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Giacobbe

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La forza naturale dell’ego

Le lezioni che impariamo dalla vita di Giacobbe sono in relazione con la disciplina applicata al credente da parte dello Spirito Santo. E’ questa disciplina che rende possibile a Cristo di rivelarsi nella nostra vita.

Quando fu creato, Adamo aveva per natura una personalità definita cosciente di se stesso, ma non aveva il peccato, non lo conosceva. Possedeva una volontà libera che gli permetteva di agire di sua iniziativa. L’ego era presente, ma non il peccato.

La forza naturale è ciò che riceviamo dalla mano di Dio come Creatore, ci appartiene per il fatto di essere creature viventi e la possiamo usare, quindi, a nostra discrezione.

Forza spirituale è ciò che riceviamo da Dio con un atto di dipendenza volontaria, per grazia.

Quando nasciamo riceviamo sapienza, destrezza, intelletto, eloquenza, sentimenti, coscienza e ciò forma la nostra personalità come uomini. Dopo la caduta il peccato ha preso il controllo della vita di Adamo e così la sua forza naturale si è messa al servizio dello stesso.

Avere una personalità e un individualismo (nel senso di coscienza di se stesso e di capacità di agire di propria iniziativa) fa parte dell’uomo come tale, ma il vivere per se stessi utilizzando questa forza naturale che Dio ci ha dato è il peccato. Gesù non scelse di vivere per se stesso (Giovanni 5:30).

In contrasto con il Signore Gesù, noi possediamo un vecchio uomo, venduto al peccato (Romani 5:14). Questa, però, è solo una parte del problema, perché anche il nostro uomo naturale deve ricevere il trattamento disciplinante di Dio. Noi, infatti, con le capacità naturali di cui disponiamo cerchiamo di piacere a Dio e ci avventuriamo, sempre con le migliori intenzioni del mondo, in azioni che non sono contraddistinte dalle giuste motivazioni. Entrambi questi uomini devono venir annullati e a questo fine Dio ha previsto la croce.

Pur avendo ricevuto Gesù Cristo nel nostro cuore, noi possiamo vivere secondo una nostra concezione di ciò che si può definire spirituale. Possiamo, quindi, fare molte cose buone dal punto di vista umano, costruendo un edificio abbastanza impressionante sul fondamento che è Cristo Gesù, ma può essere visto da Dio come legno, fieno e paglia (1 Corinzi 3:12).

Il problema non è se il lavoro è buono o cattivo, ma chi lo sta facendo.

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Prendiamo ora l’esempio di Giacobbe e come Dio affronta la sua forza naturale, che nel fondo si sforzava per piacere al suo Signore.

La disciplina di Dio nei suoi confronti riguarda il modo come giungere a compiere la sua volontà. Giacobbe sapeva che Dio aveva detto: “Il maggiore servirà il minore” (Genesi 25:23) e pertanto si diede da fare perché ciò avvenisse. Commise, però, l’errore fondamentale di cercare che il fine divino si compisse utilizzando i suoi metodi, i suoi metodi umani.

Dio, non soltanto non tollera il peccato, ma anche l’uomo naturale. Gesù non dipese mai da se stesso nemmeno quando fece del bene.

Noi, per natura, siamo forti, possiamo pensare, pianificare e agire di conseguenza. Per questo Dio deve portarci al punto di essere deboli, cioè praticamente incapaci di pensare, pianificare e agire separati da Lui.

L’uomo naturale non viene perfezionato o completato, ma indebolito e reso impotente giorno dopo giorno. Poco a poco lo Spirito debilita la nostra vita fino al punto di restare, tramite un drastico tocco divino, come morti davanti alla presenza del Signore. E questo perché? Per formare Cristo in noi tramite la disciplina progressiva dello Spirito, che usa a tal fine le circostanze esteriori (Galati 4:19).

In questo modo potremo vivere una vita che è sostanzialmente derivata dalla Sua.

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Se in Isacco vediamo il Cristo impartito ai credenti, in Giacobbe vediamo il Cristo che viene formato in noi, affinché: “la vita che viviamo ora nella carne, la viviamo nella fede nel Figliol di Dio” (Galati 2:20). E ciò per poter manifestare il frutto dello Spirito (Galati 5:22).

Ebrei 12:5-11 ci parla della disciplina del Signore, che ci viene impartita con amore e per il nostro beneficio, affinché possiamo essere partecipi della sua santità, senza sforzo umano.

