente e che non possiamo fare niente. Giacobbe non era ancora giunto a questa esperienza e pensava, in questa occasione specifica, di conoscere bene Esaù (anche più di Dio).

Si rese necessario, allora, qualcosa di più di una semplice disciplina. La disciplina lo aveva portato fino a Peniel, cioè fino al punto in cui Dio ci tocca alla base di noi stessi., ma finché la nostra forza naturale non verrà sconfitta, anche la disciplina ricevuta da Dio può diventare un mezzo per inorgoglirci (Dio si sta occupando di me in un modo particolare).

La lotta è un metodo che Dio usa con noi. Ci indebolisce a tal punto da non avere più la forza di alzarci. Se Dio avesse utilizzato altri metodi, forse ciò avrebbe significato altri 20 anni di lavoro sulla sua persona. Così, non volendo Giacobbe arrendersi, Dio “lo toccò” e con questo tocco ottenne ciò che non avrebbe ottenuto impiegando una grande forza.

I nostri punti forti possono essere di diversa natura rispetto a Giacobbe: ambizione, orgoglio, sentimenti, amor proprio, giustizia propria…, ma per tutti questo “tocco” di Dio produce una crisi definitiva della nostra esperienza.

Che Dio ci apra gli occhi per vedere dove si trova il centro della nostra forza naturale, perché soltanto quando questo sarà toccato potremo dare frutto per il Signore.

Un tocco e Giacobbe restò zoppo. Non poteva più lottare, non aveva più forza. Così disse all’angelo: “Non ti lascerò andare”. Adesso che era così debole, Dio non poteva lasciarlo, perché dipendeva da Lui. E’ quando il nostro muscolo viene slogato che siamo più vicini a Dio. Siamo più forti, quanto più deboli siamo (2 Corinzi 12:10).

E’ la piccola fede che ottiene grandi cose.

Con una grande forza naturale siamo inutili per Dio, ma senza forza alcuna possiamo afferrarci a Lui. Quando ci arrendiamo, sconfitti, ai piedi di Dio, Lui ci considera dei vincitori (Genesi 32:28).

Coloro che sono stati toccati da Dio non sanno ciò che è successo (l’angelo non dice a Giacobbe il suo nome). E’ difficile dare una definizione dell’accaduto, anche perché Dio non vuole che aspettiamo o ci afferriamo a un’esperienza, ma desidera che i nostri occhi rimangano fissi su di Lui e non sull’esperienza.

Giacobbe sapeva soltanto che Dio in qualche maniera lo aveva affrontato e che adesso zoppicava. La sua zoppia ne era l’evidenza, oltre alla sua testimonianza verbale.

Dobbiamo guardare a Dio perché operi nel suo tempo e a modo suo. Il risultato sarà evidente in noi e non ci sarà necessità di parlarne.

Il volto di Dio

Dio non rimproverò mai Giacobbe, ma lo disciplinò. La forza naturale non può essere cambiata con la dottrina, né tanto meno con la legge, ma soltanto tramite la disciplina.

La presenza di Dio in noi ci permette di sopportare questo trattamento, altrimenti rifiutato dalla nostra logica spirituale e dal concetto umano della bontà del Padre celeste.

Giacobbe non desiderò mai progredire, o essere spirituale, o seguire l’esempio di Abramo e di Isacco. Dio stesso lo cercò, rimase con lui e operò nel suo cuore durante questi lunghi anni fino al punto a Peniel, quando Giacobbe aveva espresso la sua opera maestra, di obbligarlo a inginocchiarsi e a cedere al più forte.

Noi pensiamo che ascoltare la sana dottrina sia l’unica forma di dimorare nella grazia, ma se siamo suoi, lo Spirito ci disciplinerà continuamente, così come ha fatto con Giacobbe. Tutte le circostanze che Dio prepara hanno l’unico obiettivo di farci diventare Israele e smettere i panni di Giacobbe.

