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Fedro – Platone

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Socrate s’imbatte, nei pressi del Pireo, nel giovane Fedro, il quale, di ritorno da un incontro con Lisia, lo informa che l’oratore ha appena pronunciato un entusiasmante discorso sull’amore. Strada facendo i due scorgono un posto tranquillo lungo le rive del fiume Ilisso e si siedono sotto un platano, in pieno meriggio, in un incantevole prato. Socrate prega Fedro di riferirgli il discorso di Lisia.

La sostanza del discorso di Lisia che chi non ama è superiore a chi ama, e che dunque al non-amante deve concedersi chi ha caro se stesso. Le ragioni addotte da Lisia ruotano intorno al concetto che chi ama si trova in una condizione di scarsa lucidità mentale, il che lo rende spesso sgradevole e sempre inaffidabile.
Alla fine Socrate elogia la scaltrezza con cui Lisia è riuscito a dissimulare il fatto che in realtà ripete sempre gli stessi concetti, non più di due o tre, ed afferma che, anche rimanendo nel solco della tesi lisiana, molti argomenti potrebbero essere aggiunti. Sfidato da Fedro, Socrate, pur vergognandosi di improvvisarsi retore, glielo dimostra. Parlerà però a capo coperto, per l’imbarazzo di sostenere una tesi che non condivide.

L’errore più evidente di Lisia stato quello di non dare una definizione dell’oggetto del discorso, cioè l’amore: a ciò provvede Socrate, che, rimanendo nel solco della concezione negativa che ha Lisia dell’amore, lo definisce come “desiderio irrazionale di piacere che prevale sulla retta opinione, ha di mira la bellezza fisica e domina interamente chi lo prova”.

L’amante dunque è come un ammalato: non sopporta nulla che contrasti i suoi capricci, derivanti dal malessere che prova. Per questo tende, se può, a rendere suo schiavo l’amato, e per questo lo vuole in genere inferiore a sé (per età, per forza fisica o per altre ragioni) o, se non lo è, cerca di renderlo tale. Inoltre, quando guarisce dall’amore, diventa un altro uomo: di conseguenza non gl’importa pi nulla dell’amato. Questo rende evidente l’inconsistenza del sentimento d’amore, che è pertanto da giudicare negativo.
Alla fine Fedro, pur dichiarandosi pienamente convinto, chiede a Socrate di continuare il discorso: bisogna infatti chiarire perché il filosofo non condivida la tesi che pure ha brillantemente dimostrato. Socrate accondiscende, anche perché il suo dàimon lo sta rimproverando e gli chiede di fare ammenda del precedente discorso.

L’amore è follia, ma una divina follia (thèia manìa), ed è, come tutte le forme di divina follia, un dono divino: come tale non può che essere un bene: nasce dalla stessa radice da cui nascono l’arte e la profezia, altre forme di follia divina.

Per poter dimostrare quanto detto, bisogna prima aver chiara la natura dell’anima umana.
Essa è immortale [l’argomento, ampiamente svolto nel Fedone, viene qui riassunto nella considerazione che ciò che muove se stesso non cessa mai dal suo moto] e può essere paragonata ad una biga alata trainata da due cavalli e guidata da un auriga.

L’anima, prima di unirsi ad un corpo, vive in un mondo iperuranio, dove contempla le pure forme [le cosiddette Idee]; una volta incarnatasi, cioè contaminatasi con la materia, è costretta a successive reincarnazioni dopo la morte del corpo, con diversi destini a seconda del grado di avvicinamento al mondo delle Idee raggiunto in vita.

La vista della bellezza nei corpi provoca un estremo turbamento e un desiderio indefinibile e struggente di possesso, perché suscita in noi il confuso ricordo del Bello: le anime più elementari reagiscono a questo turbamento cercando il possesso fisico ed il piacere, perché confondono la bellezza con il corpo che ne è portatore; le anime più evolute avvertono un senso di smarrimento e di calore improvviso, un tormento e una specie di prurito, “come i bambini quando mettono i denti”: sono le ali dell’anima che spuntano, per riportarla in quel luogo dal quale essa proviene.

Ciò dipende dalla diversa indole dei due cavalli alati: uno, bianco, è di nobile temperamento, sensibile al richiamo dell’auriga; l’altro, nero, è rozzo e ribelle, e per di più completamente sordo. [Il primo cavallo rappresenta la componente volitiva, tò thymoeidès; il secondo cavallo rappresenta la componente appetitiva, tò epithymetikòn; l’auriga rappresenta l’elemento razionale, tò loghistikòn.

Se però alla fine l’auriga riesce a tenere a bada il cavallo nero, ecco che l’amore manifesta i suoi effetti potentemente positivi: anche l’amato si accorgerà prima o poi che l’innamorato coglie in lui la bellezza meglio di chiunque altro, ed a poco a poco finirà per desiderarne ardentemente la compagnia. L’amante, dal canto suo, si comporterà con rispetto e addirittura con venerazione, avendo riconosciuto nell’amato la componente divina del Bello.

Ma la confutazione di Socrate non finisce qui: neanche nel caso in cui l’amante e l’amato si lascino sopraffare dai sensi l’amore può essere definito un male: certo l’anima non metterà le ali, ma l’amore le infonderà almeno il desiderio di averle – se non in questa, in un’altra vita. Al contrario, chi non ha mai provato il vero amore resterà legato alla materia, ignorando ciò che la trascende.
Ben misera cosa appare dunque il rapporto con chi non ci ama, il quale, anche se animato dalle migliori intenzioni, non potrà dispensarci altro che beni terreni e c’insegnerà la grettezza, facendoci rotolare “per novemila anni intorno e sotto terra”.
A questo punto Fedro è costretto a riconoscere che Socrate ha parlato molto meglio di Lisia, il che offre lo spunto a Socrate per intavolare un altro discorso: cosa vuol dire “parlare bene” o “parlare male”? [E’ qui che Socrate narra il mito delle cicale, in origine uomini che per cantare si scordarono di mangiare e morirono: suppergiù la stessa fine che rischiano di fare ora lui e Fedro, che a forza di parlare si stanno dimenticando di tutto il resto].

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DEI e SEMIDEI dell’ANTICO EGITTO

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L’antico Egitto ha lasciato segni tangibili e incisivi della sua ‘religione’ attraverso i monumenti e gli scritti. I templi abbondano d’immagini a bassorilievo e a tutto tondo, dipinte con vivaci colori, complete di didascalie e iscrizioni. Le tombe regali e nobiliari non sono da meno e sono queste che ci hanno tramandato figure e testi di grande finezza artigianale. Gli scritti funerari e magici sono degli esempi unici di miniaturistica grafica delle entità divine e di descrizioni dell’aldilà.

Non si può negare l’esorbitante numero di divinità che si presenta agli occhi dello spettatore che ancora oggi può restare disorientato. Questa folla di entità non è però frutto di fantasia sfrenata o ottusa, ma risultato di un ragionamento logico che ha le sue basi nella preistoria. Attraverso il cammino intellettuale della civiltà egiziana, il ricordo è divenuto mito e ha acquistato una sua completa organizzazione nella sistemazione e ordinamento delle manifestazioni del dio creatore.

Qui entriamo in un dominio delicato che ha qualche punto in comune con il nostro modo di pensare, ma che pure è da esso differente: il pensiero speculativo.

Nell’antico Egitto, e in genere nei popoli dell’antico Medio Oriente, la speculazione trovava illimitate possibilità di sviluppo, non essendo ristretta alla ricerca di una verità di carattere scientifico, e quindi disciplinato. Non esisteva una netta distinzione tra natura ed essere umano. I cosiddetti popoli primitivi e gli antichi consideravano l’essere umano come un tassello facente parte del regno della natura: due mondi non contrapposti e che non richiedevano distinti modi di conoscenza. Se per noi il mondo fenomenico è innanzitutto un ‘che cosa?’, per l’antico è un ‘Tu’.

Avviene che ogni esperienza di un ‘Tu’ diventa individuale, e tali esperienze sono delle azioni che si configurano in narrazione: questa diventa un “mito” in luogo di analisi e conclusioni. Il mito non serviva a divertire né a spiegare determinati fenomeni, bensì a esporre certi avvenimenti in cui era impegnata l’esistenza stessa dell’uomo, la sua esperienza diretta di un conflitto di forze ostili e benefiche.

Le immagini del mito non sono metafora ma un velo accuratamente scelto per rivestire un pensiero astratto. Le immagini non sono separate dal pensiero, poiché rappresentano la forma in cui l’esperienza è diventata autocosciente. Gli antichi, dunque, esprimevano il loro pensiero emotivo in termini di causa ed effetto, spiegando i fenomeni in un ambito temporale, spaziale e numerico. Gli antichi, si badi bene, sapevano ragionare logicamente, altrimenti non avremmo le grandi civiltà che conosciamo: semplicemente spesso un’attitudine puramente intellettuale male si adattava alle esperienze della realtà, senz’altro più significative.

Per l’uomo antico il contrasto tra realtà e apparenza non aveva significato. È il caso dei sogni, tenuti in grande considerazione, e di entità ibride e non, ispirate al dubbio dell’ignoto fisico. Lo stesso avveniva per una mancata distinzione tra mondo dei vivi e dei defunti, poiché i morti entravano nella realtà umana dell’angoscia, della speranza e del risentimento.