Il “frutto dello Spirito”, di cui parla Galati 5:22-23, non è un elenco di virtù che lo Spirito ci trasmette, ma frutti naturali, spontanei, del nuovo carattere. L’albero buono dà buoni frutti.

Ciò che Dio desidera oggi è che conosciamo Cristo come la nostra vita e che, quindi, acquisiamo il suo carattere, identificandoci in Lui.

Un credente che è passato per anni di disciplina e di sofferenza sotto la mano di Dio manifesta una profonda somiglianza a Gesù. Non soltanto la sua vita, ma la stessa sostanza del suo carattere diventano l’immagine di Gesù Cristo. Questo credente è stato trattato, manipolato e plasmato dallo Spirito Santo.

Alcuni di noi sono per natura capaci di fare qualsiasi cosa, altri sono impetuosi, pronti ad agire subito per Dio, impazienti davanti a qualsiasi attesa. Pietro era così, ma il Signore agì sulla sua vita, non per migliorarlo, ma per indebolirlo e poter formare in questo modo l’immagine di Gesù in lui. Pietro divenne una persona totalmente nuova.

Solo una persona che ha conosciuto una profonda trasformazione per opera dello Spirito Santo può dire come San Paolo: “Siate miei imitatori, così come io lo sono di Cristo” (1 Corinzi 11:1).

Questa opera di trasformazione è basilare per il cristiano, così come lo ha annunciato lo stesso Gesù: “Andate dunque e fate diventare miei discepoli gli uomini di tutte le nazioni” (Matteo 28:19).

Il credente riceve salvezza, ma questo non è sufficiente, non è la vera meta. Un discepolo, infatti, deve imparare, deve farsi ammaestrare dal suo maestro e la lezione è l’acquisizione del carattere di Gesù.

Per mezzo di molta sofferenza, difficoltà, tristezza e circostanze avverse siamo trasformati in pietre preziose.

Pagato con la sua stessa moneta

Quando incominciamo a guardare Giacobbe scopriamo che la sua storia è molto simile alla nostra.

Prima che Dio inizi a lavorare in noi, tendiamo ad assumere un’attitudine arrogante nei confronti di Giacobbe e a giudicarlo come ostinato e irresponsabile. Quando però incominciamo a riconoscere in noi la carne e la nostra debolezza, cioè la nostra peccaminosità e ostinazione, allora vediamo in noi la sua immagine.

Negli ultimi anni della sua vita, però, vediamo un Giacobbe trasformato in un vaso utile per il proponimento di Dio. Il frutto manifestato in Giacobbe fu il risultato della disciplina dello Spirito in lui, disciplina che venne esercitata per abbattere la sua forza naturale.

Giacobbe è stato un lottatore fin dalla sua nascita (Genesi 25:22-26). Se Isacco, l’erede, ricevette tutto da Dio e non fece nulla di sua iniziativa, Giacobbe elaborò dei piani per gradire Dio, poiché era astuto, abile e si considerava capace di fare qualsiasi cosa. Per natura era un uomo inutile nell’ottica del Signore, pur desiderando di conoscere e mettere in atto la volontà di Dio.

Cercò, infatti, in tutti i modi di rimediare allo svantaggio di essere nato per secondo e di ottenere quella benedizione che Dio gli aveva promesso, ma che apparteneva al primogenito.

Solo la grazia di Dio può aver scelto quest’uomo (Romani 9:11-13), non c’è altra spiegazione. Se Dio inizia un’opera la porta a compimento. Se confidiamo nell’elezione di Dio, cioè se crediamo che è il Signore che mi ha chiamato e non il pastore con il suo sermone o la campagna evangelistica, possiamo riposare in Lui.

Se abbiamo la tendenza a dire: “Sarà difficile che Dio possa operare nella mia vita”, mettiamo allora la nostra fiducia nel Dio di Giacobbe. Prendiamo atto che non fu Giacobbe a scegliere Dio per primo, ma esattamente il contrario, e se riconosciamo la grazia del nostro Signore, saremo liberati da ogni ansia relativamente al nostro rapporto col Padre celeste.

Giacobbe venne a conoscenza del piano di Dio per la sua vita e ne comprese l’importanza, ma cercò di portarlo a compimento con i suoi sforzi. Così, un giorno, fece un patto con Esaù per togliergli la primogenitura (Genesi 25:29-34).

