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Rivelare il libro dell’Apocalisse (parte 1) – Adrian Gilbert

Rivelare i codici segreti nel Libro dell’Apocalisse. (Parte 1)

Quelli di voi che hanno letto il mio libro Segni Celesti potrebbero ricordare che ha fornito le date del 21 e 29 giugno 2000 come l’inizio degli “ore finali” come descritto nel Libro dell’Apocalisse. Le mie argomentazioni per scegliere queste date sono piuttosto dettagliate. Basti pensare che il punto centrale era che la figura dei capitoli 1-3 dell’Apocalisse chiamava “l’alfa e l’omega, il primo e l’ultimo” è simbolico della costellazione di Orione nel suo ruolo di guardiano; la posizione dello “stargate” di Orione è tale che il sole è posto lì al solstizio d’estate; e che il 29 giugno tutti e sette i “pianeti degli antichi” furono riuniti, come lampade, attorno a Orione.

Il quarto capitolo di Apocalisse inizia con le parole: “E dopo ciò [Giovanni] guardai, ed ecco, in cielo una porta aperta.” Parlo di queste parole con gli eventi che si svolgono nel cielo in quel momento, l’apertura simbolica “dello stargate” che si trova sopra Orione, all’incrocio dell’equatore eclittico e galattico e alla congiuntura delle costellazioni del Toro e Gemelli.

Questo capitolo continua con la visione del cielo di Giovanni e dei quattro cherubini collegati ai segni fissi dello zodiaco: il leone (Leone), il bue (Toro), l’uomo (Acquario) e l’aquila (Aquila a cui è legata Scorpione). La descrizione del trono di Dio ci dice che è seduto sopra o “Sopra” la creazione stellare; l’universo in cui Dio può essere incontrato di persona non è di questo mondo o anche quello delle stelle: è nei regni che sono “più alti” di tutta la creazione fisica.

Il capitolo 5 riguarda l’identificazione dell’Agnello (simbolico del Cristo risorto): l’unico essere abbastanza degno di aprire i sette sigilli che legano il rotolo dando i giudizi di Dio sulla Terra.

Il capitolo 6 documenta ciò che accade quando ciascuno di questi sigilli viene aperto, uno per uno. I primi quattro sigilli si riferiscono ai “Quattro cavalieri dell’Apocalisse”: Conquista imperiale, Guerra, Misurazione e Morte. Il quinto rivela le anime dei martiri e il loro appello alla vendetta contro coloro che li uccisero. Il sesto porta terremoti in quello che sembra essere un tempo di eclissi lunare a cui segue lo spostamento dell’asse terrestre. Questo porta paura e panico a tutti i vivi sulla terra, ricchi e poveri allo stesso modo, poiché insieme affrontiamo il giorno del giudizio.

Il capitolo 7 porta il suggellamento e la marcatura dei fedeli: prima i 144.000, con 12.000 di ciascuna delle dodici tribù di Israele; quindi una moltitudine enorme da tutte le altre nazioni della terra.

Il capitolo 8 porta l’apertura del settimo sigillo e all’inizio un grande silenzio. Questo è seguito dalle prime quattro trombe di sette angeli. Ogni esplosione porta una calamità sulla terra. Un terzo della terra viene bruciato, un terzo dei pesci nel mare viene ucciso quando viene colpito da una grande roccia e un terzo delle navi viene distrutto; una stella (asteroide?) chiamata assenzio colpisce la terra e rende amaro un terzo di fiumi e fontane; il sole, la luna e le stelle sono colpiti in modo che anche un terzo della loro luce sia offuscata.

Il capitolo 9 porta ulteriori calamità. Una “stella” (in questo caso sembrerebbe un essere angelico) cade sulla terra e apre la porta a un condotto che conduce all’inferno. Dall’albero emergono locuste demoniache con il potere di ferire gli uomini per cinque mesi. Questo termina il primo “guai” … e così continua.

Tutto ciò è terrificante se ciò che ho scritto in Segni Celesti è vero, potrebbe accadere molto presto. Potremmo discutere il significato di tutto il simbolismo in questi e altri capitoli e un giorno forse lo faremo. Tuttavia, ora voglio passare al capitolo 13.

Questo capitolo descrive la regola blasfema della “Bestia”. Viene descritta come sollevarsi dal mare, con dieci corna e sette teste e dieci diademi sulle sue teste. È descritta come un leopardo (cioè un grande gatto che caccia nel buio) ma con i piedi come un orso (potere schiacciante), la bocca come un leone (tiranico come un monarca assoluto). A questa bestia viene dato il potere del Drago e sebbene una testa della bestia sia ferita dal potere del drago, viene miracolosamente guarita.

Sospetto che ciò simboleggi la riemersione dell’Impero romano, che nel libro di Daniele è simboleggiato come un leopardo. Questa nuova “Bestia” sembrerebbe quindi rappresentare l’Unione Europea, che attraverso la furtività (leopardo) ha preso il potere dalle nazioni costituenti d’Europa e, sospetto, presto si unirà alla Russia: la nazione dell’ grande orso.

Gli uomini adorano il drago (cioè voltano le spalle alle idee di salvezza e autosviluppo e sprecano le loro energie psichiche sull’edonismo). A questa bestia viene dato il potere dal drago di dominare la terra per tre anni e mezzo.

È anche aiutato da una seconda bestia, che ha due corna come un agnello ma parla come un drago. Questo mi suggerisce una falsa parodia del cristianesimo (religione dell’Agnello): una chiesa che è satanica nei suoi insegnamenti sebbene sembri, almeno dall’esterno, l’articolo genuino. Questa chiesa, direi, è già tra noi e sta diffondendo falsi insegnamenti sulle origini e lo scopo dell’uomo.

Essere obbligati, a pena di morte, ad adorare l’immagine della bestia è un riferimento sia al Libro di Daniele (culto dell’immagine di Nabucodonosor) sia all’impero romano, dove tutte le persone dovevano adorare le statue di Cesare come se erano dei. Il rifiuto di fare questo è ciò che ha messo i primi cristiani in rotta di collisione con le autorità romane e ha portato al loro lancio su leoni, leopardi, orsi e altri animali selvatici.

Il drago stesso ha diversi significati come simbolo. Innanzitutto è la costellazione di Draco, che nell’antichità egizia conteneva l’allora stella nord Thuban. Come tale simboleggia il controllo dell’asse terrestre e dei vortici magnetici che entrano e escono dal nostro pianeta attraverso i poli. Ciò è strettamente collegato all’idea della reincarnazione e della nostra incapacità di individui di uscire dal ciclo della vita per fuggire attraverso le porte delle stelle. La nostra attuale stella polare si trova nella Costellazione dell’Orso, ma il drago si arriccia ancora.

Questo porta al secondo significato del drago che è “luce astrale” o “materiale” magnetico da cui sono fabbricati i nostri corpi astrale o “sangue”. Esotericamente, dobbiamo cristallizzare questo corpo per sfuggire all’attrazione magnetica della terra. Nel linguaggio cristiano è l’abito da sposa che dobbiamo indossare se vogliamo partecipare alle nozze di Cristo. È la corruzione di questo livello del nostro essere da parte dell’inquinamento del livello astrale che ci rende così difficile resistere alla tentazione. È come essere circondati da una nebbia di pensieri ed emozioni confusi che non sono nemmeno nostri: li prendiamo come una radio dall’astrale. In questa zuppa di piselli, non siamo in grado di manifestare la nostra vera identità e il nostro scopo di figli e figlie di Dio. Peggio ancora, non riusciamo a realizzare l’abito da sposa mentre sono vivi e siamo quindi costretti a tornare qui ancora e ancora.

Il terzo significato del drago è il percorso della luna. L’orbita della luna attraversa quella del sole (in realtà la terra) in due punti del cielo: il caput draconis (la testa del drago) e il cauda draconis (la coda del drago). Le eclissi possono verificarsi solo quando sia il sole che la luna si trovano l’uno o l’altro (o entrambi contemporaneamente) di questi punti.

Nella tradizione esoterica si dice che la luna prende energia magnetica dalla terra che altrimenti andrebbe a nutrire i corpi astrali dell’umanità. Possiamo fare volontariamente più di questa energia energetica (attraverso la preghiera, il digiuno e il sacrificio personale) e usarla per il pagamento o possiamo farcela prendere con forza attraverso la morte prematura in guerra. Questo, tuttavia, è un altro argomento che non voglio approfondire qui.

Il capitolo 13 si conclude con la rivelazione agghiacciante che non saremo in grado di acquistare o vendere nulla a meno che non abbiamo sul palmo o sulla fronte il “marchio della bestia”, che è il suo nome o il numero del suo nome. Questo, ci viene detto, è 666.

Nel prossimo saggio di questa serie, esamineremo il significato di questo numero. Questo è qualcosa che è stato deliberato dai filosofi per secoli. Tuttavia, ho alcune nuove idee che penso possano far luce su questo argomento e spero che scateneranno alcune discussioni tra noi al college.

Adrian Gilbert

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Le avventure di Belzoni, l’Indiana Jones italiano che riscoprì l’antico Egitto

Pochi sanno che il personaggio di Indiana Jones, nato dalla fantasia di George Lucas, è ispirato a un uomo realmente esistito. Per di più un italiano. Il suo nome era Giovanni Battista Belzoni, padovano, vissuto a cavallo tra Sette e Ottocento. Se la vita di Indiana Jones vi pare avventurosa è perché non avete letto le memorie di Belzoni.

Per la gioia degli appassionati è appena uscita una nuova edizione di Viaggi in Egitto ed in Nubia, edito da Harmakis (pagg. 190, euro 16). Il volume, scritto e pubblicato da Belzoni nel 1820, dopo il suo definitivo ritorno dall’Egitto, e tradotto in varie lingue, ottenne uno straordinario successo e fece di lui un uomo famoso in tutto il mondo. Perfino lo zar Alessandro I lo ricevette a San Pietroburgo facendogli dono di un prezioso anello con topazio circondato da dodici diamanti. Belzoni era un individuo fuori del comune, fin dall’aspetto. Alto più di due metri, possedeva una forza prodigiosa: era capace di sollevare dieci uomini fatti salire su un sostegno caricato sulle spalle. Bello, sicuro di sé, dotato di autocontrollo, possedeva fascino e carisma a volontà. Non appena entrava in una stanza la gente lo guardava ammirata, come soggiogata dalla sua presenza. Lo stesso viceré d’Egitto, Muhammad Ali, uomo truce e spietato, rimase impressionato dai suoi modi rispettosi ma disinvolti.