Di dizionari sulle divinità dell’antico Egitto ve ne sono parecchi (la maggior parte in lingua straniera) dai più dettagliati ai generici. Il mio intento vorrebbe essere quello di dare al lettore un quadro mediamente dettagliato delle divinità importanti, secondarie, dei semidei e dei ‘demoni’ che popolavano la quarta dimensione dell’antico Egitto: il tutto nella nostra lingua italiana, ancora (semi) sconosciuta nel campo dell’egittologia.

Tratto da: DEI e SEMIDEI dell’ANTICO EGITTO di Pietro Testa – Harmakis Edizioni

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Cosa sono i Campi Morfogenetici secondo Rupert Sheldrake

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Forse è arrivato il momento di chiedersi se uno studio serio e approfondito dei campi morfogenetici e delle loro proprietà possa dare risultati migliori, nel campo della morfogenesi e della parapsicologica, delle ricerche basate su una più classica impostazione materialista. Ma se il mondo scientifico continua a essere diffidente verso questo percorso alternativo, chiaramente questi nuovi studi impiegheranno molto più tempo per svilupparsi, e ciò avrà un costo sociale e nazionale. Fenomeni simili hanno impedito il progresso anche in molte aeree della medicina alternativa. Nel presente articolo non intendiamo affrontare quest’ultimo punto; ciò che faremo è commentare l’opera di Sheldrake, soprattutto per quanto riguarda la stretta affinità tra le sue idee e il concetto dell’indeterminatezza quantica.
Ci rendiamo conto che molte idee che esponiamo in “Science Within Consciousness” necessitano di ulteriori approfondimenti. Non ci scusiamo per questo. Nessuna scienza è mai completamente in grado di spiegare il mondo, né viene mai sviluppata fino in fondo. Il massimo che possiamo fare è indicare quei punti in cui riteniamo che occorrono chiarimenti e unificazioni, e tentare di offrirli noi stessi laddove è possibile. Questo è un altro degli scopi del presente articolo.Quanto segue è una sintesi delle idee di Sheldrake contenute nel suo libro A New Science of Life e nei successivi Seven Experiments that could Change the World e Dogs that Know When their Masters are Coming Home. Forse è arrivato il momento di chiedersi se uno studio serio e approfondito dei campi morfogenetici e delle loro proprietà possa dare risultati migliori, nel campo della morfogenesi e della parapsicologica, delle ricerche basate su una più classica impostazione materialista. Ma se il mondo scientifico continua a essere diffidente verso questo percorso alternativo, chiaramente questi nuovi studi impiegheranno molto più tempo per svilupparsi, e ciò avrà un costo sociale e nazionale. Fenomeni simili hanno impedito il progresso anche in molte aeree della medicina alternativa. Nel presente articolo non intendiamo affrontare quest’ultimo punto; ciò che faremo è commentare l’opera di Sheldrake, soprattutto per quanto riguarda la stretta affinità tra le sue idee e il concetto dell’indeterminatezza quantica. Ci rendiamo conto che molte idee che esponiamo in “Science Within Consciousness” necessitano di ulteriori approfondimenti. Non ci scusiamo per questo. Nessuna scienza è mai completamente in grado di spiegare il mondo, né viene mai sviluppata fino in fondo. Il massimo che possiamo fare è indicare quei punti in cui riteniamo che occorrono chiarimenti e unificazioni, e tentare di offrirli noi stessi laddove è possibile. Questo è un altro degli scopi del presente articolo. Quanto segue è una sintesi delle idee di Sheldrake contenute nel suo libro A New Science of Life e nei successivi Seven Experiments that could Change the World e Dogs that Know When their Masters are Coming Home.

I Campi morfogenetici
La scienza materialista non è un complesso unificato. Studiando sistemi di complessità sempre maggiore, questi ultimi sembrano sviluppare un proprio sistema di proprietà assiomatiche. La scienza materialista, come è noto, sostiene che dalla meccanica quantistica delle particelle subatomiche si può derivare la meccanica quantistica delle strutture atomiche e molecolari, e da queste ultime le proprietà chimiche delle sostanze, che a loro volta spiegano i fenomeni vitali e sono alla base della psicologia, della sociologia, dell’economia e della cosmologia. Ovunque sia possibile, questi passaggi sono stati studiati, spesso con risultati soddisfacenti. Tuttavia, lo studio di alcuni di essi presenta grandi difficoltà. Nel caso della meccanica quantistica, le difficoltà sembrano inerenti alla disciplina stessa: la transizione dallo stato di potenza a quello di attualità non è spiegabile, ora come ora, all’interno della meccanica quantica. Le altre transizioni, incluse le interazioni non-lineari dei costituenti, danno luogo a insormontabili difficoltà di calcolo, che rendono necessaria la creazione di nuovi assiomi sulle macrostrutture emergenti da tali complesse interazioni. Studiamo la Fisica nucleare, la Fisica atomica, la Fisica classica (incluse la Fisica ottica e geometrica), la Fisica molecolare, la Chimica, la Biologia, la Psicologia, la Sociologia, ognuna come una disciplina a se stante, con le sue proprie leggi. Ora invece torniamo a esse, cercando di integrare il nostro sapere con le teorie di Rupert Sheldrake.I Campi morfogenetici La scienza materialista non è un complesso unificato. Studiando sistemi di complessità sempre maggiore, questi ultimi sembrano sviluppare un proprio sistema di proprietà assiomatiche. La scienza materialista, come è noto, sostiene che dalla meccanica quantistica delle particelle subatomiche si può derivare la meccanica quantistica delle strutture atomiche e molecolari, e da queste ultime le proprietà chimiche delle sostanze, che a loro volta spiegano i fenomeni vitali e sono alla base della psicologia, della sociologia, dell’economia e della cosmologia. Ovunque sia possibile, questi passaggi sono stati studiati, spesso con risultati soddisfacenti. Tuttavia, lo studio di alcuni di essi presenta grandi difficoltà. Nel caso della meccanica quantistica, le difficoltà sembrano inerenti alla disciplina stessa: la transizione dallo stato di potenza a quello di attualità non è spiegabile, ora come ora, all’interno della meccanica quantica. Le altre transizioni, incluse le interazioni non-lineari dei costituenti, danno luogo a insormontabili difficoltà di calcolo, che rendono necessaria la creazione di nuovi assiomi sulle macrostrutture emergenti da tali complesse interazioni. Studiamo la Fisica nucleare, la Fisica atomica, la Fisica classica (incluse la Fisica ottica e geometrica), la Fisica molecolare, la Chimica, la Biologia, la Psicologia, la Sociologia, ognuna come una disciplina a se stante, con le sue proprie leggi. Ora invece torniamo a esse, cercando di integrare il nostro sapere con le teorie di Rupert Sheldrake.
Come sottolinea Sheldrake, quando si cerca di predire il comportamento di grandi aggregati in termini di comportamento dei loro singoli componenti, ci si trova di fronte al fatto che l’aggregato può presentare molte configurazioni stabili di energia relativamente minima. La configurazione che un aggregato può assumere dipende in larga misura dalle condizioni iniziali imposte al sistema: la teoria del caos dimostra come mutamenti infinitesimali di queste condizioni possono produrre enormi cambiamenti, quindi è praticamente impossibile predire la configurazione dell’aggregato.
Ciò vale a esempio per i cristalli, gli enzimi, il comportamento animale o delle società (confrontare l’analisi di Rene Thom riguardo la “Teoria della catastrofe”). “… Niente ci autorizza a dire che [le attuali teorie della Fisica] … possano spiegare il formarsi di una di queste possibili strutture anziché di un’altra”. Sheldrake postula che la determinazione di una struttura dipende da un campo esterno di influenza associato al processo di formazione della struttura stessa. Questo cosiddetto campo morfogenetico porta con sé il “programma”, per così dire, del processo di formazione.Sheldrake postula che tale programma si sviluppa nel campo tramite strutture precedenti formatesi sotto la guida del campo. Ciò ricorda molto da vicino il modo in cui le cellule cerebrali sono all’origine della consapevolezza individuale nel contesto (ipotizzato da >>>Goswami) della separazione tra la consapevolezza individuale e quella universale.