Cercò in questo modo di ottenere quella benedizione che Dio gli aveva promesso, ma usò la sua abilità per raggiungere questo scopo. Nel capitolo 27 della Genesi, Giacobbe perpetra un’ulteriore inganno per ottenere la benedizione che il padre Isacco stava per impartire ad Esaù. Pensò di agire così per permettere alla volontà di Dio di compiersi.

Dal suo punto di vista stava facendo una cosa corretta, ma questo suo ragionamento proveniva dall’uomo naturale. Pensò che Dio non fosse in grado di mantenere la sua promessa e così lo aiutò.

Il nostro uomo naturale utilizza forza e ingenuità umane per compiere la volontà di Dio. Se il trono di Dio sembra essere sul punto di cadere, ecco la nostra mano pronta ad impedirlo. Bisogna fare qualcosa, esclamiamo.

Giacobbe, però, non ottenne altri risultati se non quelli di far sentire Esaù defraudato e di far nascere in lui il desiderio di ucciderlo. Così non gli rimase altro da fare che fuggire lontano.

Non soltanto il peccato presente nell’uomo lo rende incapace di compiere la volontà di Dio, per quanto buone siano le intenzioni del suo cuore, ma il risultato dello sforzo dell’uomo naturale sarà sempre e solo un fallimento.

Giacobbe non aveva ancora imparato ad aspettare in silenzio il Signore (Isaia 43:13), perché in fondo non lo conosceva e di conseguenza non conosceva se stesso. Per questa ragione non riuscì a godere i frutti della benedizione ottenuta con l’inganno, ma, al contrario, questa sua azione provocò la disciplina di Dio nella sua vita.

E fu solo tramite la disciplina che Dio offrì a Giacobbe quella benedizione che lui cercò di ottenere con l’inganno. Il trattamento speciale incominciò per lui a Bet-el (Genesi 28:10-22). Non potendo parlargli direttamente, perché troppo impegnato nel portare a compimento i suoi piani, Dio si rivelò in sogno. Qui gli presenta tutta la benedizione, anche se Giacobbe era ancora l’uomo naturale che conosciamo, astuto e ingegnoso.

Perché Dio gli parlò in questo modo? Forse perché sapeva che Giacobbe, così consacrato a Lui, non sarebbe sfuggito alla sua opera e prima o poi sarebbe diventato un vaso utile. La speranza di Dio nel portare a compimento i suoi piani è riposta in se stesso e non in noi, ecco il perché della sua sicurezza.

In Bet-el, malgrado la condizione spirituale di Giacobbe, Dio non gli rivolge alcuna parola di rimprovero. Non fa menzione di quello che è successo, perché sa che lui era così e non poteva cambiare. Non sarebbe servito a nulla rimproverarlo, né chiedergli di cambiare. Dio stesso lo avrebbe cambiato.

21 anni dopo, di ritorno a Bet-el, Giacobbe era un uomo differente. Ciò che non si ottiene in 10 anni, si otterrà in 20. Dio non ha fretta, per Lui mille anni sono come un giorno e un giorno come mille anni. In questa lunga attesa il Signore non dimenticò mai la sua promessa e il tempo manifestò alla fine la natura e la meta dei suoi piani.

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La promessa rivolta a Giacobbe era maggiore di quella fatta ad Abramo o a Isacco, perché non poneva condizioni. Qualunque fosse la natura di Giacobbe, Dio aveva un piano e lo avrebbe portato a compimento. Lui realizza ciò che si è proposto, anche se in noi non c’è speranza alcuna.

Giacobbe, all’inizio del suo periodo di disciplina, non sembra comprendere ancora il significato della promessa ricevuta. Questa rivelazione non lo ha cambiato affatto. Al risvegliarsi, anzi, sembra quasi essersi dimenticato di ciò che Dio gli aveva detto e sembra percepire solo un sentimento di paura per aver dormito alla Porta del Cielo. La promessa riveste un aspetto secondario, perché in Giacobbe prevale la paura di Dio. La casa di Dio, infatti, è un luogo temibile per coloro che non sono morti alla carne.

Giacobbe, poi, parlò a Dio (Genesi 28:20-21) e manifestò i suoi desideri: cibo e vestiti. Aveva perso di vista il proponimento del suo Signore e si era concentrato sui beni materiali e sulla possibilità di ritornare a casa accanto alla madre che lo amava.

E’ all’ inizio del periodo di disciplina ed è ancora forte. Così fa un contratto con Dio (Genesi 28:22), perché questo era il suo modo di fare.