Belzoni era nato nel 1778. Da ragazzo aveva assistito il padre nella sua bottega di barbiere. A sedici anni si era trasferito a Roma per compiere studi di ingegneria idraulica: qui si era appassionato all’archeologia. Ma alla calata delle truppe napoleoniche era fuggito alla chetichella, anche per evitare di venire arruolato nell’Armée. Raggiunta l’Inghilterra nel 1803 (Paese che prese ad amare quasi al pari di quello natio), si sposò con una giovane di Bristol, Sarah Banne. Deposte le speranze di trovare impiego nel campo dell’ingegneria idraulica (in Inghilterra gli studi in quel settore erano a uno stadio molto più avanzato), pensò di sfruttare le sue doti fisiche iniziando a esibirsi nei teatri popolari come «Sansone della Patagonia» prima, e come mago e prestigiatore poi, tra mani mozzate e donne segate in due. Divenne famoso anche per gli spettacoli acquatici, con tanto di battaglie navali simulate. Un periodo per il quale in seguito provò vergogna e che cercò in ogni modo di dimenticare (quando qualcuno glielo ricordava andava su tutte le furie).

Ma la sua vita andò incontro a una svolta durante il suo primo viaggio in Egitto (all’epoca una provincia dell’impero ottomano), dopo un breve soggiorno a Malta. Una volta giunto nella terra dei faraoni, ad Alessandria, con la moglie e il fedele servitore irlandese al seguito, dopo un periodo di quarantena dovuta alla peste che flagellava la città, entrò in contatto con gli ambienti legati ai servizi segreti britannici, che pensarono di servirsi di lui sia come informatore sia per il recupero di preziosi reperti archeologici situati in zone ad alto rischio. In quegli anni, anche grazie alla spettacolare spedizione napoleonica nella terra delle piramidi, con artisti e studiosi al seguito, divampava una febbre per tutto ciò che era egizio: gli obelischi sottratti al deserto andavano ad adornare le piazze parigine e londinesi, e mummie, sarcofaghi e statue cominciavano a riempire le sale dei principali musei europei.

In realtà Belzoni era venuto in Egitto per realizzare un’innovativa macchina idraulica per l’irrigazione dei campi da vendere al viceré, nella speranza di produrne in serie e arricchirsi. Ma alcuni funzionari di corte erano riusciti a far naufragare i suoi progetti sabotando il prototipo, che si era inceppato proprio sotto gli occhi implacabili di Muhammad Ali Pascià.

Rimasto senza un soldo Belzoni aveva accettato di lavorare per il console generale britannico, sir Henry Salt. A quel tempo era in corso una gara tra francesi e inglesi per il possesso dei più preziosi reperti sparsi nei vari siti archeologici dell’immenso Paese. Ben presto tra Belzoni, al servizio dei britannici, e Bernardino Drovetti, console generale di Francia con solide relazioni a corte, la rivalità raggiunse il culmine, e i due non si risparmiarono i colpi bassi, venendo perfino alle mani (inutile dire chi ebbe la peggio). Belzoni era tra i pochi che osavano avventurarsi lungo il Nilo fino all’Alto Egitto e perfino in Nubia, terra all’epoca selvaggia e pericolosissima, abitata da tribù bellicose, sempre in guerra tra loro; l’unico ad avere il fegato per calarsi in grotte buie e mefitiche, e ad avventurarsi lungo cunicoli bui e cosparsi di ossa e teschi umani. Durante queste spedizioni, a rischio della vita (in parecchie circostanze, armato delle sue inseparabili pistole, aveva dovuto dar prova di forza e sangue freddo, difendendosi dalla rapacità delle popolazioni locali e dei predoni del deserto), riuscì a riportare alla luce nell’arco di cinque anni (dal 1815 al 1819) reperti di immenso valore, poi trasportati in Inghilterra e venduti al migliore offerente, per lo più al British museum, dove ancora li possiamo ammirare. Gli scontri con Drovetti (parte della cui collezione fu ceduta nel 1824 al re di Sardegna, per poi trovare una degna collocazione nel Museo egizio di Torino) divennero sempre più frequenti e violenti, fino a sfociare in un processo a seguito del quale Belzoni fu costretto a lasciare l’Egitto per sempre (potendo contare il rivale sull’appoggio del viceré). L’inimicizia tra i due era divenuta leggendaria. Drovetti, esploratore e collezionista d’arte, uomo colto e dotato di grande fascino, aveva origini piemontesi, ma era legato a doppio filo a Napoleone; perciò dopo la definitiva caduta del corso venne richiamato in patria ma, rifiutatosi di obbedire, finì per mettersi al servizio del viceré d’Egitto: tornato in Piemonte molti anni dopo, morirà all’età di 76 anni a Torino (secondo alcuni in un manicomio).

Quanto a Belzoni, divenuto esperto di egittologia, nel corso delle sue spedizioni lungo il Nilo si rese protagonista di ritrovamenti e scoperte straordinarie. Dopo essere riuscito nell’impresa di trasportare da Luxor (l’antica Tebe) a Londra il colossale busto di Ramses II (che all’epoca si riteneva raffigurasse il mitologico re etiope Memnone, discendente del re troiano Priamo), per primo, nel 1817, riuscì a penetrare nel tempio rupestre di Abu Simbel, fatto erigere nel XIII secolo a. C. dal faraone Ramses II e all’epoca di Belzoni ritenuto inaccessibile. Il monumentale tempio, situato nell’attuale governatorato di Assuan, sulla riva del lago Nasser, era stato scoperto quattro anni prima dall’esploratore e orientalista svizzero Johann Ludwig Burckhardt, che divenuto amico dell’italiano lo aveva incoraggiato e appoggiato in molte delle sue imprese.

Dopo avere portato alla luce preziosissime statue a Karnak e nella Valle dei re (tra cui un’imponente statua di Amenofi III e il sarcofago di Ramses III, venduto a re Luigi XVIII e oggi esposto al Louvre), Belzoni riuscì dove molti avevano fallito, battendo sul tempo Drovetti che voleva impiegare dell’esplosivo per aprirsi un varco: fu lui infatti a individuare l’accesso alla piramide di Chefren, a Giza, all’interno della quale, come era solito fare, appose la sua vistosa firma (anche se ben presto fu chiaro che la piramide era stata violata seicento anni prima dagli arabi). Ma la sua scoperta di maggiore rilievo fu senz’altro il ritrovamento, nella Valle dei re, della meravigliosa tomba del faraone Seti I (padre di Ramses II), interamente decorata con pitture e bassorilievi in un tripudio di colori, e ancora oggi contrassegnata come tomba Belzoni.

Sembra incredibile ma tutto questo non bastò a fare di lui un uomo ricco. Avendo dovuto spesso sostenere personalmente le spese delle sue spedizioni (e forse non essendo tagliato per gli affari), dalla vendita dei numerosi reperti da lui condotti in Europa e dal successo del suo libro Belzoni ricavò appena di che estinguere i debiti accumulati negli anni. Deluso e scontento, anche perché snobbato dal mondo accademico che lo giudicava niente più che un dilettante e un avventuriero, nel 1823, dopo avere soggiornato a Padova (che lo accolse come un eroe), decise di imbarcarsi in una impresa folle ma che, a suo giudizio, lo avrebbe consegnato alla leggenda: sarebbe partito alla volta della leggendaria Timbuctù, la città dai tetti d’oro, nel Mali, e alla ricerca delle sorgenti del fiume Niger, nonostante la contrarietà della moglie (dal Benin e dal Mali, si diceva, nessun esploratore era mai tornato). E difatti il fato era in agguato: poco dopo essere sbarcato in Africa, nel golfo di Benin, e avere raggiunto il porto fluviale di Gwato, Belzoni fu assalito da una febbre violenta e, dopo avere tentato di curarsi con oppio e olio di ricino, morì di dissenteria. Non prima di avere sorbito una tazza di tè e avere scritto la sua ultima lettera indirizzata alla moglie (che per la prima volta aveva rifiutato di portare con sé nonostante le insistenze della donna). Era il 3 dicembre 1823. Fu sepolto ai piedi di un grosso albero, in una fossa profonda tre metri, sotto una lapide di pietra. Oggi della lapide non vi è traccia. E nemmeno l’albero si sa più quale sia.

http://www.ilgiornale.it/news/avventure-belzoni-lindiana-jones-italiano-che-riscopr-1741048.html

 

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Il Pavimento del Duomo di Siena

“il più bello…, grande e magnifico… che mai fusse stato fatto”. Così Giorgio Vasari definì il pavimento della Cattedrale di Siena, frutto di un programma che si è realizzato attraverso i secoli,
a partire dal Trecento fino all’Ottocento.

La cattedrale di Siena conserva numerosi capolavori di ogni epoca. L’opera, per più versi eccezionale, è il pavimento, il più bello…, grande e magnifico… che mai fusse stato fatto, secondo la definizione di Giorgio Vasari, frutto di un programma che si è realizzato attraverso i secoli, a partire dal Trecento fino all’Ottocento. I cartoni preparatori per le cinquantasei tarsie furono forniti da importanti artisti, tutti senesi͟, tranne il pittore umbro Bernardino di Betto detto il Pinturicchio, autore, nel 1505, della tarsia con il Monte della Sapienza.

La tecnica utilizzata per trasferire l’idea dei vari artisti sul pavimento è quella del commesso marmoreo e del graffito. Si iniziò in modo semplice, per poi raggiungere gradatamente una perfezione sorprendente: le prime tarsie furono tratteggiate sopra lastre di marmo bianco con solchi eseguiti con lo scalpello e il trapano, riempiti di stucco nero. Questa tecnica è chiamata graffito. Poi si aggiunsero marmi colorati accostati assieme come in una tarsia lignea: questa tecnica è chiamata commesso marmoreo.

All’ingresso della navata centrale, un’iscrizione invita il visitatore ad assumere un atteggiamento consono a chi sta per entrare nel sacro tempio: CASTISSIMUM VIRGINIS TEMPLUM CASTE MEMENTO INGREDI (Ricordati di entrare castamente nel castissimo tempio della Vergine).

Si osserva dunque la tarsia con l’Ermete Trismegisto, il fondatore della sapienza umana (eseguito da Giovanni di Stefano nel 1488) che, assieme alle Sibille (1482-83), raffigurate nelle navate laterali, fa parte dello stesso percorso iconografico ispirato alle Divinae Institutiones di Lattanzio, un autore cristiano del IV secolo.

Le Sibille, secondo lo schema varroniano, sono dieci (cinque per ogni navata) e derivano il loro nome dai luoghi di pertinenza geografica: la Sibilla Persica, l’Ellespontica, l’Eritrea, la Frigia, la Samia, la Delfica per quanto riguarda il mondo orientale e greco; la Libica per l’Africa; e poi quelle occidentali (con riferimento all’Italia): la Cumea o Cimmeria, la Cumana (virgiliana) e la Tiburtina.