A ogni modo, c’è una grande differenza nei due meccanismi postulati: quello ipotizzato inizialmente da Goswami (cioè la transizione dalla consapevolezza universale a quella individuale) e quello di Sheldrake. In entrambi i casi, le strutture in questione hanno proprietà classiche, donde la memoria: nel caso dei neuroni o delle cellule individuali, essa sorge dal termine non-lineare dell’equazione many-body approssimata di Schroedinger; nel caso di Sheldrake sorge dalla complessità della struttura dell’organismo. L’indeterminatezza della struttura è meccanico-quantica nel caso delle cellule, mentre nel caso degli organismi è dovuto alla natura caotica (nel senso della teoria del caos) della struttura emergente.Come sottolinea Sheldrake, quando si cerca di predire il comportamento di grandi aggregati in termini di comportamento dei loro singoli componenti, ci si trova di fronte al fatto che l’aggregato può presentare molte configurazioni stabili di energia relativamente minima. La configurazione che un aggregato può assumere dipende in larga misura dalle condizioni iniziali imposte al sistema: la teoria del caos dimostra come mutamenti infinitesimali di queste condizioni possono produrre enormi cambiamenti, quindi è praticamente impossibile predire la configurazione dell’aggregato. Ciò vale a esempio per i cristalli, gli enzimi, il comportamento animale o delle società (confrontare l’analisi di Rene Thom riguardo la “Teoria della catastrofe”). “… Niente ci autorizza a dire che [le attuali teorie della Fisica] … possano spiegare il formarsi di una di queste possibili strutture anziché di un’altra”. Sheldrake postula che la determinazione di una struttura dipende da un campo esterno di influenza associato al processo di formazione della struttura stessa. Questo cosiddetto campo morfogenetico porta con sé il “programma”, per così dire, del processo di formazione. Sheldrake postula che tale programma si sviluppa nel campo tramite strutture precedenti formatesi sotto la guida del campo. Ciò ricorda molto da vicino il modo in cui le cellule cerebrali sono all’origine della consapevolezza individuale nel contesto (ipotizzato da >>>Goswami) della separazione tra la consapevolezza individuale e quella universale. A ogni modo, c’è una grande differenza nei due meccanismi postulati: quello ipotizzato inizialmente da Goswami (cioè la transizione dalla consapevolezza universale a quella individuale) e quello di Sheldrake. In entrambi i casi, le strutture in questione hanno proprietà classiche, donde la memoria: nel caso dei neuroni o delle cellule individuali, essa sorge dal termine non-lineare dell’equazione many-body approssimata di Schroedinger; nel caso di Sheldrake sorge dalla complessità della struttura dell’organismo. L’indeterminatezza della struttura è meccanico-quantica nel caso delle cellule, mentre nel caso degli organismi è dovuto alla natura caotica (nel senso della teoria del caos) della struttura emergente.

Comunque, tale differenza nel meccanismo del collasso non deve necessariamente essere fondamentale. Quando Goswami analizza l’Evoluzione, ascrive il campo morfogenetico alle cellule individuali, in modo tale che considerazioni meccanico-quantiche bastano a condurci all’indeterminatezza. Invece, il campo di Sheldrake prende in considerazione l’organismo intero, che è più in linea con il fenomeno morfogenetico da esso spiegato. Quindi, almeno per la morfogenesi, può essere più ragionevole postulare che il collasso non avviene al livello della cellula individuale, ma dell’organismo. L’indeterminatezza fondamentale è ancora quanto-meccanica, cioè provocata dalla sensibilità della struttura a piccoli cambiamenti delle condizioni iniziali, al livello degli atomi costituenti.

Goswami analizza due fenomeni collegati all’individuo: la consapevolezza individuale e la morfogenesi (collegata a quello che egli spesso chiama il Corpo Vitale: la consapevolezza individuale di cui il Corpo Mentale è una componente). Parleremo in seguito di un altro fenomeno da lui studiato, cioè dell’evoluzione. Per ora, vogliamo solo ricordare che la sua analisi di quest’ultima tratta soprattutto dell’evoluzione delle nuove specie e della morfogenesi durante lo sviluppo dell’embrione. Invece, nel campo morfogenetico di Sheldrake, l’influenza tra membri delle specie è studiata attraverso il fenomeno della risonanza morfica, simile alla telecinesi. Con Sheldrake, la telecinesi diventa un costrutto teorico. “Science Within Consciousness”, usando il quadro del collasso quantico simultaneo, è riuscita a spiegare questo fenomeno in modo soddisfacente. Sheldrake ha analizzato la relazione tra l’eredità classica a la risonanza morfica.Comunque, tale differenza nel meccanismo del collasso non deve necessariamente essere fondamentale. Quando Goswami analizza l’Evoluzione, ascrive il campo morfogenetico alle cellule individuali, in modo tale che considerazioni meccanico-quantiche bastano a condurci all’indeterminatezza. Invece, il campo di Sheldrake prende in considerazione l’organismo intero, che è più in linea con il fenomeno morfogenetico da esso spiegato. Quindi, almeno per la morfogenesi, può essere più ragionevole postulare che il collasso non avviene al livello della cellula individuale, ma dell’organismo. L’indeterminatezza fondamentale è ancora quanto-meccanica, cioè provocata dalla sensibilità della struttura a piccoli cambiamenti delle condizioni iniziali, al livello degli atomi costituenti. Goswami analizza due fenomeni collegati all’individuo: la consapevolezza individuale e la morfogenesi (collegata a quello che egli spesso chiama il Corpo Vitale: la consapevolezza individuale di cui il Corpo Mentale è una componente). Parleremo in seguito di un altro fenomeno da lui studiato, cioè dell’evoluzione. Per ora, vogliamo solo ricordare che la sua analisi di quest’ultima tratta soprattutto dell’evoluzione delle nuove specie e della morfogenesi durante lo sviluppo dell’embrione. Invece, nel campo morfogenetico di Sheldrake, l’influenza tra membri delle specie è studiata attraverso il fenomeno della risonanza morfica, simile alla telecinesi. Con Sheldrake, la telecinesi diventa un costrutto teorico. “Science Within Consciousness”, usando il quadro del collasso quantico simultaneo, è riuscita a spiegare questo fenomeno in modo soddisfacente. Sheldrake ha analizzato la relazione tra l’eredità classica a la risonanza morfica.

L’analisi di Sheldrake della morfogenesi non si limita a spiegare l’esistenza del campo morfogenetico; include il meccanismo attraverso cui una struttura biologica parzialmente formata (il germe morfogenetico) si collega al campo morfogenetico di una specie, che poi guida la crescita del resto della forma. Finora, nessuna indagine è stata condotta per verificare se la spiegazione quanto-meccanica del corpo vitale può venire estesa a questo fenomeno.

Il corpo vitale nei sogni
Un altro punto da analizzare riguardo il corpo vitale, a parte la sua connessione con la morfogenesi, è l’interpretazione di esso come del portatore di emozioni, come fa Goswami nella sua interpretazione dei sogni. Per la nostra mentalità, considerare il corpo vitale un portatore di morfogenesi e di emozioni lascia molto a desiderare, a meno che non si facciano ulteriori supposizioni.

Il quadro di Sheldrake sembra fornire le supposizioni richieste, a patto che siano uniformabili al quadro della meccanica quantistica. Sheldrake postula che ogni struttura trasporta il suo campo morfogenetico. Se una struttura del tipo di un organismo incorpora sub-organismi di natura diversa, il campo morfogenetico dell’organismo incorpora i campi dei sub-organismi. Ovvero, non esiste un unico campo morfogenetico: i campi degli individui sono incorporati in quelli della specie, e campi di aspetti diversi di un individuo interagiscono. La loro interazione dà origine ad altri campi. I campi formano quello che si potrebbe descrivere come un continuum. Da questo punto di vista, si può ipotizzare che quelle che chiamiamo emozioni sono determinate in parte dal corpo mentale e in parte dal corpo vitale, ovvero sono un prodotto della loro interazione.L’analisi di Sheldrake della morfogenesi non si limita a spiegare l’esistenza del campo morfogenetico; include il meccanismo attraverso cui una struttura biologica parzialmente formata (il germe morfogenetico) si collega al campo morfogenetico di una specie, che poi guida la crescita del resto della forma. Finora, nessuna indagine è stata condotta per verificare se la spiegazione quanto-meccanica del corpo vitale può venire estesa a questo fenomeno. Il corpo vitale nei sogni Un altro punto da analizzare riguardo il corpo vitale, a parte la sua connessione con la morfogenesi, è l’interpretazione di esso come del portatore di emozioni, come fa Goswami nella sua interpretazione dei sogni. Per la nostra mentalità, considerare il corpo vitale un portatore di morfogenesi e di emozioni lascia molto a desiderare, a meno che non si facciano ulteriori supposizioni. Il quadro di Sheldrake sembra fornire le supposizioni richieste, a patto che siano uniformabili al quadro della meccanica quantistica. Sheldrake postula che ogni struttura trasporta il suo campo morfogenetico. Se una struttura del tipo di un organismo incorpora sub-organismi di natura diversa, il campo morfogenetico dell’organismo incorpora i campi dei sub-organismi. Ovvero, non esiste un unico campo morfogenetico: i campi degli individui sono incorporati in quelli della specie, e campi di aspetti diversi di un individuo interagiscono. La loro interazione dà origine ad altri campi. I campi formano quello che si potrebbe descrivere come un continuum. Da questo punto di vista, si può ipotizzare che quelle che chiamiamo emozioni sono determinate in parte dal corpo mentale e in parte dal corpo vitale, ovvero sono un prodotto della loro interazione.

Goswami basa la sua interpretazione dei sogni quasi direttamente sul Vedanta, i cui concetti di consapevolezza universale e individuale sembrano sostenere le sue idee. Comunque, non sembra né necessario né desiderabile attenersi troppo fedelmente al modello del Vedanta. Quest’ultimo, dopo tutto, è solo l’inizio di una grande scienza: non possiamo aspettarci che in esso tutto sia chiaramente definito. Allo stesso modo, nessuna affermazione di “Science Within Consciousness” può essere ritenuta la risposta definitiva. Forse è meglio ritenere i cinque corpi del Vedanta un’utile approssimazione del continuum dei corpi (campi), allo stesso modo in cui parole come blu, rosso, giallo creano utili suddivisioni nello spettro ottico. Se dobbiamo prendere sul serio una concezione del genere, occorrono studi molto più approfonditi sul fenomeno del collasso (meccanico quantico o all’interno della teoria del caos). Quello che finora abbiamo delineato è solo l’abbozzo a grandi linee di un quadro generale; una teoria completa richiederà molto tempo ancora per venire alla luce. Perché ciò avvenga, un numero assai più vasto di scienziati deve cominciare a lavorare su questo quadro.