Se siamo suoi, per quanto cattivi possiamo essere, Dio rimarrà con noi. Dovremmo essere più forti di Lui per potergli impedire di portare a compimento la sua opera. Malgrado siamo soltanto degli uomini naturali, Egli compirà la sua opera e raggiungerà la sua meta. Non c’è bisogno di sapere che cosa stia succedendo o che cosa si richieda da noi, perché Dio possa compiere ciò che si è proposto.

Le persone più degne di pietà sono quelle che sono nell’errore e non lo sanno. Anche in questo caso, però, Dio non ci lascerà.

Giacobbe stava affrontando la situazione più difficile della sua vita. Infatti, tutte le cose che gli erano più care, spose, figli e possedimenti erano in pericolo. Non si era mai preoccupato dei beni e dei sentimenti degli altri, ma adesso, essendo la sua stessa vita in pericolo, elabora piani accurati e dettagliati.

Esaù mette in evidenza in modo totale il centro della forza di Giacobbe. Così, Dio permette circostanze che ci manifesteranno chi siamo noi.

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La nostra vita naturale ha un principio di governo che normalmente non riconosciamo. Dio può sforzarsi per segnalarcelo, ma non lo vediamo finché non arriviamo a un luogo come il Mahanaim di Giacobbe, dove il Signore distrugge ciò di cui eravamo maggiormente orgogliosi. La rivelazione della forza naturale ha lo scopo di uccidere proprio ciò che sta rivelando.

C’è qualcosa di cui siamo orgogliosi? Qualcosa che curiamo molto perché rappresenta la parte migliore di noi? Quando Dio tocca questo aspetto ci vergogniamo persino di vivere. Il tocco di Dio non porta soltanto debolezza, ma anche un senso di vergogna per essere quello che siamo.

Peniel significa “il volto di Dio” (Genesi 32:30). Il Signore utilizza la luce per esporci la vera situazione e questo è ciò che ci abbatte. La luce manifesta ciò che è la vera fonte e il motivo di fondo della nostra vita.

Dio, nella sua misericordia, deve portarci al punto di sentire vergogna verso ciò di cui prima ci gloriavamo o di cui eravamo orgogliosi.

Dio vuole affrontare in noi ciò che siamo per natura. Alla luce di Dio dobbiamo essere ciò che in realtà siamo. Non possiamo simulare. Possiamo desiderare di essere differenti, ma continueremo ad essere ciò che siamo per natura.

Nell’opera di trasformazione dei nostri cuori da parte dello Spirito Santo, nulla ostacola tanto quanto la simulazione per essere ciò che non siamo. Quanto più “umili” sono alcuni, tanto più vorremmo che dimostrassero un po’ di orgoglio, perché ciò darebbe a Dio l’opportunità di lavorare in loro.

E’ soltanto tramite il tocco di Dio che avviene la trasformazione e non con la simulazione.

Molti di noi non sanno ciò che è avvenuto nella Peniel personale, se non in un secondo tempo, quando notiamo dei cambiamenti nel nostro comportamento. Infatti, è proprio del tocco di Dio vedersi incapaci di fare quelle cose che prima ci piacevano tanto.

Prima eravamo soliti parlare in modo fiducioso delle cose spirituali, ma adesso vacilliamo (1 Corinzi 2:3-4). Adesso serviamo Dio e parliamo di Lui, perché è Dio stesso che lo desidera, mentre prima lo facevamo perché ne provavamo piacere, per una soddisfazione nostra. Certo, porteremo ancora avanti il lavoro nella vigna del Signore, ma adesso sarà come se fosse Lui a farlo e non più noi.

Anche dopo Peniel Giacobbe proseguì con i suoi piani. Cambiare in un istante non è cosa umana, ciò richiede l’intervento del Cielo. E’ un fatto, però, che dopo Peniel la forza di Giacobbe se ne era andata, si era molto indebolita.