Superato il riquadro con l’Ermete, lungo la navata centrale, ci troviamo di fronte alla Lupa che allatta i gemelli, inserita in un cerchio, cui sono collegati altri otto tondi di dimensione minore che mostrano gli emblemi di città centro-italiane.

Tale spazio del pavimento, l’unico ad essere realizzato a mosaico, è, probabilmente, proprio per la diversa tecnica utilizzata, il più antico. La Lupa diventa, già a partire dall’epoca medievale, simbolo della città di Siena, legato alla mitica leggenda di fondazione della città da parte di Aschio e Senio, figli di Remo. Dietro l’animale si vede l’albero di fico (Ficus Ruminalis) presso il quale, secondo la tradizione, il pastore Faustolo trovò Romolo e Remo dopo il loro abbandono lungo le acque del Tevere.

La tarsia disegnata da Pinturicchio (la quarta lungo la navata centrale), mostra, in basso, la personificazione della Fortuna: una nuda fanciulla tiene con la mano destra la cornucopia, mentre brandisce in alto, con la sinistra, come un’insegna, la vela gonfiata dal vento. Il suo è un equilibrio instabile: il piede destro poggia su di una sfera, mentre il sinistro è collocato su un’ingovernabile barca, il cui albero maestro è spezzato. La Fortuna, dopo un viaggio tempestoso, è riuscita a far approdare, su di un’isola rocciosa, alcuni saggi, i quali percorrono un sentiero in salita pieno di insidie. Sulla vetta del monte, che i saggi cercano di raggiungere, è assisa una figura femminile: la Sapienza o Virtù. La donna offre, con la sinistra, un libro a Cratete, che si libera di ogni bene fittizio, poiché getta in mare una cesta ricolma di gioielli; con la destra dona una palma a Socrate. Il messaggio dell’allegoria del pavimento è abbastanza evidente: il percorso verso la Sapienza è arduo, ma una volta superate le difficili prove, si consegue la serenità, la quies, simboleggiata dall’altipiano ricoperto soltanto da cespugli fioriti e dichiarata nell’iscrizione incisa sulla tabella, in cui si coglie un invito a salire l’aspro colle.

Mentre nelle tre navate il percorso si snoda attraverso temi relativi all’antichità classica e pagana, nel transetto e nel coro si narra la storia del popolo ebraico, le vicende della salvezza compiuta e realizzata dalla figura del Cristo, costantemente evocato e mai rappresentato nel pavimento, ma presente sull’altare, verso cui converge l’itinerario artistico e spirituale. I soggetti sono tratti dal Vecchio Testamento, tranne la Strage degli Innocenti di Matteo di Giovanni. La terribile scena, che si svolge sotto gli occhi dello spettatore, si affida al racconto del Vangelo di san Matteo.

Nell’esagono sotto la cupola (Storie di Elia e Acab), ma anche in altri riquadri vicini all’altare (Mosè fa scaturire l’acqua dalla roccia; Storie di Mosè sul Sinai, Sacrificio di Isacco) lavora il pittore manierista Domenico Beccafumi, che a tal punto perfezionerà la tecnica del commesso marmoreo, da ottenere risultati di chiaro-scuro.

ORARI PAVIMENTO

1 marzo – 1 novembre: 10:30 – 19:00 / Festivi: 13:30 – 18:00 / Prefestivi: 10:30 – 18:00
2 novembre – 28 febbraio: 10:30 – 17:30 / Festivi: 13:30 – 17:30 / Prefestivi: 10:30 – 17:30
26 dicembre – 8 gennaio: 10:30 – 18:00 / Festivi: 13:30 – 17:30 / Prefestivi: 10:30 – 17:30
Apertura Domenicale Cattedrale solo per il mese di Marzo: 13:30 – 17:30

Apertura biglietteria ore 9:45

Ultimo ingresso mezz’ora prima l’orario di chiusura dei Musei.
Gli orari potrebbero subire variazioni a causa di celebrazioni religiose.

https://operaduomo.siena.it/it/luoghi/pavimento/

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Il Documento di Damasco

 

Il Documento di Damasco è una delle opere trovate in molti frammenti e copie nel le grot te del Qumran, e come tale è considerato parte dei manoscritti non biblici di Qumran. La versione attualmente più accreditata è che i rotoli sono correlati ad una comunità Essena che viveva in quell’area nel I secolo a.C.
Anche prima della scoperta dei manoscritti di Qumran nel ventesimo secolo, quest’opera era nota agli studiosi, dato
che due manoscritti furono trovati nel tardo XIX secolo nella collezione Genizah del Cairo, in una stanza adiacente
alla sinagoga Ben Ezra a Fustat. Questi documenti si trovano nella Cambridge University Library e sono datati rispettivamente nel X secolo e XII secolo.
A differenza dei frammenti trovati a Qumran, i documenti del Cairo sono completi in molte parti, dunque di vitale
importanza per la ricostruzione del testo. Il titolo del documento proviene dai numerosi riferimenti a Damasco che
esso contiene. Il modo in cui Damasco è trattato nel documento fa supporre che non sia un riferimento letterale a Damasco in Siria, ma va inteso o geograficamente come Babilonia, o come Qumran stesso. Se il riferimento è simbolico, probabilmente usa il linguaggio biblico che troviamo in Amos 5,27:

«Perciò io vi farò andare in cattività al di là di Damasco, dice l’Eterno, il cui nome è DIO de gli eserciti.» ( Amos 5,27)

Damasco fece parte di Israele sotto il regno di Re Davide, ed il Documento di Damasco esprime la speranza escatologica del ripristino della monarchia di Davide.
Il documento contiene un riferimento criptico ad un Maestro di Giustizia. Egli viene trattato a seconda dei rotoli di
Qumran come una figura del passato, del presente o del futuro. Il Maestro di Giustizia ha un ruolo importante
nel Documento di Damasco, ma nessun ruolo nella Regola della Comunità, un altro documento trovato tra i rotoli
di Qumran e questo suggerisce una differenza al momento della stesura di ogni documento. Il Documento di Damasco descrive il gruppo nel quale esso è stato scritto come privo di leader nei 20 anni precedenti alla venuta del Maestro di Giustizia che ha stabilito le regole del gruppo.
Solitamente gli storici fanno risalire il Maestro al 150 a.C. circa, visto che il documento afferma che egli arrivò 390
anni dopo (un periodo che difficilmente è preciso) l’Esilio babilonese.

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Il Vangelo di Giuda

 

Il Vangelo di Giuda fa parte dei testi ritrovati nel 1945 a Nag Hammadi, nell’Alto Egitto, contenenti i cosiddetti ‘Vangeli Apocrifi‘, quei Testi che la Chiesa delle origini aveva escluso dal ‘corpus’ di quelli Canonici. Documenti che si credevano perduti per sempre e di cui si aveva conoscenza tramite, soprattutto, gli scritti ufficiali che contro di essi si scagliavano (come la Confutazione di tutte le eresie di Ireno, vescovo di Lione, risalente al 180 d.C.). Anche di un Vangelo di Giuda si aveva sentore, perchè appunto Ireneo lo menzionava come testo ‘eretico’ nel suo lavoro, atto a screditare e mettere al bando qualsiasi libro ritenuto ‘fuorviante’ per la neoformata Chiesa cattolica. Ma del documento si erano perse le tracce, nessuno lo aveva mai visto nè letto, e non si sapeva che-da qualche parte-potesse esisterne ancora la memoria. Nel II secolo dopo Cristo  numerose erano le sette che dipartivano dal ceppo originario, quello del Giudaismo, segnale che diverse erano le ideologie in fatto di fede religiosa, e diversa la visione del mondo, di Dio, di Gesù e del suo messaggio. I testi di Nag Hammadi sono ritenuti scritti ‘gnostici‘ (gnosis=conoscenza) e presentano una versione degli episodi della vita terrena di Cristo in una forma più complessa rispetto ai ‘canonici’, da interpretarsi non letteralmente ma attraverso una riflessione più coerente e approfondita delle questioni affrontate. Sono testi ‘esoterici’, nel senso che il loro messaggio è celato spesso dalle metafore, e non è accessibile a chiunque. Gli studiosi che hanno potuto esaminare e tradurre il testo che va sotto il nome di Vangelo di Giuda, si dichiarano concordi ad attribuirlo alla medesima ‘area gnostica’ della Biblioteca di Nag Hammadi, trascritto in una forma piuttosto simile, non su rotolo ma su fogli di papiro rilegati con una copertina in pelle, che è tra l’altro un’usanza assai insolita per l’epoca e per il contesto (nell’area Ebraica si usava e si usa tutt’oggi il Rotolo per il Testo Sacro, la Torah).

Il Vangelo di Giuda, al momento del ritrovamento, si trovava annesso ad un Codice, cioè un insieme di testi, tutti di matrice gnostica, così composto e distinto in quattro ‘parti’:

1) Lettera di Pietro a Filippo, di cui ne era stata trovata una differente versione nel 1945 a Nag Hammadi;

2) L’Apocalisse di Giacomo, di cui era stata pure ritrovata una copia a Nag Hammadi

3) il Vangelo di Giuda, unico esemplare fino ad oggi ritrovato

4) una sezione detta ‘di  Allogene’, di cui si ignora il titolo originale e molto frammentaria. Allogene significa “straniero” (di diversa ‘razza’) e il termine fu creato dagli Autori della Bibbia dei Settanta. Allogene era una personalità copta che aveva vinto l’ignoranza e il timore, meritando di accedere al variegato paradiso degli gnostici.

Nel deserto Egiziano sono incalcolabili le caverne che si trovano disseminate tra gli anfratti rocciosi, talmente nascoste che spesso sfuggono per millenni all’attenzione di chiunque. In una di esse, a 120 miglia a sud del Cairo, tra i desolati dirupi del Jebel Marara, situato nella provincia di Al Minya, questo Codice è rimasto occultato per quasi due millenni. Solo il ‘fiuto’ dei fellahin, che abitano nei dintorni, sempre alla ricerca di nuovi ‘reperti’ che sanno potrebbero fruttare un po’ di denaro per sfamare la famiglia, ha permesso che il Codice fosse rinvenuto. Questo avvenne nel 1970, in quella regione del Medio Egitto in cui il 15 % della popolazione è cristiana copta. La caverna si dimostrò essere un’antica sepoltura, al cui ingresso stavano due cassette di pietra. Vi si trovava uno scheletro (o più d’uno, facendo ipotizzare potesse trattarsi di una tomba ‘di famiglia’) avvolto in un sudario, probabilmente un personaggio facoltoso, che aveva accanto a sè una cassetta, al cui interno si trovavano dei papiri, tra cui il Codice che ci interessa, con la sua rilegatura in pelle, ancora in buono stato di conservazione nonostante i secoli trascorsi da quella inumazione. Se il deserto con il suo clima secco aveva svolto questa naturale opera di tramandazione, non fu certo così dopo che il Codice fu portato via, come vedremo. I fellahin, intanto, non potendo sapere cosa vi fosse scritto (perchè analfabeti) si preoccuparono di acquisirlo e farlo proprio, sperando di poterlo vendere a qualche mercante che, si diceva, era sempre disposto a comprare antichi manoscritti. Bisognava solo agganciare le persone ‘giuste’ e non far trapelare nulla della scoperta, perchè anche in Egitto le leggi stavano mutando, nel senso di una maggiore tutela per le antichità ritrovate sul suo suolo.