Un problema evolutivo

“Science Within Consciousness” ha cercato di usare il concetto di Consapevolezza Universale per superare alcune difficoltà incontrate dai biologi nello studio dell’evoluzione da un punto di vista neo-darwiniano. Il fenomeno dell’equilibrio punteggiato è stato studiato in modo abbastanza dettagliato. Si è notato spesso che, dopo un periodo di cambiamenti omeostatici in una specie attraverso le selezioni naturali, si forma improvvisamente una nuova specie. Questa specie non può essere spiegata come il risultato del cambiamento di alcuni geni nella specie antica: un numero molto grande di geni cambia simultaneamente. Nessuno di questi cambiamenti darebbe origine a un mutamento evolutivamente significativo. Questo fenomeno si ritiene provocato da molti cambiamenti potenziali nella struttura avvenuti nel corso di un lungo arco di tempo, fino alla comparsa di una significativa struttura potenziale, la cui consapevolezza a quel punto collassa in stato di attualità.Goswami basa la sua interpretazione dei sogni quasi direttamente sul Vedanta, i cui concetti di consapevolezza universale e individuale sembrano sostenere le sue idee. Comunque, non sembra né necessario né desiderabile attenersi troppo fedelmente al modello del Vedanta. Quest’ultimo, dopo tutto, è solo l’inizio di una grande scienza: non possiamo aspettarci che in esso tutto sia chiaramente definito. Allo stesso modo, nessuna affermazione di “Science Within Consciousness” può essere ritenuta la risposta definitiva. Forse è meglio ritenere i cinque corpi del Vedanta un’utile approssimazione del continuum dei corpi (campi), allo stesso modo in cui parole come blu, rosso, giallo creano utili suddivisioni nello spettro ottico. Se dobbiamo prendere sul serio una concezione del genere, occorrono studi molto più approfonditi sul fenomeno del collasso (meccanico quantico o all’interno della teoria del caos). Quello che finora abbiamo delineato è solo l’abbozzo a grandi linee di un quadro generale; una teoria completa richiederà molto tempo ancora per venire alla luce. Perché ciò avvenga, un numero assai più vasto di scienziati deve cominciare a lavorare su questo quadro. Un problema evolutivo “Science Within Consciousness” ha cercato di usare il concetto di Consapevolezza Universale per superare alcune difficoltà incontrate dai biologi nello studio dell’evoluzione da un punto di vista neo-darwiniano. Il fenomeno dell’equilibrio punteggiato è stato studiato in modo abbastanza dettagliato. Si è notato spesso che, dopo un periodo di cambiamenti omeostatici in una specie attraverso le selezioni naturali, si forma improvvisamente una nuova specie. Questa specie non può essere spiegata come il risultato del cambiamento di alcuni geni nella specie antica: un numero molto grande di geni cambia simultaneamente. Nessuno di questi cambiamenti darebbe origine a un mutamento evolutivamente significativo. Questo fenomeno si ritiene provocato da molti cambiamenti potenziali nella struttura avvenuti nel corso di un lungo arco di tempo, fino alla comparsa di una significativa struttura potenziale, la cui consapevolezza a quel punto collassa in stato di attualità.

Questo quadro attribuisce alla Consapevolezza una proprietà che non era tra quelle da noi usate per spiegare altri fenomeni come la consapevolezza individuale o l’origine del campo morfogenetico. Qui stiamo immaginando la Consapevolezza dotata di una specifica struttura “in mente” degna di venire attesa. Questa proprietà non concorda con il concetto vedantico dell’unità indifferenziata, che è un importante principio guida nel nostro modello. È possibile che tali punteggiature nell’equilibrio si verificano per formare molte nuove specie, alcune delle quali passano il test della selezione naturale, altre no. Ma a questo punto ci si può anche chiedere in che modo i collassi accadono solo quando una significativa combinazione di geni è disponibile in potenza. Dobbiamo forse dire che se un collasso accade prima che tutti i geni siano al loro posto, le specie corrispondenti non nascono solo perché le leggi della biologia non permettono a tali specie di esistere? O forse bisogna fare ricorso a quello sconcertante concetto del Vedanta secondo cui la Consapevolezza, essendo senza dualità, ricerca quest’ultima attraverso determinate creazioni?
Allo stato presente delle conoscenze, possiamo solo dire che esistono alcune proprietà della consapevolezza che vanno chiarite, e che allo scheletro della teoria dell’evoluzione qui abbozzata va aggiunta ancora un po’ di carne.

Fonte: Science Within Consciousness: http://www.swcp.com/~hswift/swc/Winter00/Banerji0002.htm

 

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Il paradigma olistico della nuova scienza

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L’Occidente ha il merito di aver creato una scienza sperimentale realmente universale, capace di dare unità di comprensione, di linguaggio e di metodo a ricercatori di ogni razza, fede e cultura. La scienza dona all’umanità la conoscenza delle leggi materiali ed energetiche dell’universo, un grattacielo intellettuale di enormi proporzioni e dalle solidissime fondamenta, estendendo la consapevolezza umana agli universi dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande, e svelando le alchimie biochimiche del corpo e del cervello, e le loro strutture.

La teoria del campo unificato e il paradigma olistico:

La teoria del campo unificato (Unified Field Theory) – una serie di equazioni capaci di riunire le varie leggi della natura – fu il sogno di Einstein e di molti fisici contemporanei. Nella teoria del campo unificato, ritroviamo la stessa tendenza all’unità, che caratterizza il paradigma olistico. Tale tendenza, che nel pensiero orientale è profondamente intrisa di spiritualità, nella fisica conserva un approccio razionale ed analitico. La spinta all’unità rimane tuttavia analoga. Ci troviamo così di fronte ad ipotesi scientifiche che riflettono il concetto di Unità Originaria, da cui tutto si è sviluppato.

Le nuove frontiere della scienza:

La scienza attuale, come ogni altro tipo di cultura umana, sta attraversando un momento di profonda trasformazione e rinnovamento. Mentre una parte della scienza è ancora ferma ad una visione materialista e riduttiva dei fenomeni dell’esistenza, e spesso anche chiusa a nuove visioni, una sempre più consistente parte di scienziati è proiettata verso nuovi paradigmi e ipotesi, e si apre a nuovi scenari di ricerca e interpretazione dei dati. Nascono le teorie dei sistemi e le scienze della complessità, le teorie del tutto, del caos e delle catastrofi, la cibernetica e l’informatica, la “psico-neuro-endocrino-immunologia”, le scienze cognitive, le realtà virtuali, le reti informatiche, l’educazione multimediale.

La scienza degli anni Novanta, chiamati “il decennio del cervello”, ha varcato il confine che la separava dallo studio scientifico della coscienza, rompendo così un tabù storico che la limitava dal suo nascere. La coscienza, fino agli anni Ottanta, era considerata ancora un argomento limite (se non dichiaratamente proibito) all’interno della scienza ufficiale, anche se già intorno alla metà del ventesimo secolo, vari scienziati, ricercatori e premi Nobel, dissentirono da una visione puramente materialistica della scienza. Fisici come Albert Einstein, Wolfgang Pauli, Niels Bohr, Erwing Schrödinger, Werner Heisenberg, Robert Oppenheimer e Marco Todeschini, ritenevano che il pensiero scientifico non fosse incompatibile con una visione spirituale del mondo. Nella fisica quantistica, in particolare, sono presenti numerose ipotesi e scoperte che sembrano superare le concezioni materialiste, aprendo nuove prospettive di integrazione tra materia e coscienza. Per una nuova scienza unitaria, tuttavia risulta necessaria una nuova attitudine dello scienziato che trovi le sue radici in una nuova esperienza dell’essere. Da notare che le parole scienza e coscienza hanno la stessa radice latina “scire”, che vuol dire sapere, conoscere.

La scienza della materia:

La scienza, propriamente detta, nasce nel Seicento con la proposta di Galileo di un metodo sperimentale – e quindi riproducibile – che potesse dare un alto margine di veridicità e universalità ai dati raccolti e alle ipotesi sul funzionamento della realtà. Il metodo sperimentale nasce come risposta al vecchio modo di imporre la “verità”, in modo dogmatico e fideistico, senza nessuna base reale, tipico delle religioni costituite e del pensiero magico/superstizioso medioevale.

Verità alle quali nessuno poteva opporsi, né sostenerne la falsità o la non documentabilità. Verificabilità, quantificazione e previsione diventano così i vessilli di una nuova via di conoscenza scientifica, più matura, realista e universale. Dopo una iniziale persecuzione contro scienziati come Galileo Galilei, la Chiesa – utilizzando la proposta “diplomatica” di Cartesio – decide di cedere alla scienza un proprio spazio, dividendo i campi di indagine e di potere: la parte spirituale, l’anima o Res Cogitans resta prerogativa della Chiesa, mentre alla scienza viene concesso lo studio di tutto ciò che è materiale, la sostanza fisica, la Res Extensa.