Quando si incontrò con Esaù si rese conto che aveva sprecato il suo tempo (Genesi 33:4). Tutti i suoi sforzi risultarono vani, perché suo fratello era disposto alla riconciliazione.

Nella conversazione che segue (Genesi 33:9-10) sembra di vedere ancora il Giacobbe adulatore, ma non è una delle sue solite macchinazioni, anche se la sua umiltà è simulata.

Coloro che abbiamo ferito ci rappresenteranno sempre il volto di Dio. Incontrarli significa sentirsi giudicati, a meno che non regoliamo la nostra situazione.

Giacobbe fece adesso ciò che non fecero né Abramo e né Isacco, edificò una casa e comprò del terreno (Genesi 33:16-20). Lasciò la sua tenda. Eresse anche un altare a Dio.

Non era ancora perfetto e Dio permise che si verificassero gravi problemi a Sichem (Genesi 34), problemi che mai si sarebbero presentati se non fosse rimasto in quel luogo.

Adesso Dio lo manda a Bet-el (Genesi 35:1) e qui termina la sua opera.

Bet-el è la casa di Dio, il luogo dove il suo potere si manifesta tramite il Corpo di Cristo. E’ un luogo dove non osiamo portare nulla che non sia suo (Genesi 35:2-3).

In Bet-el edificò un altare e chiamò il posto El-bet-el (Genesi 35:7), cioè il Dio di Bet-el. A Sichem Dio era il Dio di Israele (l’antico Giacobbe), ma adesso è il Dio di Bet-el.

Giacobbe aveva progredito dall’individualismo ad una relazione con il Corpo. Dio desiderava una casa, un popolo come strumento, perché non può compiere il suo proponimento senza una testimonianza congiunta.

Nella Chiesa Dio è il Dio di Bet-el e non soltanto il mio Dio.

Dio gli appare un’altra volta per confermare ciò che aveva iniziato a Peniel (Genesi 35:9-10). Ciò che si mette in moto in noi quando percepiamo la luce di Dio, si completa nella casa di Dio.

Dio si presenta come l’Onnipotente, adesso che Giacobbe era arrivato a prendere atto della sua impotenza. Ma Giacobbe si rallegra di ciò ed erige un monumento di pietra su cui versa dell’olio, simbolo della gioia.

La prima volta che arrivò in questo luogo era invaso dal terrore (Genesi 28:17), ma adesso è ripieno di gioia e si sta preparando per avanzare fino a Hebron.

Il pacifico frutto di giustizia

Da Bet-el Giacobbe si recò a Hebron (Genesi 35:27). Questa località rappresenta la comunione, il rapporto mutuo, il luogo dove non si può fare nulla individualmente o isolatamente.

Fino a che la carne non ha subito il trattamento di Dio non valorizziamo la comunione fraterna, ma ci è facile e naturale proseguire da soli. Adesso, però, troviamo e sperimentiamo il significato dello stare “insieme”.

Comunione significa tra l’altro che siamo disposti a ricevere Cristo tramite gli altri. Questa può essere una lezione importante, perché alcuni sono maestri per natura e stanno sempre predicando, incuranti della ovvia necessità di ricevere da altri.

Se sono così, di certo dovrò trovare la mia Peniel, per poi potermi recare a Bet-el e infine a Hebron. Solo quando siamo giunti qui sappiamo nei nostri cuori che non possiamo vivere senza gli altri, che da soli non abbiamo alcuna base di sostegno.

Il Corpo è un fatto divino. Così come nessun membro del nostro corpo può vivere senza il resto, l’occhio infatti non può fare a meno della mano e viceversa, anche il Corpo di Cristo vive in una sfera di interdipendenza.

Giacobbe arrivò ad Hebron e poté ristabilire la comunione con la sua casa, rotta violentemente 20 anni prima.

A partire da Genesi 37, quando il figlio Giuseppe aveva 17 anni, Giacobbe esce di scena e si colloca in secondo piano. Prima era dominato da una grande attività, aveva sempre qualche progetto da portare a compimento e molta forza per perseguirlo.