Un mistero è rappresentato dal fatto che si ignora chi sia l’Autore di questa copia del  Vangelo gnostico di Giuda e quando esattamente venne scritto l’originale in greco. Perchè gli studiosi ne sono certissimi: l’originale era in greco. Questo lo si è appurato poichè il redattore successivo, che lo trascrisse in sahitico, cioè una variante dialettale della lingua copta, quando non è riuscito a tradurre qualche parola o quando non ne ha trovata la corrispettiva, l’ha lasciata come la trovò, ossia in greco. Non esiste il modo di risalire a chi possa aver ricopiato il Codice, ma certamente era uno scriba competente, che lo tradusse dal greco e che doveva avere un’alta esperienza nel copiare manoscritti letterari: si ipotizza opera di uno ‘scriptorium professionale‘, magari situato all’interno di qualche monastero, da sempre fucina di grande cultura. Nell’area del ritrovamento del Codice, però, non sorgono edifici monastici a breve distanza. Possiamo solo favoleggiare sul percorso che può aver compiuto già nell’antichità, dallo scriba al suo proprietario. Ignoriamo tutto, di entrambi e delle vicissitudini antiche del manoscritto che li ha legati.

Si ritiene che l’originale del Vangelo di Giuda sia stato composto dopo il Vangelo di Giovanni, il più tardo dei Vangeli canonici, dunque attorno al II secolo d.C., ma è probabile che abbia cominciato a circolare prima che fossero stabiliti gli stessi vangeli canonici come facenti parte del ‘corpus’ dei testi sacri della dottrina cattolica. Abbiamo già ribadito come il Cristianesimo delle origini fosse costellato di innumerevoli sette di opposizione a quella che poi avrebbe dominato sulle altre (il cattolicesimo).Il Vangelo di Giuda è uno dei testi che dovevano comporre il Nuovo Testamento della corrente dei cristiano-gnostici,forse della corrente dei cainiti.

Quando vi fu la ‘cernita’ da parte dei primi Padri della Chiesa, gli ‘apocrifi’ vennero messi al bando e proibiti. Si può pensare che molte persone, progressivamente, pur sapendo dell’esistenza di oltre trenta vangeli, abbiano finito per adeguarsi a quelli ‘ufficiali’ anche perchè la loro lettura e comprensione, sotto forma di ‘parabole’, poteva apparire più facile, sicuramente più accessibile che non l’elitario linguaggio usato negli altri vangeli gnostici. Forse distrutto, messo al rogo o al bando, il Vangelo di Giuda finì con l’essere dimenticato da tutti e la figura dell’Iscariota, tramandata dai quattro vangeli riconosciuti (di Marco, Matteo, Luca e Giovanni), divenne il simbolo del più bieco comportamento umano: il tradimento.

La premessa per comprendere -anche in maniera facile, dopotutto- questo Testo, è capire come gli gnostici consideravano(e considerano) il mondo in cui viviamo: non emanazione del Creatore, ma una creazione del Dio del Vecchio Testamento, che in qualità di ‘demiurgo cattivo’ lo avrebbe voluto di simil fatta (corrotto, maligno, pieno di dolore e sofferenza, e altre ‘amenità’). Un mondo intrappolato nella materia, e così alla stessa stregua l’uomo che vi dimora temporaneamente è intrappolato nella materia corrotta e corruttibile, vile e immonda,da cui l’unico mezzo per uscirne è la morte.In tal modo lo Spirito, immortale, può tornare al Padre Celeste, che è al di sopra di ogni cosa, e liberarsi dalla schiavitù materiale,poichè ogni essere umano è costituito di quella stessa particella divina emanata dal Creatore, ed è nella sua natura tornare ‘a casa’, ricongiungersi con la sua stessa Sostanza.In realtà, il discorso si farebbe un po’ più complesso, in quanto alcuni passi del Vangelo di Giuda fanno capire che non tutti gli uomini della terra hanno le stesse ‘prerogative’, considerandosi-gli gnostici o pneumatici- emanazione diretta e privilegiata di quel Dio Creatore, a cui agognano ritornare.La questione riconduce a scritti denominati ‘sethiani’ in cui si fa una distinzione tra generazioni umane e la grande generazione di Seth (un figlio di Adamo), che sono gli gnostici. Solo coloro che discendono da Seth  appartengono ad una stirpe immortale e hanno un rapporto esclusivo con Dio; solo i discendenti di quella generazione possono conoscere, secondo la loro visione, la vera natura di Gesù. Per gli gnostici, l’incontro con Dio Creatore non ha bisogno di intermediari e pertanto non riconoscono alcuna autorità religiosa nè gerarchia ecclesiastica. Consideravano falsa la dottrina cristologica così come la stava diffondendo la nascente Chiesa ortodossa.

Questa vita terrena per loro è un esilio doloroso, e ora possiamo iniziare a comprendere come Testi di questo tipo, dessero un certo ‘fastidio’ ai Padri della Chiesa, che tentavano di fondare una nuova religione ‘cattolica’(Universale) alla portata di tutti (ma fortemente gerarchizzata),  in cui il Dio dell’Antico Testamento era considerato l’unico vero Dio da adorare, che aveva mandato il suo unico Figlio, Gesù, a immolarsi per l’umanità e redimerla.Grazie al suo sacrificio della morte in croce, l’aveva riscattata dal suo peccato originale e, risorgendo dopo tre giorni dalla morte, aveva dato la certezza che tutti gli uomini sarebbero risorti come Lui nel giorno del Giudizio, secondo i meriti.In questa vicenda, che ci viene insegnata fin dalla più tenera età, la figura di Giuda Iscariota è la più infima, meschina, torva, detestabile, perchè per trenta denari avrebbe venduto la pelle del suo Maestro e amico Gesù, per poi pentirsi amaramente tanto da suicidarsi in preda al rimorso.

Nel Vangelo di Giuda riemerso dalla sabbie del deserto egiziano nel 1970, Giuda è descritto come il più intimo amico di Gesù, l’unico in grado di capire il suo messaggio terreno, ispirato da Dio Padre, il Creatore. Gesù è gnostico e come tale aborrisce la materia, e chiede al fraterno discepolo e amico Giuda di compiere un atto che porrà fine, con il sacrificio personale, alla sua vita. Dovrà consegnarlo alle guardie per adempiere a quanto è nella volontà di Gesù stesso.Quindi un enorme stravolgimento stiamo vedendo in questo Testo: la figura di Giuda Iscariota è ribaltata completamente, da traditore a colui che adempie ad una richiesta ben precisa dell’amico e rabbi Gesù. Solo così, Costui potrà liberarsi dal corpo fisico che lo imprigiona nella materia e liberare la luce spirituale che è dentro di Lui, affinchè possa ricongiungersi al Padre suo celeste. La ‘logica’ gnostica appare chiara, in questa chiave, ci pare. Inoltre, nel Testo, Gesù non muore nè risorge:il vangelo di Giuda termina con la cattura di Gesù e si chiude così.Non esiste nemmeno un riferimento al possibile suicidio di Giuda Iscariota.

Ora, che Giuda avesse scritto un Vangelo e che questo saltasse fuori, è un fatto strabiliante: anzitutto come mai un ‘traditore’ dovrebbe scrivere una propria versione dei fatti e perchè?  E come mai gli altri quattro evangelisti ‘canonicamente’accettati lo calunniano, se non tradì affatto il loro Maestro? Lo sapevano o non capivano? O il tutto fu manipolato?

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La Guerra nell’Antico Egitto

Gli antichi Egiziani, grazie alla posizione geografica della loro terra, non erano un popolo guerriero, come lo furono altri dell’area medio – orientale. Nei primi periodi della loro civiltà ebbero milizie interne con compiti difensivi e offensivi riguardanti piccole rivalità tra distretti del paese: le uniche azioni guerresche erano dirette verso la Libia e la Nubia, principalmente per razziare e deportare schiavi per la mano d’opera.

Fu dopo la cacciata degli Hyksos che l’Egitto compose un nuovo quadro delle forze militari sotto il profilo logistico e di armamenti. L’esperienza della guerra contro il governo asiatico fu la molla che fece scattare l’epopea imperiale ed espansionistica rivolta principalmente verso la zona dell’Asia Minore, giungendo fino all’Eufrate e all’area meridionale dell’attuale Turchia.

In questo libro si sono voluti analizzare e descrivere i vari aspetti dell’arte militare degli antichi Egiziani, toccando anche il modo di pensare dei sovrani e dei soldati nei riguardi delle azioni guerresche e strategiche, a parte la connessione tra economia e guerra. Ci si troverà di fronte a degli usi che, se da un lato ci possono lasciare inquieti,
dall’altro sono manifestazioni dei modi di combattere di quei tempi.

A quell’epoca il coraggio del combattente era dimostrato nello scontro ravvicinato in cui entravano in ballo la determinazione e armi micidiali che in genere producevano ferite e morti atroci. La morte a distanza era poi inviata con armi da lancio, come frecce, lance, giavellotti e fionde, mentre la morte per calpestamento era provocata
dall’impatto tremendo con i carri da guerra trainati dalle pariglie di cavalli lanciati al galoppo sfrenato.

La guerra fu, è e sarà sempre un’azione tragica che spezza generazioni e getta nel disordine e nell’indigenza le nazioni: la Storia ha il compito di insegnare … ma l’uomo è un allievo dalla memoria labile!