Arriva ad Haran e incontra Rachele come suo primo parente (Genesi 29:9-11). Non riesce a trattenere le lacrime. Rachele gli ricorda il suo passato e tutto il cammino che ha percorso. Prima di lasciare la sua casa era duro e insensibile e sapeva come trattenere le lacrime, perché confidava in se stesso. Ma adesso non vede una soluzione alla sua situazione e incomincia, forse per la prima volta, a sentirsi debole, indifeso, e piange. La disciplina di Dio incomincia a produrre i primi risultati.

Labano, come Giacobbe, aveva una mente commerciale. Erano alquanto simili i due e ciò creava inevitabilmente delle frizioni tra loro.

Quello che non è stato in grado di compiere Esaù nella vita di Giacobbe, adesso lo compie Labano. Gli fa capire, anche se con una forma cortese, che non poteva vivere gratuitamente in casa sua e così Giacobbe diventa suo servo.

Lo servì per 10 anni per ottenere la mano di sua figlia Rachele, ma Labano lo ingannò e gli diede in sposa l’altra figlia Lea. E’ amaro essere pagati con la stessa moneta!

Lavorò altri 7 anni per avere Rachele e in questo periodo Labano gli cambiò il salario varie volte. Così Giacobbe passò per il fuoco della disciplina, ma il lavoro da compiere nella sua vita era ancora molto lungo. Lui, infatti, cerca di favorire se stesso a spese dello zio, anche se con molta difficoltà perché Labano era della stessa pasta.

Nato Giuseppe pensò di ritornare a casa (Genesi 30:25), ma dovette restare con Labano 20 lunghi anni.

Le circostanze sono ordinate da Dio per il nostro bene e hanno lo scopo di indebolire i punti particolarmente forti della nostra natura. Giacobbe alla fine divenne amabile e cordiale (1 Pietro 1:6-7).

Dio ferisce

Nel Signore siamo ricchi, completi, ma a causa della nostra forza naturale la mano di Dio deve fare in noi un’opera formativa e correttiva.

Non possiamo sfuggire alla disciplina, ma non ci mancherà nemmeno la pienezza del dono divino.

Se c’è differenza nella disciplina è dovuto al fatto che alcuni hanno più di Giacobbe rispetto ad altri.

Nell’eredità entriamo subito dopo aver accettato la rivelazione di Gesù, ma, finché viviamo, la nostra forza naturale ci perseguiterà. Dio, perciò, deve attaccarla sempre e, in certi periodi della nostra vita, in un modo del tutto particolare.

Coloro che non conoscono se stessi, non conoscono Giacobbe. Se dobbiamo comprendere quest’uomo, dovremo renderci conto di come la carne utilizza le nostre risorse per ottenere ciò che desidera.

Dopo tutti quegli anni in casa di Labano, che Dio aveva utilizzato come mezzo di disciplina, Giacobbe non era cambiato. Ingannare, macchinare, fare dei piani era sempre parte del suo carattere.

Dopo 20 anni in casa dello zio e dopo la nascita di Giuseppe, Giacobbe si ricordò della sua casa (Genesi 30:25). Fu allora che per la prima volta in Haran Dio gli parlò (Genesi 31:3,13) e lo preparò alla partenza.

Labano non voleva lasciarlo andare così facilmente, perché, grazie a Giacobbe, la benedizione di Dio era discesa anche su di lui. Partì, allora, segretamente, ma Labano lo inseguì. Dato però che era stato lo stesso Dio a dire a Giacobbe di ritornare alla sua terra, lo protesse.

Quando la prova ha ottenuto il suo scopo, Dio ci lascia andare, ci libera, e nessuno, neanche Labano, ci può fermare.

Giacobbe fa un patto con Labano e poi offre un sacrificio (Genesi 31:54). Quando lasciò la sua casa fu sua madre a ordinarglielo, ma adesso è Dio che gli prospetta il ritorno. Giacobbe ha imparato a riconoscere la voce di Dio. La disciplina non lo ha ancora cambiato molto, ma almeno è cresciuto nel suo desiderio di Dio.

Nei suoi primi anni aveva desiderato il proponimento del Signore solo perché corrispondeva ai suoi stessi desideri. Desiderava, quindi, la volontà di Dio, ma non Dio stesso. Adesso è più attratto dalla sua persona ed è i grado di riconoscerne la voce.

Protetto da Dio, Giacobbe si allontana da Labano (Genesi 31:55 ; 32:2) e gli angeli vengono ad incontrarlo. Dio gli aveva aperto gli occhi per fargli intendere che nello stesso modo lo avrebbe liberato da chiunque altro.