Arrivato a Hebron diventa inattivo. Non c’è più nulla che lo impulsi ad essere continuamente occupato.  Nel silenzio porta frutto per il Signore.

Isacco è un tipo di Cristo, ma Giacobbe è un tipo dell’uomo naturale. L’Isacco in noi, cioè la forza spirituale, deve avanzare, ma il Giacobbe, cioè la forza naturale, deve arrestarsi. L’attività della carne deve cessare quando Dio le ha rivolto il suo trattamento.

Quando i suoi figli per la seconda volta dovettero tornare in Egitto per acquistare del grano, Simeone venne trattenuto come ostaggio e fu intimato agli altri fratelli di ritornare soltanto portando Beniamino. Come sono patetiche le parole di Giacobbe e che sentimenti nobili e teneri manifesta in questa occasione (Genesi 42:36).

Giacobbe benedice i suoi figli 579 copia

Beniamino, il suo favorito dopo Giuseppe, deve partire per l’Egitto. Giacobbe in questa circostanza ascolta i consigli dei suoi figli, sembra incerto, debole (Genesi 43:11-13), non dimostra qui i soliti stratagemmi del passato, ma la cortesia e la bontà della maturità e dell’esperienza. Ha perso tutta la sua baldanza, la fiducia in se stesso (Genesi 43:14).

I figli di ritorno gli comunicano la notizia che Giuseppe è vivo (Genesi 45:26). Se ciò fosse accaduto 20 anni prima, Giacobbe avrebbe maledetto i suoi figli per averlo ingannato tutto questo tempo. Ma adesso risalta la sua mansuetudine (Genesi 45:28).

Pur desiderando rivedere suo figlio, Giacobbe teme di recarsi in Egitto (Genesi 46:1). Ricorda l’esempio di Abramo e Isacco. Adesso non vuole che il suo amore naturale interferisca con il piano di Dio.

Interroga Dio e Lui gli risponde (Genesi 46:3-4). In questa circostanza Dio non deve intervenire per fermarlo (vedi Isacco), perché Giacobbe non vive più per gradire se stesso, ma sente prioritario cercare prima la volontà di Dio.

Grazie alla posizione del figlio Giuseppe, questo padre anziano avrebbe potuto assicurarsi una posizione di rango all’interno della corte del Faraone, ma non gli interessa più la gloria personale. Ora gli piace rimanere dietro le quinte.

30 anni prima aveva ripreso Giuseppe per i suoi sogni, ma adesso si rivolge a lui con umiltà (Genesi 37:10 ; 47:29-30).

http://www.laveritachelibera.com/Libri/giacobbe.htm

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I Misteri della Pietra del Destino

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Chiamata anche Pietra di Scone o Pietra dell’Incoronazione, la Pietra del Destino (in inglese, Stone of Destiny, Stone of Scone oppure Coronation Stone) è un grande masso grossolanamente squadrato di arenaria rossa, in forma parallelepipeda, dai profondi significati simbolici.

Essa si trovava originariamente a Scone, piccolo villaggio della Scozia centrale da cui ha preso il nome, ed era la pietra sulla quale furono incoronati tutti i re scozzesi a partire da Kenneth I fino a Carlo II. Successivamente, quando nel 1296 la Scozia venne annessa al Regno Unito, il re Edoardo I deportò la pietra a Londra ed essa venne utilizzata per le incoronazioni dei Re d’Inghilterra. Per questo la pietra venne inglobata nel Trono dell’Incoronazione (Coronation Chair) che si trova a Westminster Abbey.

La pietra ha fatto ritorno in Scozia solo in un periodo recente, nel 1996, dopo una decisione governativa maturata in conseguenza del crescente dissenso tra gli Scozzesi riguardo la costituzione parlamentare. È stato stabilito che la pietra resti in Scozia, dove è attualmente (2012) conservata all’interno del Castello di Edimburgo, nella Sala dei Gioielli della Corona scozzese, e che verrà riportata a Londra soltanto in occasione delle incoronazioni.