Pietro Testa

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I Custodi del Graal

In seguito alla presa di Gerusalemme nel 1099, vi fu un gran discutere su come la Città Santa dovesse essere amministrata. Dopo molte riflessioni, si decise di offrire la corona al duca della Bassa Lorena, Goffredo, il quale possedeva sia le necessarie credenziali aristocratiche che la volontà di rimanere in Terra Santa sebbene la maggior parte degli altri nobili fosse ritornata in Europa. Pur accettando l’incarico, Goffredo rifiutò la consacrazione come sovrano, preferendo assumere solo il titolo di Advocatus Sancti Sepulchri, “Difensore del Santo Sepolcro”: considerata l’opposizione della Chiesa agli incarichi secolari che fossero superiori a quelli ecclesiastici, questa era sicuramente una mossa avveduta. Tuttavia il suo regno, che fu caratterizzato da una certa debolezza sia nei confronti
della Chiesa che di potenti vassalli come Tancredi, non durò a lungo. Il 18 luglio 1100, a quasi un anno esatto dalla presa di Gerusalemme, Goffredo morì, probabilmente di febbre tifoidea.

Ancora una volta il trono rimase vacante e presto fu chiaro che vi era un solo uomo in grado di occuparlo: Baldovino, fratello di Goffredo. Questi, diversamente dal fratello, non si dimostrò restio ad accettare la sacra corona, che
molti ritenevano spettasse solo a Cristo, e l’11 novembre fu consacrato re di Gerusalemme, mentre la sua contea di Edessa passava al cugino Baldovino di Le Bourg. Probabilmente il nuovo re fu sorpreso quanto chiunque altro del destino che gli veniva riservato, sebbene non fosse del tutto immeritato.

Baldovino cercò subito di rafforzare alla base quel regno che soffriva – e in un certo senso ne avrebbe sofferto per tutta la sua esistenza – della scarsità di forze militari. I crociati erano pronti a recarsi in Oriente e anche a morire nel nome di Cristo, se fosse stato necessario, ma solo pochi erano disposti a rimanervi per tutta la vita. Era necessario trovare il modo di ovviare a questo inconveniente e la soluzione sembrò l’istituzione del primo ordine militare di cavalieri: i Templari. Baldovino morì il 2 aprile 1118 e gli succedette il cugino Baldovino il, che al pari di lui aveva svolto una sorta di apprendistato come conte di Edessa.

Un certo Hugues de Payen, un nobile della Champagne, si presentò a Baldovino il subito dopo la sua incoronazione e discusse con lui dell’istituzione dell’Ordine, inizialmente chiamato dei “Poveri Cavalieri di Cristo”. Sebbene l’Ordine fosse destinato a espandersi con il tempo e a diventare il più grande e il più ricco d’Europa, inizialmente era composto da nove cavalieri soltanto, che tali rimasero per nove anni. Baldovino consentì loro l’uso della moschea di Al Aqsa sul monte del tempio a Gerusalemme come quartier generale, un privilegio mai accordato a nessuno. La loro stretta relazione con il monte del tempio è indicata dal fatto che le chiese che costruirono in Europa furono quasi sempre a pianta circolare, su modello della Cupola della Roccia.

Sotto il regno di Baldovino II i Templari prosperarono. Il loro ordine, così come quello dei loro rivali, i Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni, veniva considerato indispensabile per la sicurezza del regno, ma i suoi appartenenti
non avevano alcun obbligo diretto verso il re, poiché i loro Gran Maestri avevano la completa autorità e il comando assoluto riguardo a tutte le questioni operative. In Europa la situazione era identica. Grazie alle donazioni, l’Ordine si arricchì enormemente e divenne un’istituzione internazionale, con interessi nel campo bancario, commerciale, del
turismo, della difesa e in molte altre attività correlate.

Non essendo soggetti alla giurisdizione dei sovrani nazionali, ovviamente suscitarono invidie, soprattutto da parte di Filippo il Bello, re di Francia. Nel 1307, Filippo diede ordine che tutti i Templari del suo regno fossero arrestati
e che le loro terre venissero confiscate a beneficio della corona. Su incitamento di Filippo, il papa diede ordini analoghi alle teste coronate di tutta Europa affinché si comportassero allo stesso modo. Al più debole sospetto,
i Templari venivano immediatamente condannati come eretici e blasfemi. In molti riuscirono a sopravvivere alle torture e alle estorsioni di confessioni a cui furono sottoposti, ma il Gran Maestro Jacques de Molay e il Maestro di Normandia, Geoffrey de Charnay, vennero arsi pubblicamente sul rogo.

Una delle accuse principali che venivano mosse agli appartenenti all’Ordine era che venerassero una strana testa. Nel suo affascinante studio sulla Sindone, Ian Wilson ipotizzò che questa “testa” potesse essere la stessa Sindone, piegata in modo da lasciare visibile solo il volto di Cristo. Sfortunatamente la sua teoria, per certi versi convincente, ha perduto qualsiasi credibilità da quando la Sindone è stata sottoposta al sistema di datazione con la tecnica del carbonio e si è rivelata un falso di epoca medievale. La relazione che Wilson suggerisce tra il Mandilion e i Templari, però, probabilmente non è lontana dal vero. Se uno dei re Baldovino avesse avuto un ritratto di Gesù (un Mandilion) che riteneva autentico, si sarebbe sicuramente preoccupato della sua sicurezza, quindi la creazione di un Ordine di eletti, per molti versi strutturato sul modello dei leggendari Cavalieri del Graal della Tavola Rotonda di re Artù, che svolgessero il compito di custodi di questo tesoro, sarebbe stata decisamente opportuna.

Riflettendo su questa ipotesi, pensai che i Templari, anche se non erano in possesso della Sindone come riteneva
Wilson, dovessero comunque avere una sorta di “Graal” sotto forma del Mandilion. Incominciavo a capire che il vero arcano che circondava la leggenda del Graal, per lo meno nella forma conosciuta nella Francia e nella Germania del Medioevo, aveva poco a che fare con il britannico re Artù, ma derivava dalle tradizioni gnostiche cristiane, ancora vive nel Vicino Oriente ai tempi della prima crociata. E possibile, dunque, che qualcuno dei crociati fosse venuto a contatto con esse nel corso di quell’impresa. La storia della ricerca dei cavalieri, come quella dei Magi, divenne quindi un pretesto per il passaggio di dottrine mistiche e segrete da Oriente a Occidente. Antiochia, dove la Lancia di Longino fu ritrovata da Pietro Bartolomeo, era una delle località nelle quali queste idee avevano avuto origine, ma verso la fine dell’XI secolo era la Mesopotamia settentrionale il luogo in cui erano ancora particolarmente vive. Anche quando le terre d’Oriente passarono sotto autorità politiche e religiose diverse, certi elementi del cristianesimo gnostico sopravvissero.

Nei monasteri vetusti, nelle grotte e nelle valli abbandonate, alcuni uomini continuavano a compiere atti di devozione secondo le usanze dei tempi andati e a mantenere qualche contatto con la gnosi. Pare che fu proprio con un gruppo di queste persone, discendenti di un antico ordine chiamato confraternita dei sarmung, che Gurdjieff venne a contatto nella regione di Nusaybin (Nisibis) tra il 1880 e il 1900. Possedevo
ormai le prove che certi misteri potevano essere stati tramandati all’Occidente, quando mi furono mostrate alcune monete di Edessa risalenti ai tempi dei romani. Come scoprii in seguito, quelle monete indicavano che qualcuno era ancora a conoscenza delle religioni astrali della zona molto tempo dopo l’avvento del cristianesimo. Forse ero
sulle tracce della dimenticata “scuola dei persiani”.

 

Adrian Gilbert

 

Tratto da: I Magi di Adrian Gilbert – Harmakis Edizioni

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Il Mistero dei Vimana

Nella letteratura Vedica, sono molte le descrizioni di macchine volanti chiamate Vimana. Il poema epico nazionale indiano, il Mahabharata è un opera lunga e complessa. Non sono rimaste prove (archeologiche) della tecnologia aerospaziale indiana antica, ma i riferimenti a macchine volanti sono comuni negli antichi testi
vedici. Molte di queste opere descrivono il loro uso in guerra.
Dipendendo dai punti di vista, potrebbe trattarsi di fantascienza, oppure la cronaca di un conflitto tra esseri con armi potentissime ed avanzate.
La scuola europea considera la civiltà umana come qualcosa di recente cominciata ieri da qualche parte in Africa, e finita oggi con la scoperta dell’atomo, concependo la cultura antica come primitiva e selvaggia. È una “superstizione moderna” quella di pensare che l’avanzare verso la conoscenza sia qualcosa di lineare. La nostra visione “della preistoria” è inadeguata. Noi non abbiamo ancora liberato le nostre menti dalla presa di una Religione “una-e-unica”, un solo Libro Sacro “uno e unico” e una sola Scienza “una e unica”.
Nessun fatto cesserà mai di esitere, ma questi vengono spesso ignorati… (Aldous Huxley) Non lasciate che le vostre menti siano afferrate dalla dottrina prevalente… (Alexander Fleming 1881-1955)
La menzione di aeroplani, ricorre molte volte in tutta la letteratura Vedica. Il verso che segue (tratto dallo Yajur-Veda), descrive il movimento di una di tali macchine:

Yajur Veda, 10.19

 “O ingegnere specializzato, tu che progetti navi oceaniche, spinte da motori ad acqua come quelli usati nei nostri aeroplani, che danno la capacità di alzarsi in verticale oltre le nubi e viaggiare in tutta la regione. Sii tu, prosperoso in questo mondo e vola attraverso l’aria e attraverso la luce” Il Rg Veda, il documento più antico della storia descrive alcuni di questi mezzi di trasporto:

Jalayan – è un veicolo progettato per muoversi sia in aria che in acqua… (Rig Veda 6.58.3)

Kaara – è un veicolo progettato per muoversi sia sulla terra che in acqua… (Rig Veda 9.14.1)

Tritala – è un veicolo progettato per muoversi nei tre elementi… (Rig Veda 3.14.1)

Trichakra Ratha – è un veicolo a tre motori progettato per muoversi nell’aria…(Rig Veda 4.36.1)

Vaayu Ratha – è una veicolo sospinto da un motore ad aria… (Rig Veda 5.41.6)

Vidyut Ratha – un veicolo sospinto da un motore potentissimo…è (Rig Veda 3.14.1).

Il termine Kathasaritsagara indica operai altamente specializzati, questi potevano essere dei Rajyadhara, esperti in meccanica e in grado di costruire navi oceaniche o dei Pranadhara, esperti nel fabbricare macchine volanti capaci di trasportare oltre 1000 passeggeri. I testi affermano che queste macchine erano capaci di coprire in pochi istanti lunghissime distanze.