La scienza materialista e riduttiva, nasce quindi da questo severo limite imposto dalla religione ed anche dalla limitata sensibilità che caratterizzava gli uomini di quel tempo, incapaci di riconoscere la coscienza come realtà. Nella scienza così come venne a definirsi, nulla venne concesso alla sensibilità, all’amore per la vita, al rispetto per l’intelligenza e per la coscienza degli animali, della natura e dell’essere umano. Da allora in poi lo scienziato divide la materia dalla coscienza: l’unità vivente, senziente e cosciente viene frammentata in corpo e anima, perdendo di conseguenza il senso dell’unità e del sacro.

Nell’antica India, la Verità era uno dei tre attributi di Dio, inscindibilmente legata agli attributi di Bellezza e Bene. Oggi la scienza si è assunta il compito di stabilire la Verità delle cose, sostituendosi alla religione, ma facendolo purtroppo senza il sostegno dell’estetica, del rispetto per il bene globale, senza consapevolezza ecologica e psicologica e senza sacralità. Scienza e natura sono diventati due termini antagonisti e apparentemente inconciliabili. Ormai, la scienza ufficiale attuale, è solo l’espressione di scienziati che non hanno sufficientemente sviluppato una consapevolezza globale, o che hanno inconsciamente accettato il condizionamento dell’attuale cultura materialista.

La scienza totale:

E’ necessario rifondare una nuova scienza: i tempi lo impongono a gran voce, gli animali lo invocano con i loro occhi tristi dagli zoo, dai laboratori di sperimentazione e dai macelli; le foreste lo implorano con il loro silenzio, mentre fuoco o ruspe distruggono la loro dimora millenaria; lo sperano gli esseri umani, sbattuti e confusi da un mondo che gira troppo in fretta. La speranza è che il bene prenda finalmente il sopravvento. Speranza, tuttavia, da sempre frustrata.

L’uomo spera nei padri saggi della scienza, spera che sappiano e che comprendano come salvare l’uomo e la Terra dalla catastrofe, dimenticando che questa catastrofe è in gran parte creata proprio da una scienza al servizio del materialismo, del guadagno personale e della conquista. Si chiede quindi, a gran voce, che saggezza, sacralità e rispetto entrino, a pieno titolo, in quel mondo che oggi chiamiamo scienza. E’ dunque il tempo di una nuova scienza che basi il proprio metodo di ricerca della verità, senza mai dimenticare la vita nella sua infinita delicatezza ed intelligenza. Che non dimentichi il bambino e la quercia, né il torrente e i suoi pesci, né l’aria, né il silenzio e la bellezza della sua pace. Perché l’intera esistenza è divina e Una. Per questo la nuova scienza sarà “olistica”, crescendo nel rispetto e nell’amore del Tutto, dell’intero.

Presupposti logici e radici dell’esperienza unitaria:

 L'esperienza sacra di essere "uno"La divisione che la cultura occidentale ha creato tra mente e corpo, nasce dall’esperienza non unitaria di sé stessi. Non vi sarà nessuna scienza olistica fino a che l’essere umano non proverà l’esperienza sacra di essere “uno”, nella complessità di corpo, psiche, emozioni e coscienza. Un’unità di coscienza composta da un aggregato di atomi vivi e cellule sensibili, figlia della materna Terra, e testimone dell’infinita intelligenza del Tutto, che crea e anima ogni cosa. Solo un nuovo metodo scientifico può portare ad una nuova scienza: un metodo che sia basato su un diverso stato dell’essere, più allargato ed inclusivo, dove trovino giusto spazio e considerazione tutte le parti che compongono la vita e la coscienza, e non solo gli aspetti materiali.

Sperimentare l’unità dell’essere:

In primo luogo, una nuova scienza deve tener conto della realtà implicita della coscienza, come base di partenza per una corretta valutazione della vita. Ognuno di noi è innanzitutto un “cogito”, una coscienza: “se pensiamo, dobbiamo avere coscienza di noi stessi e della cosa pensata”. Coscienza è l’esperienza profonda dell’essere consapevoli! Un uomo, ad esempio, che non conosca cosa sia la meditazione, non può comprendere appieno la descrizione dell’esperienza del vuoto, del silenzio o dell’autoconsapevolezza. L’esperienza di sé è un’esperienza che si coltiva interiormente, come un’arte sottile in cui il piacere risiede nell’esperienza stessa di essere coscienti, senza finalità, senza clamori. L’esperienza interiore insegna ad ognuno che nel proprio essere esiste un’oceanica profondità, di cui siamo profondamente ignoranti.

Osservare l’osservatore:

Una scienza olistica deve partire da una metodologia sperimentale, in cui per prima cosa lo sperimentatore consideri sé stesso una unità di coscienza, e quindi sperimenti sé stesso come coscienza pura. L’osservazione non potrà mai essere veramente oggettiva e imparziale, fino a che la scienza non comprenderà la natura dell’osservatore o testimone, essenza stessa della soggettività. In particolare, nell’ottica di un’osservazione globale dell’esistenza, dobbiamo considerare l’importanza del fatto che “si vede solo ciò che si conosce”. Uno scienziato quindi che non abbia esperienza interiore di sé stesso in stato di consapevolezza fluida e pura, non potrà nemmeno riconoscere e comprendere la coscienza che anima ogni essere vivente, e quindi potrà solo divenire creatore di una scienza “separata dalla vita” e potenzialmente distruttiva.

L’esperienza della meditazione intesa come coscienza vigile senza pensieri, accomuna la quasi totalità delle grandi religioni orientali e delle antiche e moderne scuole di ricerca spirituale, ed è caratterizzata da una sincronizzazione delle varie aree del cervello e da una parallela sensazione di integrità psicofisica dell’essere.

Etica olistica:

Il riconoscimento del sacro non dipende dall’accettazione intellettuale del termine, ma dall’esperienza del sacro dentro sé stessi. Quando uno scienziato cerca di conoscere uno degli infiniti aspetti del Tutto in cui viviamo, deve ricordare che sta cercando di conoscere uno dei volti del divino, un altro aspetto di sé. Qualsiasi azione o sperimentazione, deve quindi essere condotta con enorme consapevolezza e rispetto per la vita di ogni creatura. Ogni lesione dell’altrui libertà, inficia la condotta etica che sta alla base della sperimentazione olistica. Certamente questo significa una drastica riduzione e limitazione degli attuali esperimenti e di come vengono condotti. Nella logica di un mondo di pace e consapevolezza, il fatto di provocare dolore, limitazione o morte per “ragioni scientifiche” ad altri esseri viventi, non è più accettabile.

Qualsiasi dolore porta ad un altro dolore e genera una scienza distruttiva. Riteniamo invece che stimolando la capacità di una più attenta osservazione, e lo sviluppo di nuove strumentazioni tecniche, di sistemi non invasivi e di una maggiore capacità deduttiva, sarà possibile determinare un enorme salto qualitativo, che si rifletterà in un miglioramento dell’arte medica e in generale di tutte le scienze.

Logica olistica:

Logica olisticaMentre nella scienza attuale qualsiasi sperimentazione è lecita, quando supportata da una certa metodologia, nella scienza olistica la logica deve essere positiva e non violenta sin dall’inizio. Ogni esperimento deve essere orientato al bene globale. Pertanto non sarà più accettata nessuna produzione di sostanze, tecnologie, farmaci, sperimentazioni che producano direttamente o indirettamente (dalla produzione al dopo consumo) sostanze tossiche o nocive per l’ambiente, per la natura o per l’uomo. E questo taglierà alla radice il problema dell’inquinamento. Per logica olistica positiva s’intende sperimentare per il benessere, studiare la salute come funzione primaria e non più la malattia. Significa comprendere la logica dei tempi naturali, dei ritmi e dei cicli e di come modificare la realtà distorta che ci circonda, riportandola all’armonia. Questo significa aprire il futuro alla prevenzione, alla riduzione dei consumi e a modi di vivere sempre più semplici ed ecologici.

Articolo di Nitamo Federico Montecucco (titolo originale:“Discorso sul metodo olistico”)

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RUPERT SHELDRAKE

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Nato a Newark-on-Trent, in Inghilterra, Sheldrake ha studiato biologia a Cambridge e filosofia a Harvard. Ha conseguito un dottorato di ricerca in biochimica a Cambridge nel 1967 e, nello stesso anno, è entrato a far parte del Clare College di Cambridge. È stato direttore del dipartimento di biochimica e di biologia cellulare in questo college fino al 1973. Ha fatto parte della Royal Society e, a Cambridge, ha studiato lo sviluppo delle piante e l’invecchiamento delle cellule. Dal 1974 al 1978 è stato responsabile del dipartimento di fisiologia delle piante presso l’International Crops Research Institute for the Semi-Arid Tropics (ICRISAT) di Hyderabad, in India, e ha continuato a lavorare in questo centro di ricerca come consulente fisiologo fino al 1985. Rupert è l’autore di A New Science of Life e di The Presence of the Past, libri nei quali espone la sua teoria per spiegare il misterioso processo della morfogenesi. Nel 1981 la rivista scientifica britannica Nature ha definito A New Science of Life come «il miglior candidato da dare alle fiamme da molti anni a questa parte», mentre il New Scientist l’ha chiamato «un’importante ricerca scientifica sulla natura della realtà biologica e fisica». Altre opere significative sono The Rebirth of Nature, in cui Sheldrake esamina le implicazioni filosofiche della morfogenesi, e Trialogues at the Edge of the West, scritto con Terence McKenna e Ralph Abraham, in cui analizza e dibatte molte idee sulla natura della realtà.