Che condizioni favorevoli! Giacobbe aveva il comandamento, la promessa, la protezione di Dio e anche gli angeli intorno. Tutto ciò doveva essere sufficiente perché qualsiasi individuo potesse confidare totalmente in Dio, ma Giacobbe continua ad essere Giacobbe. La grazia non cambia la carne e così invia un messaggio adulatore e falsamente umile al fratello Esaù (Genesi 32:3-4).

Aveva già dimenticato la chiamata, la grazia, la protezione di Dio. Pensò che le sue parole avrebbero potuto in qualche modo cambiare o addolcire il fratello. Esaù venne al suo incontro con 400 uomini: che intenzioni aveva? Il cuore di Giacobbe si riempì di angoscia. Coloro che pensano e fanno dei piani, invece di credere e confidare, finiscono come Giacobbe, pieni di timore e di angoscia (Genesi 32:7).

Il problema di Giacobbe era sapere cosa fare. Dio lo aveva inviato a Canaan e non poteva tornare in Mesopotamia. Non aveva il coraggio, però, di lasciare totalmente nelle mani di Dio i risultati della sua ubbidienza. Quanti di noi ubbidiscono a Dio da una parte e dall’altra fanno progetti propri. Giacobbe cercò di ubbidire a Dio e nello stesso tempo di sfuggire alla possibile vendetta di suo fratello.

Nel suo timore Giacobbe studiò il da farsi (Genesi 32:7). Cerca di impressionare suo fratello con metodi umani e dimentica la presenza di Dio e degli angeli intorno a lui.

In Genesi 32:9-12 abbiamo la prima vera preghiera di Giacobbe. Nei suoi primi anni formulava dei piani, ma non pregava. Adesso fa entrambe le cose, come se confidare completamente in Dio sarebbe stato troppo superficiale, oltre che rischioso.

Dopo aver pregato, Giacobbe elaborò i suoi piani (Genesi 32:13-18). Mai aveva pensato tanto come in questa occasione. C’era in gioco la sua stessa vita. Guardò a dio, ma poi si preparò minuziosamente per affrontare la situazione. Avrebbe ceduto tutto ad Esaù pur di salvare la propria vita.

Fu in quella notte che Dio lo affrontò. Giacobbe non aveva avuto mai tanta paura come quella notte. Era questione di vita o di morte. Aveva usato tutta la sua intelligenza, tutta la sua forza per affrontare una situazione molto difficile.

A Peniel, dove era rimasto solo, Dio lo affrontò. Lottò con lui tutta la notte e Giacobbe utilizzò tutta la sua forza. L’obiettivo della lotta era di abbattere quest’uomo, per ottenere la sua totale consacrazione, di bloccarlo per impedirgli di muoversi e così cedere al vincitore.

Dice la Bibbia, però, che Dio non riusciva a vincerlo (Genesi 32:25). Giacobbe possedeva una tremenda forza naturale.

Anche quando siamo sconfitti o vediamo la nostra situazione di peccatori, aventi torto, cerchiamo di non accettarla e insistiamo nel nostro modo di essere per vedere se la spuntiamo. Non ci vogliamo arrendere. Pensiamo che forse non abbiamo pianificato le cose abbastanza bene e che la prossima volta ci andrà meglio.

Ma arriva il giorno in cui dobbiamo ammettere la sconfitta, confessando che non sappiamo niente e che non possiamo fare niente. Giacobbe non era ancora giunto a questa esperienza e pensava, in questa occasione specifica, di conoscere bene Esaù (anche più di Dio).

Si rese necessario, allora, qualcosa di più di una semplice disciplina. La disciplina lo aveva portato fino a Peniel, cioè fino al punto in cui Dio ci tocca alla base di noi stessi., ma finché la nostra forza naturale non verrà sconfitta, anche la disciplina ricevuta da Dio può diventare un mezzo per inorgoglirci (Dio si sta occupando di me in un modo particolare).

La lotta è un metodo che Dio usa con noi. Ci indebolisce a tal punto da non avere più la forza di alzarci. Se Dio avesse utilizzato altri metodi, forse ciò avrebbe significato altri 20 anni di lavoro sulla sua persona. Così, non volendo Giacobbe arrendersi, Dio “lo toccò” e con questo tocco ottenne ciò che non avrebbe ottenuto impiegando una grande forza.