Secondo Dott. Vyacheslav Zaitsev: “…il Ramayana racconta molte storie di astronavi celestiali, dotate di due motori e molte finestre che rombano nel cielo e che sono così veloci che sembrano comete. Il Mahabharata e altri libri in sanscrito descrivono dettagliatamente queste astronavi come dotate di motori a fotoni che sfruttando la luce, potevano librarsi nell’aria e raggiungere altri pianeti del sistema solare e andare oltre verso le stelle…”

Dal Ramayana
(Kamagam ratham asthaya… nadanadipatim…) …Egli Sali a bordo del Khara (aeroplano) che era decorato con gioielli e visi oscuri e si allontanò con un rumore che assomiglia al tuono delle nubi durante un temporale…
Lei potrà andare dove vuole, dopo che io e Sita attraverso un volo aereo avremo raggiunto l’isola di Lanka… Quindi Ravana e Maricha salirono a bordo del loro aereo (Vimana), grande quanto un palazzo e lasciarono quel luogo…
Poi quegli esseri, fecero salire Sita sull’aereo e si diressero verso la foresta di Ashoka e dall’alto le fu mostrato il campo di battaglia…
Quell’aereo, con grande frastuono si era innalzato nel cielo…
Riferimenti ad aerei e ad astronavi, li possiamo trovare anche nel Mahabharata. Il libro parla di queste macchine volanti, descrivendo circa 41 avvistamenti in luoghi diversi e in modo particolare parla dell’attacco di Salva all’antica capitale indiana (Dwaraka).

Dal  – Il re Salva aveva possedeva una aereo noto come Saubha-pura, con il quale bombardò Dwaraka con una pioggia di bombe e missili…
Krishna l’inseguiva, Salva si diresse verso l’Oceano, poi con una virata raggiunse di nuovo la terra ferma. Fu una lotta difficile, una battaglia ad un Krosa (approssimativamente 12000 metri) di altezza sopra del livello del mare… Krishna lanciò un potente missile che colpì l’aereo, il quale si frantumò e precipitò in mare…

Questa vivida descrizione dell’attacco aereo all’antica capitale indiana è descritto anche nel Bhagavata Maha Purana. Dove troviamo dei riferimenti a missili, sofisticate macchine da guerra e invenzioni meccaniche, molto simili ai Vimana descritti nel Mahabharata.

Fonte: http://www.spazioevita.com

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Il Popolo Copto

Il termine Copto deriva dalla parola greca Aigyptos, che a sua volta derivava da “Hikaptah”, uno dei nomi della prima capitale dell’antico Egitto, Menfi. L’uso moderno del termine “Copti” indica i Cristiani egiziani come pure l’ultima espressione della antica scrittura della lingua egizia. Inoltre esso descrive l’arte e l’architettura sviluppatesi quale espressione della nuova fede.

La Chiesa copta si basa sull’insegnamento di San Marco, il quale portò la Cristianità in Egitto durante il regno dell’imperatore romano Nerone nel primo secolo, una dozzina di anni dopo l’ascensione del Signore. Egli fu uno dei quattro Evangelisti e quello che scrisse il più antico Vangelo canonico. La Cristianità si diffuse in Egitto in meno di mezzo secolo dall’arrivo di San Marco ad Alessandria, come appare chiaro dagli scritti del Nuovo Testamento trovati a Bahnasa, nel medio Egitto, che datano intorno all’anno 200 d.C., e da un frammento del Vangelo di S. Giovanni, scritto in lingua copta, scoperto nell’alto Egitto e datato alla prima metà del secondo secolo. La Chiesa copta, che ora ha più di diciannove secoli, fu argomento di molte profezie dell’antico Testamento. Il profeta Isaia dice, nel capitolo 19, verso 19: “In quei giorni sorgerà un altare al Signore nel mezzo della terra d’Egitto ed una colonna al Signore ai suoi confini“.

Sebbene pienamente integrati nel corpo della moderna nazione egiziana, i Copti sono sopravvissuti quale forte entità religiosa orgogliosa del suo contributo al mondo cristiano. La Chiesa copta si considera come un forte difensore della fede cristiana. Il Credo niceno, recitato in tutte le chiese del mondo, ebbe quale autore uno dei suoi figli favoriti, Sant’Atanasio, Vescovo di Alessandria per 46 anni, dal 327 al 373 d.C. Tale situazione è ben meritata, poiché dopotutto l’Egitto fu il rifugio che la sacra Famiglia cercò nella sua fuga dalla Giudea : “Quando egli si levò, egli prese il Bambino e sua Madre di notte e partì per l’Egitto, e lì rimase fino alla morte di Erode, cosicché si compisse ciò che era stato detto dal Signore tramite il profeta, “Fuori dall’Egitto Io chiamerò mio Figlio“ [Matteo, 2:12-23].

Sono molti i contributi della Chiesa copta alla Cristianità. Fin dall’inizio essa ebbe un ruolo centrale nella teologia cristiana, e specialmente nel proteggerla dalle eresie gnostiche. La Chiesa copta produsse migliaia di testi, studi biblici e teologici, che costituiscono risorse importanti per l’archeologia. La sacra Bibbia venne tradotta in lingua copta nel secondo secolo. Centinaia di scribi trascrissero copie della Bibbia ed altri testi liturgici e teologici. Attualmente in tutto il mondo biblioteche, musei ed università posseggono centinaia e migliaia di manoscritti copti.

La Scuola catechetica di Alessandria fu la più antica scuola catechetica del mondo. Subito dopo la sua fondazione da parte dello studioso cristiano Pantaneo intorno al 190 d.C., la scuola di Alessandria divenne la più importante istituzione di insegnamento religioso della Cristianità. Molti eminenti vescovi da molte parti del mondo ricevettero istruzione in quella scuola da parte di studiosi quali Atenagora, Clemente, Didimo ed il grande Origene, considerato il padre della teologia ed attivo anche nel campo del commento e degli studi comparativi della Bibbia. Origene scrisse oltre 6.000 commentari alla Bibbia, oltre al suo famoso Hexapla. Molti studiosi, come S. Girolamo, visitarono la scuola di Alessandria per scambiare idee e comunicare direttamente con i suoi studiosi. Lo scopo della scuola di Alessandria non si limitava ai soli argomenti teologici, poiché lì si discuteva anche di scienze, matematica e studi umanistici: il metodo del commento tramite domanda e risposta nacque lì e, 15 secoli prima di Braille, venivano usate da studenti ciechi tecniche di intaglio nel legno, per leggere e scrivere. Il Collegio teologico della Scuola catechetica di Alessandria venne ricostituito nel 1893. Oggi possiede campus ad Alessandria, al Cairo, New Jersey e Los Angeles, dove seminaristi ed altri uomini e donne qualificati discutono riguardo ad argomenti di teologia cristiana, di storia e lingua ed arte copta, insieme a canto, musica, iconografia, tessitura ecc

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Il monachesimo nacque in Egitto e fu strumentale alla formazione del carattere di sottomissione ed umiltà della Chiesa copta, grazie all’insegnamento ed agli scritti dei grandi Padri del deserto egiziani. Il monachesimo ebbe inizio negli ultimi anni del III secolo e fiorì nel IV. S. Antonio, il primo monaco cristiano al mondo, era un copto dell’alto Egitto. S. Pacomio, che stabilì le regole del monachesimo, era un Copto. E pure copto era S. Paolo, il primo anacoreta al mondo. Altri famosi Padri del deserto sono S. Macario, S. Mose il nero e S. Mena il meraviglioso. I più vicini Padri del deserto sono l’ultimo vescovo Cirillo VI ed il suo discepolo Mena Abba Mena. Dalla fine del IV secolo sorsero centinaia di monasteri e migliaia di celle e grotte sparse nelle alture egiziane. Molti di questi monasteri sono ancora fiorenti ed a tutt’oggi hanno nuove vocazioni. Tutto il monachesimo cristiano deriva, direttamente o indirettamente, dall’esempio egiziano: S. Basilio, l’organizzatore del movimento monastico in Asia minore, visitò l’Egitto intorno al 357 d.C. e la sua guida venne seguita dalle Chiese orientali; S. Girolamo, che tradusse la Bibbia in latino, venne in Egitto intorno al 400 e lasciò note delle sue esperienze nelle sue lettere; S. Benedetto fondò monasteri nel VI secolo sul modello di S. Pacomio, ma in forma più rigorosa. Ed innumerevoli pellegrini visitarono i “Padri del deserto” ed emularono le loro vite spirituali, disciplinate, Ci sono anche le prove che i Copti ebbero missionari in nord Europa. Un esempio è Saint Moritz della Legione tebana che fu coscritto in Egitto per servire sotto la bandiera romana e finì per insegnare il Cristianesimo agli abitanti delle Alpi svizzere, dove una cittadina ed un monastero che contiene le sue reliquie, alcuni dei suoi libri e dei suoi oggetti presero il nome da lui. Un altro santo della Legione tebana è S. Vittore, conosciuto tra i Copti come “Boktor”.
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Sotto l’autorità dell’Impero d’Oriente di Costantinopoli (in opposizione all’Impero d’Occidente di Roma), i Patriarchi ed i vescovi di Alessandria ebbero un ruolo di guida della teologia cristiana. Essi erano invitati ovunque a discutere circa la fede cristiana. S. Cirillo, vescovo d’Alessandria, fu a capo del Concilio ecumenico che si tenne ad Efeso nel 430 d.C. Si disse che i vescovi della Chiesa di Alessandria nulla facevano se non trascorrere il loro tempo in incontri. Comunque, il ruolo di guida non andò più bene nel momento in cui i politici iniziarono ad immischiarsi delle questioni religiose: Tutto ebbe inizio quando l’imperatore Marciano interferì con materie religiose della Chiesa: La risposta di S. Dioscoro, il vescovo d’Alessandria che in seguito venne esiliato, fu chiara: “Tu non hai nulla a che fare con la Chiesa“. Queste motivazioni politiche divennero ancora più evidenti a Calcedonia nel 451, quando la Chiesa copta ingiustamente accusata di seguire gli insegnamenti di Eutiche, che credeva nel monofisismo. Questa dottrina afferma che il Signore Gesù Cristo ha solo una natura, quella divina, e non due, quella umana insieme alla divina.

La Chiesa copta non ha mai creduto nel monofisismo nel modo che fu presentato al Concilio di Calcedonia! In quel concilio il monofisismo significava il credere in una natura. I Copti credono che il Signore è perfetto nella Sua divinità, e che Egli è perfetto nella Sua umanità, ma che Sua divinità e la Sua umanità furono unite in una natura chiamata “la natura del verbo incarnato”, il che fu reiterato da S. Cirillo di Alessandria. I Copti, così, credono in due nature, “umana” e “divina”, che sono unite in una senza “mescolanza, senza confusione, e senza alterazione” (dalla dichiarazione di fede alla fine della liturgia divina copta). Queste due nature “non si separarono per un momento o per un batter d’occhio” (ancora dalla dichiarazione di fede alla fine della liturgia divina copta).