L’idea che ogni specie, ogni membro di ogni specie, attinga alla memoria collettiva della specie, si sintonizzi con i membri passati della specie e a sua volta contribuisca all’ulteriore sviluppo della specie, comporta una sorta di “risonanza” fra gli individui e i gruppi della specie (per esempio i sottogruppi, razze, etnie, gens, famiglie, ecc., nel caso umano). Nel libro The Presence of the Past, Sheldrake avanza l’ipotesi che i “campi ricordi” non siano effettivamente memorizzati nel cervello, ma piuttosto che possano essere memorizzati in un campo di informazioni al quale si può accedere mediante il cervello. Se questo fosse dimostrato, ciò avvalorerebbe la tesi che la coscienza umana, i nostri ricordi personali e il nostro senso dell’io possano sopravvivere alla morte biologica. Di particolare importanza, nella teoria di Sheldrake, è il concetto di risonanza morfica. Ogni insieme complesso ed organizzato di attività di un individuo (animale superiore o uomo), che comprende anche sogni, esperienze mistiche nell’uomo, stati alterati della coscienza ed altro, possiede una sua struttura: questi stati mentali e queste attività possono essere trasferiti da un individuo all’altro, proprio grazie al meccanismo di risonanza morfica.

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Il meccanismo di risonanza morfica assicurerebbe, in un modo che Sheldrake ha contribuito ad analizzare negli ultimi trent’anni di ricerca, la capacità di condivisione delle “abitudini” che gli organismi (virus compresi) acquisiscono nel processo evolutivo: queste “abitudini” sembrano “risuonare” all’interno della specie. Esse creano la possibilità di una nuova acquisizione come, per esempio, una nuova capacità di resistenza in un virus, un nuovo apprendimento collettivo, ma separato nello spazio e condiviso da una determinata specie (come negli esperimenti sull’apprendimento di sequenze nei ratti) o come la capacità di certe molecole di assumere configurazioni di struttura quaternaria che sono estremamente improbabili tra le migliaia possibili: esse, sorprendentemente, vengono puntualmente assunte in ogni situazione identica in spazi diversi e lontani e risultano perfettamente inserite ed adattive per il progetto di costruzione di quella determinata proteina.

Secondo la teoria di Sheldrake, se un certo numero di persone sviluppa alcune proprietà comportamentali o psicologiche od organiche, queste vengono automaticamente acquisite dagli altri membri della stessa specie. Così, se una buona parte dell’umanità raggiunge un certo livello di consapevolezza spirituale, questa stessa consapevolezza si estenderebbe per risonanza morfica ad altri gruppi, coinvolgendo quindi l’intero sistema (questo numero di persone o comunque di individui appartenenti ad ogni altra specie in cui si verificherebbe un analogo fenomeno è chiamato massa critica). Ogni trasformazione individuale comporta una modificazione del sistema e chi si trova all’interno di questo sistema viene inevitabilmente coinvolto. Cominciamo quindi a trasformare noi stessi. Questo è il massimo che possiamo fare. La trasformazione personale è l’arma più potente che si possa usare per modificare l’umanità e l’intero pianeta. Questa esemplificazione discende dalla controversa teoria della “causalità formativa” di Sheldrake, che ovviamente implica un universo non meccanicistico e governato da leggi che sono esse stesse soggette a cambiamenti.

  • A New Science of Life (1981, seconda edizione 1985)
  • La presenza del passato Edizioni Crisalide (1988) ISBN 978-88-7183-197-8
  • The Rebirth of Nature (1990)
  • Sette esperimenti per cambiare il mondo Edizioni Castelvecchi, (2013) ISBN 978-88-7615-882-7
  • Dogs that Know When Their Owners are Coming Home (1999)
  • La Mente Estesa. Il senso di sentirsi osservati e altri poteri inspiegati della mente umana Urra Edizioni (2006) ISBN 978-88-5032-462-0
  • Le illusioni della Scienza Urra edizioni (2013)

Con Ralph Abraham e Terence McKenna:

  • Trialogues at the Edge of the West (1992)
  • The Evolutionary Mind (1988)
  • Chaos, Creativity and Cosmic Consciousness

Con Matthew Fox:

  • Natural Grace (1996)
  • The Physics of Angels (1996)

In Uscita: I Poteri Estesi della Mente – Harmakis Edizioni

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Freud e Mosè

In this photo released by the Sigmund Freud Museum in Vienna former Austrian psychoanalyst Sigmund Freud is pictured in his working room in 1938. Austria and the world will be celebrating Sigmund Freud's 150th birthday on Saturday May 6, 2006. (AP Photo/Sigmund Freud Museum)

“Non è impresa né gradevole né facile privare un popolo dell’uomo che esso celebra come il più grande dei suoi figli: tanto più quando si appartiene a quel popolo. Ma nessuna considerazione deve indurre a subordinare la verità a presunti interessi nazionali, quando dal chiarimento di un problema obbiettivo possiamo attenderci un progresso delle nostre conoscenze”

 Incomincia così questo scritto di Freud. Un libro che è il testamento del grande studioso e nello stesso tempo la dimostrazione della sua onestà intellettuale e del desiderio di conoscere e di capire che ha guidato tutta la sua vita. – Mosè e il Monoteismo fu scritto prima a Vienna e poi pubblicato in Olanda nel 1938. E’suddiviso in 3 parti. Freud era affascinato dall’Antichità e possedeva una notevole collezione di reperti archeologici, soprattutto egizi e non se ne separò nemmeno in esilio.

Egli affermò, che la storia della nascita di Mosè è una replica di altri antichi miti sulla nascita di alcuni dei grandi eroi della storia. Freud sottolineò, tuttavia, che il mito della nascita e l’esposizione di Mosè si distingue da quelle degli altri eroi e varia da loro su di un punto essenziale. Per nascondere il fatto che Mosè era Egiziano, il mito della sua nascita fu invertito per farlo veniree al mondo da umili genitori e soccorso da una famiglia importante:

E’ molto diverso nel caso di Mosè. Ecco la prima famiglia, normalmente di umili origini, e abbastanza modesta. Lui è un bambino nato da Ebrei Leviti. Ma la prima famiglia viene sostituita in questo caso, da una seconda, la casa Reale d’Egitto. Questa strana divergenza di genere, ha colpito molti ricercatori.”

Freud ha osservato la stranezza che il legislatore Israelita, se in realtà Egiziano, avrebbe dovuto trasmettere ai suoi seguaci una fede monoteistica, piuttosto che la classica credenza egiziana in una pletora di dei e immagini. Allo stesso tempo, ha trovato grande somiglianza tra la nuova religione che Akhenaton ha cercato di imporre al suo paese e l’insegnamento religioso attribuito a Mosè.

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Freud giunse alla conclusione che Akhenaton fu ucciso dai suoi stessi seguaci a causa della natura aspra del suo regime monoteista e ha suggerito che in seguito uno dei suoi alti funzionari, probabilmente chiamato Thutmose, un aderente alla religione di Aten (Aton), scelse la tribù Ebraica, che già abitava a Goshen nel Delta orientale, per essere il suo popolo eletto, li portò fuori dall’Egitto, all’epoca dell’’Esodo e trasferì a loro, i principi della religione di Akhenaton. L’origine del nome Mosè era mos, la parola Egizia “bambino”, che troviamo in molti nomi Egizi composti, come Ptah-mos e Thut-mos.

La nascita di Mosè ed il suo essere salvato dalle acque è la replica esatta della storia di Sargon, salvato dalle acque nel 2540 a.C e diventato re degli Accadi. I dieci comandamenti sono una sintesi dei 42 peccati che il ka doveva dichiarare di non aver commesso davanti ai 42 giudici e ad Osiride. L’arca dell’alleanza che dio aveva ordinato di edificare nel tempio di Salomone, riproduce la barca degli dei del tempio egiziano.

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Il libro dei Proverbi, forse le pagine più belle dell’Antico Testamento derivano da un papiro del 2000 a.C. La saggezza di Amenope, ora conservato al British Museum. Per non parlare della somiglianza dei Salmi della Bibbia con gli inni al dio Sole di Akhenaton (vedere Salmo – 104 di Davide). La morale civile e sociale è nata quindi molto prima che Mosè salisse sul monte e ne scendesse con i pietroni scritti da dio. Fa parte dell’umanità da quasi 5000 anni ed è una scoperta civile ed umana che si tramanda nei secoli.” La virtù dell’uomo è il suo monumento, ma sarà dimenticato l’uomo malvagio” Si trova scritto su una pietra tombale egizia del 2200 a.C.