Fin qui, dunque, sembrerebbe che la pietra sia solamente uno dei tanti simboli dell’identità nazionale e dell’orgoglio scozzese, al pari del kilt e della Croce di S. Andrea, ma scavando a fondo nella sua storia e nelle sue origini, si scoprono in realtà molte più cose, e sorgono collegamenti a prima vista impensabili. Nell’articolo, nato dalla disamina di diverse fonti, ci addentreremo nei significati più occulti della pietra, e cercheremo di rispondere alle seguenti domande: cosa c’entra la pietra con le presunte origini giudaiche della popolazione scozzese? Perché, nonostante sia un forte motivo di orgoglio nazionale, la restituzione della Pietra non è mai stata più di tanto caldeggiata dalla Scozia? Era davvero originale la pietra deportata da Edoardo I oppure venne abilmente “truffato”? E se fu così, dove si troverebbe oggi la vera Pietra del Destino e che ruolo ebbero i Cavalieri Templari in questa vicenda? E ancora: ci sono collegamenti tra la pietra e le “correnti telluriche”, legate alle cosiddette “energie della Terra”? Quali legami ci sono tra la pietra, il Santo Graal e la tradizione esoterica della Stirpe Divina? Per rispondere a tante domande, non resta che scavare nel mito e nella tradizione simbolica, cominciando, ovviamente, dal punto iniziale: le sue origini.

Origini bibliche: il “Cuscino di Giacobbe”

Le leggende più antiche che riguardano la Pietra di Scone sostengono che essa sarebbe nient’altro che la pietra che Giacobbe pose sotto il suo capo come cuscino (e sulla quale ebbe il sogno profetico sulla sua discendenza e la famosa visione della scala tra terra e cielo) e che successivamente, al suo risveglio, unse con olio sacro dichiarando il luogo, e la pietra stessa, “casa di Dio” (beth-el). Il passo biblico citato si trova nel libro della Genesi (cap. 28, versetti 10-22) ed è uno dei passi più ricchi di riferimenti simbolici, di cui è stato tanto scritto, a cominciare dall’illustre esoterista francese René Guénon, e di cui abbiamo ampiamente parlato nella pagina dedicata al Bethel. Non ripeteremo, dunque, le considerazioni già fatte in quella sede, ma ribadiremo soltanto il concetto che questa pietra, al cui interno si ritiene “risiedere” Dio, posta da Giacobbe a demarcazione di un luogo consacrato e consacrata essa stessa è divenuta un omphalos, un marcatore di un centro sacro, un po’ come lo sono, simbolicamente, gli obelischi nei quali gli antichi Egizi ritenevano albergasse Ra, il dio del Sole.

Nel racconto biblico, il “Cuscino di Giacobbe” diventa successivamente la “Pietra dell’Alleanza“, simbolo del patto tra Dio e Giacobbe al quale ha assicurato una lunga discendenza, la garanzia che la linea di sangue di Davide durerà nei secoli. Quando Nabucodonosor invase Gerusalemme, ne fece deportare il re Zedechia a Babilonia, e lo fece accecare. Ordinò inoltre l’uccisione di tutti i suoi figli, affinché la casa di Davide fosse privata di ogni erede. Ma ciò non avvenne in pieno, perché una delle figlie del re, la principessa Tamar, fu tratta in salvo dal profeta Geremia, che insieme al suo scriba Baruch prese la donna e la trasse in salvo, fuggendo verso l’Europa. Geremia portò con sé anche la Pietra dell’Alleanza, e insieme ad essa giunse in una località sulle coste irlandesi che venne chiamata Tara.