La Chiesa copta non fu compresa nel V secolo al Concilio di Calcedonia. Forse il concilio non comprese correttamente la Chiesa, ma essa volle isolare la Chiesa, per isolarla ed abolire l’indipendente vescovato egiziano, che affermava che la Chiesa e lo Stato avrebbero dovuto essere separati. A dispetto di tutto ciò la Chiesa copta è rimasta molto rigorosa e ferma nella sua fede. Se ci fu una cospirazione delle Chiese per esiliare la Chiesa copta quale punizione per il suo rifiuto alle influenze politiche, se il vescovo Dioscoro non fece abbastanza per puntualizzare che i Copti non erano monofisiti, la Chiesa copta ha sempre sentito come un dovere di riconciliare le differenze “semantiche” tra tutte le Chiese cristiane. Questo è stato espresso in modo appropriato dal 117° successore di S. Marco, papa Shenouda III : “Per la Chiesa copta la fede è più importante di ogni cosa, e gli altri devono capire che la semantica e la terminologia sono di poca importanza per noi”. Durante questo secolo la Chiesa copta ha avuto un grande ruolo nel movimento ecumenico. La Chiesa copta è uno dei fondatori Del Concilio Mondiale delle Chiese. E’ membro di tale Concilio dal 1948. La Chiesa copta è membro del Concilio Africano di tutte le Chiese (AACC) e del Concilio delle Chiese del Medio Oriente (MECC). La Chiesa ha un ruolo importante nel movimento cristiano nella conduzione di dialoghi che aiutino a risolvere le differenze teologiche tra Cattolici, Ortodossi orientali, Presbiteriani e Chiese evangeliche.

Forse la maggior gloria della Chiesa copta è la sua croce. I Copti sono orgogliosi delle persecuzioni che dovettero sostenere fin da quell’8 maggio del 68 d.C., quando il loro Patrono S. Marco fu trucidato il lunedì di Pasqua dopo essere stato trascinato per i piedi dai soldato romani lungo tutte le strade ed i vicoli di Alessandria. I Copti vennero perseguitati da quasi tutti i governanti dell’Egitto. I loro sacerdoti furono torturati ed esiliati anche dai loro fratelli cristiani dopo lo scisma di Calcedonia del 451, ed in seguito alla conquista araba dell’Egitto nel 641. Allo scopo di enfatizzare l’orgoglio nella loro croce, i Copti hanno adottato un calendario, chiamato il Calendario dei Martiri, che fa partire la sua era il 29 agosto del 284 d.C., a ricordo di coloro che morirono a causa della loro fede sotto l’imperatore romano Diocleziano. Questo calendario è ancora oggi usato in tutto l’Egitto dai contadini per seguire il corso delle varie stagioni agricole, e nel Lezionale della Chiesa copta.

Nei quattro secoli che seguirono la conquista araba dell’Egitto, la Chiesa copta in genere fiorì e l’Egitto rimase in sostanza cristiana. Questo è dovuto all’estendersi della fortunata posizione di cui i Copti godettero presso il Profeta dell’Islam, che aveva una moglie egiziana (l’unica delle sue mogli che generò un figlio), che richiese speciale benevolenza verso i Copti: “Quando conquisti l’Egitto, sii gentile con i Copti, perché essi sono tuoi protetti e amici e parenti“. Così i Copti ebbero il permesso di praticare liberamente la loro religione e furono largamente autonomi, stabilito che essi continuassero a pagare una tassa speciale chiamata “Gezya”, che li qualificava quali “Ahl Zemma”, protetti. Coloro che non potevano provvedere al pagamento di questa tassa si trovavano di fronte alla scelta o di convertirsi all’Islam o di perder i loro diritti civili di “protetti”, che in alcuni casi significò essere uccisi. I Copti, a dispetto delle addizionali leggi suntuarie che vennero loro imposte sotto la dinastia Abbaside, nel 750-868 e 905-935, prosperarono e la loro Chiesa godette della maggiore era di pace. La letteratura conservata nei monasteri datante a prima dell’VIII fino all’XI secolo mostra che non ci furono interruzioni nell’attività degli artigiani copti, quali tessitori, rilegatori in cuoio, pittori e falegnami. Durante quel periodo la lingua copta restò la lingua della terra e fu solo nella seconda metà dell’XI secolo che iniziarono ad apparire i primi manoscritti liturgici bilingui Copto-Arabi. Uno dei primi testi completi in arabo è il testo del XIII secolo di Awlaad el-Assal (figlio del Produttore di Miele), nel quale le leggi, le norme culturali e le tradizioni dei Copti di questo perodo cardine, 500 anni dopo la conquista islamica, sono illustrate. L’adozione dell’arabo quale lingua usata quotidianamente dagli Egiziani fu tanto lenta che ancora nel XV secolo al-Makrizi concludeva che il copto era ancora ampiamente in uso. Ancora oggi la lingua copta continua ad essere la lingua liturgica della Chiesa.

copto4L’aspetto cristiano dell’Egitto cominciò a mutare dall’inizio del secondo millennio, quando ai Copti, oltre alla tassa “Gezya”, vennero imposte specifiche limitazioni, alcune delle quali erano gravi ed interferivano con la loro libertà di culto. Per esempio, vi furono restrizioni sul restauro di chiese antiche e sulla costruzione di nuove, sulla testimonianza in tribunale, sul pubblico comportamento, sull’adozione, sull’eredità. sulle pubbliche attività religiose, e sull’abbigliamento. Lentamente ma costantemente, con la fine del XII secolo, l’aspetto dell’Egitto divenne da quello di un Paese principalmente cristiano a quello di un Paese principalmente musulmano, e la comunità copta occupò una posizione inferiore e visse come nell’attesa dell’ostilità musulmana, che periodicamente esplodeva in violenza. C’è da notare che il benessere dei Copti era in relazione con il benessere dei loro governanti. In particolare, i Copti soffrirono più in quei periodi in cui le dinastie arabe entravano in crisi.

La posizione dei Copti cominciò a migliorare nel XIX secolo sotto la stabilità e la tolleranza della dinastia di Mohammed Ali. La comunità copta smise d’esser considerata dallo stato come una unità amministrativa e, dal 1855, il principale marchio d’inferiorità dei Copti, la tassa “Gezya”, venne estinta, e poco tempo dopo i Copti iniziarono a servire nell’armata egiziana. La rivoluzione egiziana del 1919, il primo esempio di identità egiziana nei secoli, si innalza come una testimonianza dell’omogeneità della moderna società dell’Egitto, con insieme sia Musulmani che Copti. Oggi, questa omogeneità è ciò che mantiene la società egiziana unita contro le intolleranze religiose dei gruppi estremisti, che occasionalmente sottopongono i Copti a persecuzioni ed al terrore. Martiri dei giorni odierni come padre Marcos Khalil servono a ricordare il miracolo della sopravvivenza dei Copti.

Nonostante le persecuzioni, la Chiesa copta come istituzione religiosa non è mai stata controllata o ha potuto controllare il governo in Egitto. La lungamente perseguita posizione della Chiesa in merito alla separazione tra Stato e religione proviene dalle parole del Signore Gesù Cristo stesso, quando egli chiese ai suoi seguaci di sottomettersi ai loro governanti: “Date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio” [Matteo 22:21]. La Chiesa copta non ha mai opposto resistenza con la forza alle autorità o agli invasori e non si è mai alleata con alcuna potenza, dal momento che le parole del Signore Gesù Cristo sono chiare:”Riponi la tua spada al suo posto, poiché chi impugnerà la spada di spada perirà” [Matteo 22:21]. La miracolosa sopravvivenza della Chiesa copta fino al giorno d’oggi è la prova vivente della validità e della saggezza di questi insegnamenti.

Oggi (mentre viene scritto questo documento nel 1992) ci sono oltre 9 milioni di copti (su una popolazione di circa 57 milioni di Egiziani) che pregano, partecipano alla comunione in messe quotidiane in migliaia di chiese copte in Egitto. A costoro s’aggiungono altri 1,2 milioni di emigrati copti che praticano la loro fede in centinaia di chiese negli Stati Uniti, in Canada, Australia, gran Bretagna, Francia, Germania, Austria, Olanda, Brasile ed in molti altri Paesi in Africa e Asia. In Egitto i Copti vivono in ogni provincia e non c’è provincia dove rappresentino la maggioranza. I tesori culturali, storici e religiosi sono diffusi in tutto l’Egitto, anche nell’ oasi più remota, l’oasi di Kharga, nel deserto occidentale. Come individui i Copti hanno raggiunto prestigiosi traguardi accademici e professionali in tutto il mondo. Uno di queste persone è il Dr. Boutros Boutros Ghali, sesto Segretario generale delle Nazioni Unite (1992-1997), Un altro è il Dr. Magdy Yakoub, uno dei più famosi cardiologi al mondo.

I Copti osservano sette sacramenti canonici: battesimo, cresima (conferma), eucaristia, confessione (penitenza), ordini, matrimonio e unzione dei malati. Il battesimo è imposto poche settimane dalla nascita per immersione completa del corpo del neonato tre volte dentro acqua consacrata per l’occasione. La conferma si compie immediatamente dopo il battesimo. Una confessione regolare con un sacerdote personale, chiamato il padre confessore, è necessaria per ricevere l’eucaristia. E’ usanza che un’intera famiglia si avvalga dello stesso padre confessore, facendone così un consigliere di famiglia. Di tutti i sette sacramenti, il solo matrimonio non può essere celebrato in un periodo di digiuno. La poligamia è illegale, anche se riconosciuta dalla legge civile della terra. Il divorzio non è consentito se non in caso di adulterio, annullamento dovuto a bigamia o altre circostanze estreme, che vanno analizzate a cura di uno speciale concilio di Vescovi. Il divorzio può essere richiesto tanto dal marito quanto dalla moglie. Il divorzio civile non è riconosciuto dalla Chiesa. La Chiesa ortodossa copta non bada ad alcuna legge civile del paese finché essa non interferisce con i sacramenti della Chiesa. La Chiesa non ha (ed attualmente rifiuta di assumerne) posizione ufficiale riguardo ad alcuni decreti controversi (ad esempio l’aborto). Mentre la Chiesa ha istruzioni chiare riguardo certe materie (ad esempio l’aborto interferisce con il volere di Dio), la posizione della Chiesa è che tali problemi sonooio di Vescovi. Il divorzio puùc.net,  meglio risolvibili caso per caso per il tramite del padre confessore, piuttosto che avere un canone che ritenga peccato tali pratiche.