Quello che nessuno menziona è il “Contro Apione di Giuseppe Flavio”. Qui l’autore menziona Manetone, il sacerdote e storico egiziano della fine del IV sec a. C. Manetone sostiene che Mosè era un famoso sacerdote egiziano di Eliopolis che fu cacciato dall’Egitto poiché si era unito ai lebbrosi. L’importanza di questa menzione di Giuseppe Flavio deriva dal fatto che questi si adopera tenacemente per confutare le parole di Manetone.

Tito Flavio Giuseppe (in latino: Titus Flavius Iosephus), nato Yosef ben Matityahu (IPA: jo’sɛf bɛn matit’jahu) (in ebraico: יוסף בן מתתיהו‎?; Gerusalemme, 37-38 circa – Roma, 100 circa) è stato uno scrittore, storico, politico e militare romano di origine ebraica. Conosciuto anche come Flavio Giuseppe, Giuseppe Flavio o semplicemente Giuseppe, scrisse quasi tutte le sue opere in greco.

Freud sostiene che la circoncisione sia stata data agli ebrei da Mosè e questa, come riporta anche Erodoto, era una peculiarità egizia, che gli ebrei riconoscono di aver ricevuto dagli Egiziani assieme al divieto di magiare carne di maiale, un animale sacro in Egitto.

Ma allora chi era Mosè?

Per capirlo dobbiamo ritornare ai tempi del faraone Amenofi IV salito al trono dopo la morte di Thumtmose III. La sua fama è legata al suo ruolo di condottiero nell’esodo degli Ebrei dall’Egitto alla Terra Promessa attraverso il Mar Rosso e il deserto, e alla funzione di legislatore a seguito delle rivelazioni divine sul Monte Sinai, dove gli sarebbe stato consegnato da dio stesso il Decalogo con i comandamenti e gli sarebbero state insegnate le Leggi che formeranno la cosiddetta “Legge mosaica” o Torah. Sappiamo il legame che unisce Mosè a questa terra, dove nacque e fuggì con il suo popolo. Mosè è una figura della memoria ma non della storia, Akhenaton invece, è una figura della storia e non della memoria. Alcuni studiosi ritengono che il monoteismo del personaggio biblico deriva da quello del sovrano egizio.

La biblica «distinzione» operata da Mosè – il rifiuto cioè di politeismo, idolatria e superstizione in nome del monoteismo – era stata preceduta da un’analoga «distinzione» da parte del faraone: e vi fu chi, come Freud afferma che il profeta biblico consegnò, da egizio, agli ebrei dell’Esodo proprio il monoteismo di Akhenaton. E’ nell’epoca di Akhenaton in una situazione di profonda anarchia e disordine sociale che Freud colloca l’esodo degli Ebrei, i quali, guidati da Mosè, un alto funzionario di Akhenaton, caduto in disgrazia alla morte di costui, lasciano l’Egitto per trovare una loro vera patria. Meta della migrazione doveva essere la terra di Canaan dove avevano fatto irruzione le orde dei bellicosi Aramei, chiamati Habiru ed il cui nome fu poi trasferito agli Ebrei. Freud suggerisce pure che Mosè un grande personaggio egizio, abbia portato con sé i suoi scribi egiziani, ossia i Leviti.

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Ma il passato, anche se remoto non ci abbandona così facilmente  e Freud, costretto a fuggire dalla sua Vienna per colpa della persecuzione nazista, trova una spiegazione dell’odio dei Cristiani europei contro gli Ebrei nella storia: “…I motivi dell‘odio per gli Ebrei sono radicati nel passato più remoto, agiscono nell’inconscio dei popoli….non dimentichiamoci che tutti questi popoli che oggi hanno il primato dell’odio per gli Ebrei sono diventati cristiani solo in epoca storica tarda, spesso spinti da sanguinosa coercizione. Si potrebbe dire che sono tutti -battezzati male- e che sotto una sottile verniciatura di cristianesimo sono rimasti quello che erano i loro antenati che professavano un barbaro politeismo. Non hanno superato il loro rancore contro la nuova religione che è stata loro imposta, ma l’hanno spostata sulla fonte donde la nuova religione è loro venuta.” Sono d’accordo con lui ma aggiungerei che la persecuzione nei secoli non ha riguardato solo gli Ebrei ma pure i pagani, quindi le donne che tramandavano le cure naturali in disaccordo con la terrificante medicina ufficiale, e considerate perciò streghe, coloro che cercavano di ragionare con la propria testa come Campanella, Giordano Bruno o Galilei, i serpenti, i gatti, praticamente tutti gli aspetti della natura in cui gli Egizi vedevano l’espressione della divinità. Sembra che l’imperante monoteismo abbia voluto cancellare con queste migliaia, anzi milioni di vittime, ogni traccia del pensiero egizio dalla nostra esistenza.

Leonardo Paolo Lovari

 

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GIULIANO KREMMERZ

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Ciro Formisano, noto pubblicamente col nome iniziatico di Giuliano Kremmerz, nacque a Portici, presso Napoli, l’8 aprile 1861.

Fu avviato agli studi e alla pratica ermetica da Pasquale de Servis (1818-1893) noto negli ambienti iniziatici come “Izar”. Il vecchio e solitario maestro, riconosciuto dai più come un grandissimo iniziato, era affittuario da molti anni presso l’appartamento in cui vivevano i Formisano e si era affezionato molto al piccolo Ciro. Quest’ultimo, raggiunta la maggiore età, fu introdotto da Izar nelle fila del Grande Oriente Egizio, ultima manifestazione di un’antichissima tradizione iniziatica sopravvissuta al trascorrere dei secoli.

Giovanissimo, a soli 17 anni, il Formisano era già in possesso dell’abilitazione all’insegnamento della letteratura italiana, storia e geografia, per la provincia di Napoli.

Conseguito il dottorato in lettere all’Università di Napoli, nel 1883, si dedicò all’insegnamento scolastico e al giornalismo.

Nel 1896 Giuliano Kremmerz fondò la Fratellanza Terapeutico-Magica di Miriam[i]ad esempio delle antichissime sacerdotali isiache egiziane, di cui più recente e nota imitazione è la Rosa+Croce.

Nel medesimo periodo, a proprie spese, iniziò la pubblicazione a fascicoli de “Il Mondo Secreto“, rivista che suscitò molti consensi ma anche molte polemiche. Alcuni iniziati, infatti, ritenevano che la Magia fosse un privilegio riservato a pochi eletti e non tolleravano in alcun modo che venisse propagandata a mezzo stampa.

Giuliano Kremmerz, tuttavia, si era riproposto di affrontare soltanto lo studio e la pratica della Magia Naturale, guardandosi bene dal proporre al grande pubblico tematiche più complesse e riservate. I suoi riferimenti alla Magia Trasmutatoria, infatti, rimasero sempre e comunque degli accenni. Il Maestro non ne parlò mai in modo esplicito.

Con la Fratellanza di Miriam, Kremmerz ristabilì la pratica ermetica in termini terapeutici rendendola così accessibile a tutti. La sua non fu quindi una profanazione ma una ri-velazione.

In tal senso i meriti del Maestro Kremmerz furono molti:

  1. a) Riscattò la Magia da secoli di squallore, ignoranza e oblio, proponendone la teoria e la pratica al grande pubblico in un linguaggio semplice e comprensibile e prendendo nel contempo le distanze dallo spiritismo, la teosofia, ecc., che all’epoca imperversavano.
  2. b) Si adoperò per recuperare e valorizzare la Tradizione Italica difendendola dagli attacchi degli orientalisti.
  3. c) Ristabilì l’insegnamento e la pratica iniziatica fino ai gradini più bassi.

Ciro Formisano, alias Giuliano Kremmerz, si spense a Beausoleil il 7 maggio del 1930. Oggi è ritenuto il più grande maestro di ermetismo del XX secolo.

“[…] Ho fede nella riuscita e nell’unità di questa applicazione visibile delle teorie della scienza sacra o Magia. La nostra fratellanza avrà molti nemici, ma essa è fondata sull’amore del proprio simile, sul disinteresse mondano e sul desiderio di alleviare le pene dei sofferenti; e fino a quando il suo nobile ideale non sarà tradito, avrà aderenti fervidi e successo grande. L’amore del proprio simile è la fonte della solidarietà degli spiriti, in questo albergo di schiavitù della materia e di sonno torbido della coscienza nostra divina.”

“[…] Guai a coloro che seminano la calunnia, che insinuansi come serpenti per avvelenare i fiori delle coscienze pure! – al tribunale del Nergal, Giudice Inesorabile, io deferirò quelli che mi attraverseranno nella mia opera di evangelo e di luce e per la carità che mi unisce ai buoni, ed essi saranno condannati e maledetti dalla loro stessa opera di distruzione, di vilipendio, di morte.”