La Pietra di Tara, Tara Hill (Irlanda)

Nel folklore irlandese, questa è l’originale Lia Fàil,
la Pietra del Destino, originariamente destinata a suggellare
le incoronazioni dei re d’Irlanda. A nostro avviso, però, si tratta più che altro
di un riferimento simbolico, in quanto la pietra, per la sua forma particolare,
appare alquanto inadeguata affinché un re vi si sieda o vi si inginocchi sopra…

Tamar crebbe, ed essendo di sangue reale e discendente di Davide, fu chiesta in sposa dal reggente locale, il Re Supremo Eochid (secondo altre tradizioni, il suo nome era Heremon). Da allora, tutti i regnanti d’Irlanda sono stati incoronati sopra l’antica pietra di Giacobbe, che da allora divenne nota come Pietra del Destino (in latino, Saxum Fatale), o Lia Fàil [1]. Secondo la tradizione scozzese, intorno al 500 d.C. la Pietra dell’Incoronazione passò dall’Irlanda alla Scozia, per mano del sovrano Murtagh MacErc che la prestò al fratello Fergus, per la sua incoronazione come sovrano del regno di Dalriada, futura Scozia. Fergus MacErc di Dalriada fu il primo re Scozzese ad essere incoronato sulla Pietra del Destino e da allora la tradizione è stata sempre mantenuta.

La Pietra nel Medioevo: dall’Abbazia di Scone a Westminster

Edoardo I d'InghilterraLa Pietra del Destino venne affidata ai canonici regolari Agostiniani che la conservarono all’interno della loro abbazia in Scone, presso Perth [2]. Quando, nel 1296, Edoardo I d’Inghilterra si proclamò Re di Scozia, in seguito all’annessione della stessa, prelevò la pietra da Scone e la fece portare a Westminster Abbey, dove venne inglobata in un trono che cominciò ad essere usato nelle cerimonie di incoronazione (la Coronation Chair).

Tuttavia, sono in molti tra storici e ricercatori a sostenere l’ipotesi che la pietra consegnata dall’abate al re Edoardo non era la vera Pietra del Destino, ma un falso, e che la vera pietra fosse stata abilmente nascosta dai monaci.

La teoria si basa in larga parte sulla costatazione che tutte le fonti più antiche che parlano della Pietra la descrivono in modo diverso da come la si vede oggi. Secondo questi documenti, la pietra doveva essere molto più grande (secondo alcune fonti era stata scolpita in forma di trono), aveva molte incisioni su di essa e, soprattutto, era di colore scuro (per alcuni, di marmo nero). La pietra di Westminster è composta di arenaria rossa, una pietra molto comune nella zona di Scone, dalla quale proveniva, ma inesistente sia in Irlanda, sia nell’antica Giudea. Questo significa che se la pietra di Westminster è la vera Pietra del Destino, le leggende circa le origini giudaiche (come “cuscino di Giacobbe”) e la provenienza irlandese sono prive di fondamento, mentre se è vera la teoria del “falso” (e quindi se i monaci, messi alle strette, avessero davvero cavato una delle pietre locali, magari dalla costruzione stessa), ogni ipotesi sulle origini della pietra rimangono in auge.

Forma e dimensioni non sono l’unico elemento a favore dell’ipotesi della “truffa” ai danni del Re. C’è da rimarcare il fatto, comprovato, dello scarso interesse che gli Scozzesi hanno sempre dimostrato nei confronti della Pietra da quando essa è stata deportata in Inghilterra, nonostante l’importanza che essa aveva avuto per loro in precedenza. Nel corso delle trattative che culminarono nel Trattato di Northampton, del 1328, che sancì la definitiva indipendenza della Scozia, gli Inglesi offrirono la restituzione della Pietra ma gli Scozzesi non la caldeggiarono troppo, insistendo invece su altre reliquie come la Croce Nera di Santa Margherita e le regalie della corona scozzese. La Pietra venne nuovamente offerta nel 1329 e nel 1363, ma gli Inglesi non ottennero mai una replica. Gli studiosi contrari alla teoria della sostituzione giustificano questo fatto dicendo semplicemente che la Pietra non ha mai avuto una vera e propria importanza per il popolo scozzese, e che invece il loro presunto attaccamento verso di essa era soltanto il frutto di una montatura propagandistica del re Edoardo e dei suoi fedeli per celebrare la sua vittoria in Scozia. I fautori della truffa, invece, sostengono che la vera pietra non ha mai lasciato la Scozia, nascosta in un luogo sicuro, e che gli Scozzesi, fieri per natura e sicuri di questo fatto, non si curavano di una rozza pietra squadrata buona solo per le costruzioni.