I nostri punti forti possono essere di diversa natura rispetto a Giacobbe: ambizione, orgoglio, sentimenti, amor proprio, giustizia propria…, ma per tutti questo “tocco” di Dio produce una crisi definitiva della nostra esperienza.

Che Dio ci apra gli occhi per vedere dove si trova il centro della nostra forza naturale, perché soltanto quando questo sarà toccato potremo dare frutto per il Signore.

Un tocco e Giacobbe restò zoppo. Non poteva più lottare, non aveva più forza. Così disse all’angelo: “Non ti lascerò andare”. Adesso che era così debole, Dio non poteva lasciarlo, perché dipendeva da Lui. E’ quando il nostro muscolo viene slogato che siamo più vicini a Dio. Siamo più forti, quanto più deboli siamo (2 Corinzi 12:10).

E’ la piccola fede che ottiene grandi cose.

Con una grande forza naturale siamo inutili per Dio, ma senza forza alcuna possiamo afferrarci a Lui. Quando ci arrendiamo, sconfitti, ai piedi di Dio, Lui ci considera dei vincitori (Genesi 32:28).

Coloro che sono stati toccati da Dio non sanno ciò che è successo (l’angelo non dice a Giacobbe il suo nome). E’ difficile dare una definizione dell’accaduto, anche perché Dio non vuole che aspettiamo o ci afferriamo a un’esperienza, ma desidera che i nostri occhi rimangano fissi su di Lui e non sull’esperienza.

Giacobbe sapeva soltanto che Dio in qualche maniera lo aveva affrontato e che adesso zoppicava. La sua zoppia ne era l’evidenza, oltre alla sua testimonianza verbale.

Dobbiamo guardare a Dio perché operi nel suo tempo e a modo suo. Il risultato sarà evidente in noi e non ci sarà necessità di parlarne.

Il volto di Dio

Dio non rimproverò mai Giacobbe, ma lo disciplinò. La forza naturale non può essere cambiata con la dottrina, né tanto meno con la legge, ma soltanto tramite la disciplina.

La presenza di Dio in noi ci permette di sopportare questo trattamento, altrimenti rifiutato dalla nostra logica spirituale e dal concetto umano della bontà del Padre celeste.

Giacobbe non desiderò mai progredire, o essere spirituale, o seguire l’esempio di Abramo e di Isacco. Dio stesso lo cercò, rimase con lui e operò nel suo cuore durante questi lunghi anni fino al punto a Peniel, quando Giacobbe aveva espresso la sua opera maestra, di obbligarlo a inginocchiarsi e a cedere al più forte.

Noi pensiamo che ascoltare la sana dottrina sia l’unica forma di dimorare nella grazia, ma se siamo suoi, lo Spirito ci disciplinerà continuamente, così come ha fatto con Giacobbe. Tutte le circostanze che Dio prepara hanno l’unico obiettivo di farci diventare Israele e smettere i panni di Giacobbe.

Se siamo suoi, per quanto cattivi possiamo essere, Dio rimarrà con noi. Dovremmo essere più forti di Lui per potergli impedire di portare a compimento la sua opera. Malgrado siamo soltanto degli uomini naturali, Egli compirà la sua opera e raggiungerà la sua meta. Non c’è bisogno di sapere che cosa stia succedendo o che cosa si richieda da noi, perché Dio possa compiere ciò che si è proposto.

Le persone più degne di pietà sono quelle che sono nell’errore e non lo sanno. Anche in questo caso, però, Dio non ci lascerà.

Giacobbe stava affrontando la situazione più difficile della sua vita. Infatti, tutte le cose che gli erano più care, spose, figli e possedimenti erano in pericolo. Non si era mai preoccupato dei beni e dei sentimenti degli altri, ma adesso, essendo la sua stessa vita in pericolo, elabora piani accurati e dettagliati.

Esaù mette in evidenza in modo totale il centro della forza di Giacobbe. Così, Dio permette circostanze che ci manifesteranno chi siamo noi.

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La nostra vita naturale ha un principio di governo che normalmente non riconosciamo. Dio può sforzarsi per segnalarcelo, ma non lo vediamo finché non arriviamo a un luogo come il Mahanaim di Giacobbe, dove il Signore distrugge ciò di cui eravamo maggiormente orgogliosi. La rivelazione della forza naturale ha lo scopo di uccidere proprio ciò che sta rivelando.