Esistono tre principali liturgie nella Chiesa copta: la Liturgia secondo S. Basilio, vescovo di Cesarea; la Liturgia secondo S. Gregorio di Nazianzio, vescovo di Costantinopoli; e La liturgia secondo S. Cirillo I, il 24° vescovo della Chiesa copta. Il grosso della Liturgia di S. Cirillo deriva da quella, in greco, usata da S. Marco nel I secolo. Fu tramandata dai vescovi e dai sacerdoti della chiesa finché non fu tradotta nella lingua copta da S. Cirillo. Oggi, queste tre Liturgie, con alcune aggiunte (ad esempio le intercessioni), sono ancora in uso; la Liturgia di S. Basilio è quella più comunemente usata nella Chiesa ortodossa copta.

Il culto dei Santi è espressamente proibito dalla Chiesa; comunque, il chiedere la loro intercessione (per esempio la preghiera mariana) è centrale in ogni servizio copto. Ogni chiesa copta assume il nome di un santo patrono. Tra tutti i Santi la Santa Maria Vergine (Theotokos) occupa un posto speciale nel cuore di ogni Copto. Le Sue ripetute e quotidiane apparizioni in una chiesetta nel distretto del Cairo di Elzaytoun per più di un mese nell’aprile del 1968, furono testimoniate da migliaia di Egiziani, tanto Copri quanto Musulmani, e vennero anche diffuse sulle TV internazionali. I Copti celebrano sette sante feste maggiori e sette sante feste minori. Le maggiori feste commemorano l’Annunciazione, il Natale, la Teofania, la Domenica delle Palme, la Pasqua, l’Ascensione la Pentecoste. Il natale si celebra il 7 di gennaio. Per la Chiesa copta la Resurrezione di Cristo ha tanta importanza quanto il Suo Avvento, se non di più. La Pasqua solitamente cade la seconda domenica dopo il primo plenilunio in primavera. Il calendario copto dei Martiri è pieno di altre festività commemoranti solitamente il martirio di santi popolari (ad esempio S. Marco, S. Mena, S. Giorgio, S. Barbara) della storia copta.

I Copti hanno periodi di digiuno non uniformati alle altre comunità cristiane. Su 365 giorni all’anno, i Copti digiunano per più di 210 giorni. Durante il digiuno non è consentito alcun prodotto animale (carne, pollame, pesce, latte, uova, burro ecc.). In più, nessun cibo o bevanda d’alcun genere possono essere assunti tra l’alba ed il tramonto. Queste severe regole di digiuno sono solitamente moderate dai sacerdoti su base individuale per provvedere a malati e deboli. La Quaresima, conosciuta come “il Grande digiuno”, è massicciamente osservato dai Copti. Comincia con un digiuno di una settimana pre-quaresimale, seguito da un digiuno di 40 giorni commemorante il digiuno di Cristo sulla montagna, seguito dalla Settimana santa (chiamata Pascha), la settimana più sacra del calendario copto, il cui vertice è la Crocifissione il venerdì santo e la fine la gioiosa Pasqua. Altri periodi di digiuno della Chiesa copta sono l’Avvento (festa della Natività), il digiuno degli Apostoli, il digiuno della Santa Vergine Maria ed il digiuno di Niniveh.
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Il sacerdozio della Chiesa ortodossa copta è guidato dal papa di Alessandria e include vescovi che sovrintendono i sacerdoti ordinati nelle loro diocesi. Sia il papa che i vescovi devono essere monaci; essi sono tutti membri del Santo Sinodo (Concilio) Ortodosso Copto, che si riunisce regolarmente per soprintendere a materie di fede e guidare la Chiesa. Il papa della Chiesa copta, sebbene altamente considerato da tutti i Copti, non gode di alcuna condizione di supremazia o infallibilità. Oggi ci sono oltre 60 vescovi copti che governano le diocesi egiziane come a Gerusalemme, in Sudan, Africa occidentale, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. La diretta responsabilità pastorale delle Congregazioni copte in ciascuna di queste diocesi ricade sui sacerdoti, che devono essere sposati e devono frequentare la Scuola catechetica prima d’essere ordinati.

Esistono due ordini non clericali che partecipano alla tutela degli affari della Chiesa. Il primo è un Concilio laico copto eletto dal popolo, che comparve sulla scena nel 1883 per offrire un’apertura tra la Chiesa ed il Governo. Il secondo è un Comitato congiunto laico-clericale, che apparve sulla scena nel 1928 per sovrintendere e monitorare le dotazioni della Chiesa copta secondo le leggi egiziane.

Oggi, in ogni chiesa copta nel mondo, i Copti pregano per la riunione di tutte le Chiese cristiane. Essi pregano per l’Egitto, per il suo Nilo, per le sue messi, per il suo Presidente, per il suo esercito, per il suo governo e soprattutto per il suo popolo. Essi pregano per la pace nel mondo e per il benessere dell’umanità.

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Fedro – Platone

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Socrate s’imbatte, nei pressi del Pireo, nel giovane Fedro, il quale, di ritorno da un incontro con Lisia, lo informa che l’oratore ha appena pronunciato un entusiasmante discorso sull’amore. Strada facendo i due scorgono un posto tranquillo lungo le rive del fiume Ilisso e si siedono sotto un platano, in pieno meriggio, in un incantevole prato. Socrate prega Fedro di riferirgli il discorso di Lisia.

La sostanza del discorso di Lisia che chi non ama è superiore a chi ama, e che dunque al non-amante deve concedersi chi ha caro se stesso. Le ragioni addotte da Lisia ruotano intorno al concetto che chi ama si trova in una condizione di scarsa lucidità mentale, il che lo rende spesso sgradevole e sempre inaffidabile.
Alla fine Socrate elogia la scaltrezza con cui Lisia è riuscito a dissimulare il fatto che in realtà ripete sempre gli stessi concetti, non più di due o tre, ed afferma che, anche rimanendo nel solco della tesi lisiana, molti argomenti potrebbero essere aggiunti. Sfidato da Fedro, Socrate, pur vergognandosi di improvvisarsi retore, glielo dimostra. Parlerà però a capo coperto, per l’imbarazzo di sostenere una tesi che non condivide.

L’errore più evidente di Lisia stato quello di non dare una definizione dell’oggetto del discorso, cioè l’amore: a ciò provvede Socrate, che, rimanendo nel solco della concezione negativa che ha Lisia dell’amore, lo definisce come “desiderio irrazionale di piacere che prevale sulla retta opinione, ha di mira la bellezza fisica e domina interamente chi lo prova”.

L’amante dunque è come un ammalato: non sopporta nulla che contrasti i suoi capricci, derivanti dal malessere che prova. Per questo tende, se può, a rendere suo schiavo l’amato, e per questo lo vuole in genere inferiore a sé (per età, per forza fisica o per altre ragioni) o, se non lo è, cerca di renderlo tale. Inoltre, quando guarisce dall’amore, diventa un altro uomo: di conseguenza non gl’importa pi nulla dell’amato. Questo rende evidente l’inconsistenza del sentimento d’amore, che è pertanto da giudicare negativo.
Alla fine Fedro, pur dichiarandosi pienamente convinto, chiede a Socrate di continuare il discorso: bisogna infatti chiarire perché il filosofo non condivida la tesi che pure ha brillantemente dimostrato. Socrate accondiscende, anche perché il suo dàimon lo sta rimproverando e gli chiede di fare ammenda del precedente discorso.

L’amore è follia, ma una divina follia (thèia manìa), ed è, come tutte le forme di divina follia, un dono divino: come tale non può che essere un bene: nasce dalla stessa radice da cui nascono l’arte e la profezia, altre forme di follia divina.

Per poter dimostrare quanto detto, bisogna prima aver chiara la natura dell’anima umana.
Essa è immortale [l’argomento, ampiamente svolto nel Fedone, viene qui riassunto nella considerazione che ciò che muove se stesso non cessa mai dal suo moto] e può essere paragonata ad una biga alata trainata da due cavalli e guidata da un auriga.

L’anima, prima di unirsi ad un corpo, vive in un mondo iperuranio, dove contempla le pure forme [le cosiddette Idee]; una volta incarnatasi, cioè contaminatasi con la materia, è costretta a successive reincarnazioni dopo la morte del corpo, con diversi destini a seconda del grado di avvicinamento al mondo delle Idee raggiunto in vita.

La vista della bellezza nei corpi provoca un estremo turbamento e un desiderio indefinibile e struggente di possesso, perché suscita in noi il confuso ricordo del Bello: le anime più elementari reagiscono a questo turbamento cercando il possesso fisico ed il piacere, perché confondono la bellezza con il corpo che ne è portatore; le anime più evolute avvertono un senso di smarrimento e di calore improvviso, un tormento e una specie di prurito, “come i bambini quando mettono i denti”: sono le ali dell’anima che spuntano, per riportarla in quel luogo dal quale essa proviene.

Ciò dipende dalla diversa indole dei due cavalli alati: uno, bianco, è di nobile temperamento, sensibile al richiamo dell’auriga; l’altro, nero, è rozzo e ribelle, e per di più completamente sordo. [Il primo cavallo rappresenta la componente volitiva, tò thymoeidès; il secondo cavallo rappresenta la componente appetitiva, tò epithymetikòn; l’auriga rappresenta l’elemento razionale, tò loghistikòn.

Se però alla fine l’auriga riesce a tenere a bada il cavallo nero, ecco che l’amore manifesta i suoi effetti potentemente positivi: anche l’amato si accorgerà prima o poi che l’innamorato coglie in lui la bellezza meglio di chiunque altro, ed a poco a poco finirà per desiderarne ardentemente la compagnia. L’amante, dal canto suo, si comporterà con rispetto e addirittura con venerazione, avendo riconosciuto nell’amato la componente divina del Bello.

Ma la confutazione di Socrate non finisce qui: neanche nel caso in cui l’amante e l’amato si lascino sopraffare dai sensi l’amore può essere definito un male: certo l’anima non metterà le ali, ma l’amore le infonderà almeno il desiderio di averle – se non in questa, in un’altra vita. Al contrario, chi non ha mai provato il vero amore resterà legato alla materia, ignorando ciò che la trascende.
Ben misera cosa appare dunque il rapporto con chi non ci ama, il quale, anche se animato dalle migliori intenzioni, non potrà dispensarci altro che beni terreni e c’insegnerà la grettezza, facendoci rotolare “per novemila anni intorno e sotto terra”.
A questo punto Fedro è costretto a riconoscere che Socrate ha parlato molto meglio di Lisia, il che offre lo spunto a Socrate per intavolare un altro discorso: cosa vuol dire “parlare bene” o “parlare male”? [E’ qui che Socrate narra il mito delle cicale, in origine uomini che per cantare si scordarono di mangiare e morirono: suppergiù la stessa fine che rischiano di fare ora lui e Fedro, che a forza di parlare si stanno dimenticando di tutto il resto].

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