Statua di Robert the Bruce

Statua di Robert the Bruce

Castello di Stirling, Stirling (Scozia)

È noto dalle cronache dell’epoca che Robert the Bruce, protettore dei Cavalieri Templari dopo la condanna dell’Ordine e reduce dalla battaglia vittoriosa di Bannockburn del 1314 nella quale altre leggende riferiscono che i Templari superstiti ebbero una parte fondamentale, venne incoronato re di Scozia nel pieno rispetto della tradizione, è quindi è sottinteso che ciò avvenne sulla Pietra di Scone. Su alcuni sigilli originali del Re, uno dei quali si trova appeso al “Cartiglio di Melrose” del 1317, si vede chiaramente Robert the Bruce seduto su un seggio squadrato di qualche tipo.

Gli autori Karen Ralls-MacLeod e Ian Robertson [3] riportano un ulteriore episodio noto alle cronache, secondo cui il Re, ad un certo punto, dovette essersi accorto di essere stato turlupinato. Al suo arrivo in Inghilterra con la pietra, infatti, pare che egli avesse ordinato la fabbricazione di un sontuoso trono in bronzo entro il quale la Pietra del Destino avrebbe dovuto essere incastonata. Del lavoro fu incaricato Mastro Adam, rinomato fabbro di corte. Pare che, però, ad un certo punto, nel 1298, quando il lavoro era giunto a circa la metà, il Re avesse cambiato improvvisamente idea. Un gruppo di Cavalieri fu inviato nuovamente a Scone dove rivoltarono l’abbazia da cima a fondo, in cerca di qualcosa che però non fu trovata. Al loro ritorno il re sospese la realizzazione del trono bronzeo ed ordinò, invece, una più modesta sedia in legno dipinta, affidata al Maestro Walter il Pittore, al modico prezzo di 100 scellini. La sedia in legno è quella che ancora oggi si trova all’interno di Westminster Abbey.

Se la pietra data al re era veramente un falso, dove si trovava la vera Pietra del Destino? Questa è un’altra questione aperta, perché nessun’altra pietra dalle caratteristiche assimilabili a quelle della Pietra di Scone è stata mai trovata apertamente esposta. Secondo alcune ipotesi, la pietra venne nascosta dai monaci sotto il fiume Tay. Altre ipotesi suggeriscono che il Re stesso affidò la custodia della Pietra ai Cavalieri Templari e che da essi o, meglio, dai loro discendenti moderni, sia ancora custodita da qualche parte in Scozia pronta ad essere tirata nuovamente fuori quando la Scozia ridiventerà indipendente dal Regno Unito.

Il ratto del 1950 e la teoria della sostituzione

Se della “truffa” del 1328 esistono soltanto illazioni, vi è stata un’altra occasione in cui la Pietra del Destino potrebbe essere stata sostituita, e ciò è avvenuto in tempi relativamente recenti, nel 1950. Durante il giorno di Natale di quell’anno, quattro giovani studenti, uno dei quali fortemente seguace del Nazionalismo scozzese, penetrarono in Westminster Abbey e rimossero la pietra dal Trono dell’Incoronazione, portandola via. In questa operazione, la pietra si spezzò in due. Nascosta nel baule di una macchina presa in prestito, gli studenti trasportarono clandestinamente la pietra in Scozia, dove un abile tagliapietre locale, Robert Gray, venne incaricato della riparazione. La pietra fu tenuta nascosta per alcuni mesi, cercata senza successo dalla Polizia incaricata dal Governo Britannico, finché non ricomparve spontaneamente l’11 Aprile del 1951, piazzata sull’altare dell’Abbazia di Arbroath [4]. La Pietra venne così riportata a Londra, e ricollocata sotto il trono. Tuttavia, Gray dichiarò successivamente, e provocatoriamente, che negli anni ’30 aveva realizzato numerose copie della Pietra del Destino e che non era del tutto sicuro che la pietra restituita a Londra era effettivamente quella originaria. Se tutto ciò fosse soltanto una montatura oppure no probabilmente non lo sapremo mai.