C’è qualcosa di cui siamo orgogliosi? Qualcosa che curiamo molto perché rappresenta la parte migliore di noi? Quando Dio tocca questo aspetto ci vergogniamo persino di vivere. Il tocco di Dio non porta soltanto debolezza, ma anche un senso di vergogna per essere quello che siamo.

Peniel significa “il volto di Dio” (Genesi 32:30). Il Signore utilizza la luce per esporci la vera situazione e questo è ciò che ci abbatte. La luce manifesta ciò che è la vera fonte e il motivo di fondo della nostra vita.

Dio, nella sua misericordia, deve portarci al punto di sentire vergogna verso ciò di cui prima ci gloriavamo o di cui eravamo orgogliosi.

Dio vuole affrontare in noi ciò che siamo per natura. Alla luce di Dio dobbiamo essere ciò che in realtà siamo. Non possiamo simulare. Possiamo desiderare di essere differenti, ma continueremo ad essere ciò che siamo per natura.

Nell’opera di trasformazione dei nostri cuori da parte dello Spirito Santo, nulla ostacola tanto quanto la simulazione per essere ciò che non siamo. Quanto più “umili” sono alcuni, tanto più vorremmo che dimostrassero un po’ di orgoglio, perché ciò darebbe a Dio l’opportunità di lavorare in loro.

E’ soltanto tramite il tocco di Dio che avviene la trasformazione e non con la simulazione.

Molti di noi non sanno ciò che è avvenuto nella Peniel personale, se non in un secondo tempo, quando notiamo dei cambiamenti nel nostro comportamento. Infatti, è proprio del tocco di Dio vedersi incapaci di fare quelle cose che prima ci piacevano tanto.

Prima eravamo soliti parlare in modo fiducioso delle cose spirituali, ma adesso vacilliamo (1 Corinzi 2:3-4). Adesso serviamo Dio e parliamo di Lui, perché è Dio stesso che lo desidera, mentre prima lo facevamo perché ne provavamo piacere, per una soddisfazione nostra. Certo, porteremo ancora avanti il lavoro nella vigna del Signore, ma adesso sarà come se fosse Lui a farlo e non più noi.

Anche dopo Peniel Giacobbe proseguì con i suoi piani. Cambiare in un istante non è cosa umana, ciò richiede l’intervento del Cielo. E’ un fatto, però, che dopo Peniel la forza di Giacobbe se ne era andata, si era molto indebolita.

Quando si incontrò con Esaù si rese conto che aveva sprecato il suo tempo (Genesi 33:4). Tutti i suoi sforzi risultarono vani, perché suo fratello era disposto alla riconciliazione.

Nella conversazione che segue (Genesi 33:9-10) sembra di vedere ancora il Giacobbe adulatore, ma non è una delle sue solite macchinazioni, anche se la sua umiltà è simulata.

Coloro che abbiamo ferito ci rappresenteranno sempre il volto di Dio. Incontrarli significa sentirsi giudicati, a meno che non regoliamo la nostra situazione.

Giacobbe fece adesso ciò che non fecero né Abramo e né Isacco, edificò una casa e comprò del terreno (Genesi 33:16-20). Lasciò la sua tenda. Eresse anche un altare a Dio.

Non era ancora perfetto e Dio permise che si verificassero gravi problemi a Sichem (Genesi 34), problemi che mai si sarebbero presentati se non fosse rimasto in quel luogo.

Adesso Dio lo manda a Bet-el (Genesi 35:1) e qui termina la sua opera.

Bet-el è la casa di Dio, il luogo dove il suo potere si manifesta tramite il Corpo di Cristo. E’ un luogo dove non osiamo portare nulla che non sia suo (Genesi 35:2-3).

In Bet-el edificò un altare e chiamò il posto El-bet-el (Genesi 35:7), cioè il Dio di Bet-el. A Sichem Dio era il Dio di Israele (l’antico Giacobbe), ma adesso è il Dio di Bet-el.

Giacobbe aveva progredito dall’individualismo ad una relazione con il Corpo. Dio desiderava una casa, un popolo come strumento, perché non può compiere il suo proponimento senza una testimonianza congiunta.

Nella Chiesa Dio è il Dio di Bet-el e non soltanto il mio Dio.

Dio gli appare un’altra volta per confermare ciò che aveva iniziato a Peniel (Genesi 35:9-10). Ciò che si mette in moto in noi quando percepiamo la luce di Dio, si completa nella casa di Dio.

Dio si presenta come l’Onnipotente, adesso che Giacobbe era arrivato a prendere atto della sua impotenza. Ma Giacobbe si rallegra di ciò ed erige un monumento di pietra su cui versa dell’olio, simbolo della gioia.