La restituzione del 1996: l’atto finale?

Il Castello di Edimburgo

Il Castello di Edimburgo

Durante il 1996, in risposta alla crescente tensione tra i Nazionalisti scozzesi che lamentavano una scarsa rappresentanza della loro nazione all’interno del Parlamento inglese, il Governo offrì spontaneamente la restituzione della Pietra del Destino alla Scozia. La Pietra venne così definitivamente rimossa dal Trono dell’Incoronazione di Westminster e portata nella capitale scozzese, dove oggi è conservata all’interno del Castello di Edimburgo, ben visibile ai turisti (sebbene sia proibito fotografarla, più che altro perché insieme ad essa sono conservati i Gioielli della Corona scozzese). La cerimonia della traslazione è stata effettuata nel giorno di S. Andrea, protettore della Scozia, alla presenza del Principe Andrew inviato come rappresentante della Regina. L’accordo prevede che la pietra torni temporaneamente a Westminster in occasione delle future incoronazioni.

Simbolismo: le reliquie del Graal e le teorie “eretiche”

Dal punto di vista simbolico, oltre ad essere vessillo dell’orgoglio nazionalistico scozzese, la Pietra del Destino ha molti altri significati più occulti. Del suo ruolo come omphalos abbiamo già parlato in occasione delle sue origini leggendarie come “cuscino di Giacobbe”, il che la collega anche ai betili sacri ed alle “energie della Terra“.
Scavando ulteriormente nelle antiche tradizioni dell’Irlanda, si scopre che i mitici Tuatha De Danaan, divinità irlandesi giunte da occidente e rappresentanti ultraterrene del “piccolo popolo” dei folletti, fecero dono agli uomini di quattro oggetti sacri, dotati di poteri particolari. Essi erano: la Spada di Nuada, che una volta sfoderata non mancava mai la sua vittima, il Calderone di Dagda, che come una cornucopia offriva cibo in continuazione senza mai svuotarsi, la Lancia di Lugh, terribile arma che sprizzava scintille e sangue capace di dare l’invulnerabilità a chi la impugnasse, e la Lia Fàil, la Pietra dell’Incoronazione, che legittimava le incoronazioni regali emettendo un grido ogni volta che un re degno di questa carica vi salisse sopra.
Il ricordo di questi quattro oggetti, sicuramente simbolici, venne trasfuso nei cicli di romanzi nella letteratura del Graal. Quando Perceval assiste alla processione che si svolge nel Castello del Graal davanti al Re Pescatore, quattro oggetti, detti “reliquie” del Graal, sfilano davanti a lui: sono una spada, una coppa, un piatto ed una lancia, e ricordano chiaramente i doni dei Tuatha De Danaan. Nel Medioevo questi stessi quattro oggetti vennero codificati nei semi delle carte dei Tarocchi, precisamente negli Arcani Minori. Il simbolismo si mantenne anche quando gli Arcani Minori divennero carte da gioco comuni, e fu mantenuto quando da queste derivarono le carte da poker francesi. Per approfondire questo passaggio e per addentrarsi nel simbolismo delle Carte da Gioco, si rimanda il lettore all’articolo apposito presente nella sezione del Simbolismo.

I MISTERI DELLA PIETRA DEL DESTINO di ADRIAN GILBERT – HARMAKIS EDIZIONI