La prima volta che arrivò in questo luogo era invaso dal terrore (Genesi 28:17), ma adesso è ripieno di gioia e si sta preparando per avanzare fino a Hebron.

Il pacifico frutto di giustizia

Da Bet-el Giacobbe si recò a Hebron (Genesi 35:27). Questa località rappresenta la comunione, il rapporto mutuo, il luogo dove non si può fare nulla individualmente o isolatamente.

Fino a che la carne non ha subito il trattamento di Dio non valorizziamo la comunione fraterna, ma ci è facile e naturale proseguire da soli. Adesso, però, troviamo e sperimentiamo il significato dello stare “insieme”.

Comunione significa tra l’altro che siamo disposti a ricevere Cristo tramite gli altri. Questa può essere una lezione importante, perché alcuni sono maestri per natura e stanno sempre predicando, incuranti della ovvia necessità di ricevere da altri.

Se sono così, di certo dovrò trovare la mia Peniel, per poi potermi recare a Bet-el e infine a Hebron. Solo quando siamo giunti qui sappiamo nei nostri cuori che non possiamo vivere senza gli altri, che da soli non abbiamo alcuna base di sostegno.

Il Corpo è un fatto divino. Così come nessun membro del nostro corpo può vivere senza il resto, l’occhio infatti non può fare a meno della mano e viceversa, anche il Corpo di Cristo vive in una sfera di interdipendenza.

Giacobbe arrivò ad Hebron e poté ristabilire la comunione con la sua casa, rotta violentemente 20 anni prima.

A partire da Genesi 37, quando il figlio Giuseppe aveva 17 anni, Giacobbe esce di scena e si colloca in secondo piano. Prima era dominato da una grande attività, aveva sempre qualche progetto da portare a compimento e molta forza per perseguirlo.

Arrivato a Hebron diventa inattivo. Non c’è più nulla che lo impulsi ad essere continuamente occupato.  Nel silenzio porta frutto per il Signore.

Isacco è un tipo di Cristo, ma Giacobbe è un tipo dell’uomo naturale. L’Isacco in noi, cioè la forza spirituale, deve avanzare, ma il Giacobbe, cioè la forza naturale, deve arrestarsi. L’attività della carne deve cessare quando Dio le ha rivolto il suo trattamento.

Quando i suoi figli per la seconda volta dovettero tornare in Egitto per acquistare del grano, Simeone venne trattenuto come ostaggio e fu intimato agli altri fratelli di ritornare soltanto portando Beniamino. Come sono patetiche le parole di Giacobbe e che sentimenti nobili e teneri manifesta in questa occasione (Genesi 42:36).

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Beniamino, il suo favorito dopo Giuseppe, deve partire per l’Egitto. Giacobbe in questa circostanza ascolta i consigli dei suoi figli, sembra incerto, debole (Genesi 43:11-13), non dimostra qui i soliti stratagemmi del passato, ma la cortesia e la bontà della maturità e dell’esperienza. Ha perso tutta la sua baldanza, la fiducia in se stesso (Genesi 43:14).

I figli di ritorno gli comunicano la notizia che Giuseppe è vivo (Genesi 45:26). Se ciò fosse accaduto 20 anni prima, Giacobbe avrebbe maledetto i suoi figli per averlo ingannato tutto questo tempo. Ma adesso risalta la sua mansuetudine (Genesi 45:28).

Pur desiderando rivedere suo figlio, Giacobbe teme di recarsi in Egitto (Genesi 46:1). Ricorda l’esempio di Abramo e Isacco. Adesso non vuole che il suo amore naturale interferisca con il piano di Dio.

Interroga Dio e Lui gli risponde (Genesi 46:3-4). In questa circostanza Dio non deve intervenire per fermarlo (vedi Isacco), perché Giacobbe non vive più per gradire se stesso, ma sente prioritario cercare prima la volontà di Dio.

Grazie alla posizione del figlio Giuseppe, questo padre anziano avrebbe potuto assicurarsi una posizione di rango all’interno della corte del Faraone, ma non gli interessa più la gloria personale. Ora gli piace rimanere dietro le quinte.

30 anni prima aveva ripreso Giuseppe per i suoi sogni, ma adesso si rivolge a lui con umiltà (Genesi 37:10 ; 47:29-30).

http://www.laveritachelibera.com/Libri/giacobbe.htm

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