J.M. KREMMERZ

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Neoplatonismo

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Il Neoplatonismo è una forma di pensiero sviluppatasi dalla metà del secondo secolo d.C. alla metà del sesto secolo, caratterizzato dalla tendenza di rinnovare le concezioni del platonismo e del neopitagorismo. Si svilupparono tre correnti principali: la prima, rappresentata dalla scuola di Alessandria, era orientata verso la speculazione metafisica; la seconda approfondì, soprattutto con la scuola di Pergamo, la tematica religiosa; la terza era orientata verso forme di erudizione. Il neoplatonismo venne ripreso dal Cristianesimo soprattutto per la concezione religiosa, ma la vera rinascita del neoplatonismo si attua nell’Umanesimo.
Ciò è stato possibile grazie alla riunificazione tra la chiesa d’oriente e d’occidente (1453) che portò alla rinascita degli studi dei classici e quindi ad una immigrazione di dotti orientali in Italia e soprattutto a Firenze: basti pensare, ad esempio, a Gemisto Pletone (un maestro orientale) che in una sua opera fissa le differenze fra Platone e Aristotele. Cosa fondamentale è che Gemisto fa coincidere il platonismo con il neoplatonismo, tendenza che risulta dominante in tutto l’Umanesimo e Rinascimento.
Se da una parte nell’Umanesimo e nel Rinascimento si esprime al massimo una concezione naturalistica dell’amore, ispirandosi al modello boccacciano (Poliziano e Lorenzo il Magnifico, per esempio, invitano a cogliere la rosa, cioè a godere i piaceri amorosi) dall’altra fioriscono delle tendenze idealizzanti che si rifanno al neoplatonismo. Vengono esaltati, pertanto, l’amore e la libertà come valori assoluti. Bembo nel Cinquecento, e quindi in pieno Rinascimento, diceva:

“Perciò che è verissima openione, a noi dalle più approvate scuole dagli antichi diffinitori lasciata, null’altro essere lo buono amore che di bellezza disio.”

Questa frase sintetizza al meglio la concezione che i neoplatonici avevano dell’amore: deve essere puro e spirituale e solo basandosi sui sensi più elevati e sul pensiero si giunge alla contemplazione della bellezza ideale; il vero amore, quindi, tende alla perfezione che va ricercata nella contemplazione di Dio: non è l’esaltazione del corpo, ma dell’anima, dell’idea.
Un altro tema fondamentale è, quindi, il rapporto dell’uomo con Dio, tema che è stato trattato particolarmente dai filosofi del primo Umanesimo; Nicola Cusano ne è sicuramente un esempio. Egli nelle “Congetture” afferma che non si può comprendere Dio razionalmente ma intuitivamente, definisce, però, l’uomo un microcosmo, un dio umano ed elabora una teoria panpsichista:

“In ogni creatura l’universo è l’essere di quella stessa creatura e così ogni cosa riceve tutte le cose, in modo che in essa siano il suo stesso contatto […]. Dire quindi ogni cosa è in ogni cosa è lo stesso che dire Dio, mediante tutte le cose è in tutte, e che tutte le cose, mediante tutte, sono in Dio.”

Anche Marsilio Ficino si occupò del rapporto uomo-Dio: egli interpreta la realtà in chiave mistico simbolica, conciliando il platonismo con il cristianesimo. Egli fu con la sua “Theologia platonica de immortalitate animorum” uno dei personaggi più imminenti dell’accademia platonica di Firenze che, sorta grazie alla protezione di Cosimo de’ Medici, è stata uno dei centri più importanti del neoplatonismo.
L’influsso neoplatonico su Ficino si riscontra nella sua concezione dell’uomo e di Dio:

“Dio in quanto centro di tutto in tutte le cose è presente. Dunque la bellezza, colta con i sensi superiori, con la mente, la vista, l’udito, è la manifestazione di Dio. Il vero amante, quindi, è colui che aspira allo splendore di Dio rifulgente nei corpi e la sua ricerca continua di una unione con persona amata non è altro se non il suo desiderio di ” farsi Iddio”.”

Esalta, perciò, la bellezza, la dignità dell’anima umana e la superiorità dell’amore rispetto all’intelletto per raggiungere Dio visto come Uno.
Anche Pico della Mirandola subisce l’influsso del Neoplatonismo, ma lo concilia con l’aristotelismo e la cabbala ebraica. Nel “De hominis dignitate” l’uomo, partecipando della eternità di Dio, è posto al centro dell’universo: è concepito, cioè, come un “Magnum miraculum” al quale Dio dà il dono della libertà e del raggiungimento della Verità.

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Il Neoplatonismo non ha influenzato solo il pensiero letterario, ma anche quello scientifico: infatti l’universo elaborato dai neoplatonici è un universo ordinato in cui c’è armonia tra le parti, è finito, è chiuso ed è costituito da sfere concentriche il cui moto è circolare (il cerchio e la sfera sono il simbolo di massima perfezione). Questa visione di armonia nell’universo è stata ripresa dai massimi esponenti della rivoluzione scientifica quali Copernico, Keplero e Galilei. L’idea di Dio che ne deriva è perciò quella di un Dio che geometrizza tutto e che governa il mondo attraverso un atto d’amore.
La concezione di armonia e perfezione non è esclusiva della letteratura e della filosofia, ma la si può ritrovare anche nella pittura, nella scultura, e nella musica: nella pittura con Botticelli e nella scultura con Michelangelo. In questo contesto l’arte viene perciò intesa come forma di intuizione dell’assoluto.

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L’Umanesimo e il Rinascimento sono stati pertanto contraddistinti dalla reviviscenza del Platonismo. Cosa interessante è che solo nell’Ottocento si è riusciti a distinguere il pensiero di Platone da quello neoplatonico; questo perché i dialoghi platonici, riscoperti nel Quattrocento, venivano letti in funzione dei parametri neoplatonici.
L’età umanistico – rinascimentale è caratterizzata anche dall’influsso dello Stoicismo, dell’Epicureismo e dell’Aristotelismo; Il Neoplatonismo rimase comunque la tendenza preferita, grazie soprattutto al suo rilancio da parte di Cusano e dell’Accademia Platonica.

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L’Arca dell’Alleanza si trova in Etiopia?

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I monaci che vivono nella piccola chiesa di Santa Maria di Sion – nota anche come la “cappella dell’Arca” -, nella città sacra etiope di Aksum, non hanno il permesso di superare le barriere che circondano la cappella.

Non possono abbandonare il compito che è stato loro affidato: vegliare sul “Tabot”, come sono note in Etiopia le Tavole della Legge, fino alla loro morte.

Abba Gebre Meskel, 56 anni, lo fa da trent’anni.

Archeologia e leggenda

Secondo il libro dell’Esodo, le Tavole della Legge contengono i dieci comandamenti che Dio ha dato a Mosè sul Monte Sinai. Alcuni fanno risalire l’evento al 1440 a.C..

Le leggende apocrife, parte del patrimonio e della tradizione comune in Nordafrica e in alcune regioni del Medio Oriente, attribuiscono poteri soprannaturali alle Tavole. Intorno a queste leggende se ne sono intrecciate delle altre, inclusa la presunta ossessione nazista per l’occultismo e le reliquie che avrebbe dato a Indiana Jones una delle sue missioni più famose.

La verità, però, è che dopo la distruzione del Tempio di Salomone a Gerusalemme nessuno sa con certezza dove sia finita l’Arca dell’Alleanza. Dopo essere scomparsa senza lasciare traccia – e senza alcuna registrazione conosciuta relativa alla sua ubicazione (assumendo che sia sopravvissuta alla distruzione del Tempio) –, è ancora uno dei più grandi misteri dell’archeologia.

Quasi 45 milioni di cristiani ortodossi etiopi sono tuttavia sicuri che l’Arca dell’Alleanza sia stata portata quasi 3.000 anni fa ad Aksum, nel nord dell’Etiopia, e che da allora sia stata custodita dai monaci nell’umile chiesa di Santa Maria di Sion.

Menelik, il figlio di Salomone

Secondo la tradizione copta, la regina di Saba e il re Salomone avevano un figlio, Menelik I. Fondatore di una dinastia di imperatori salomonici che ha governato l’Etiopia, sarebbe stato incaricato di spostare la preziosa cassa, in oro e legno di acacia.

In un’intervista rilasciata al National Geographic, il diacono del tempio, Zemikael Brhane, ha affermato che “Dio stesso ha scelto questa terra, e Aksum è la nostra città più santa. Gli occidentali richiedono sempre prove visibili, ma noi etiopi non abbiamo bisogno di vedere l’Arca per sapere che è qui. Lo sentiamo, lo sappiamo”.

Chi può entrare nella chiesa?

Nessuno al di là dei monaci guardiani ha il permesso di entrare nella chiesa. Uno dei pochi a cui sia mai stato permesso di parlare ai monaci è lo storico Ephrem Brhane, che si è dedicato a guidare pellegrini, fedeli e turisti di tutto il mondo ad Aksum e riferisce che “Abba Gebre Meskel è convinto al 100% che si tratti dell’Arca autentica. Non solo ha la forma esatta descritta nella Bibbia, ma brilla anche di una luce straordinaria”.

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Si può vedere l’Arca?

Per sette giorni al mese, prima del sorgere del sole, i monaci di Santa Maria di Sion portano una copia dell’Arca in processione. Ogni chiesa ortodossa in Etiopia ha una copia dell’Arca.

In genere, ogni mese assiste alla processione quasi un migliaio di fedeli.

La vecchia cappella di Nostra Signora di Sion sembra aver compiuto il suo dovere: varie crepe nel tetto hanno costretto i monaci ad avviare la costruzione di un nuovo tempio accanto a quello attuale, nel quali i monaci porteranno l’Arca nel massimo segreto.

Nessuno saprà che l’Arca è stata spostata un’altra volta, nel nuovo tempio, fino al giorno dopo l’accaduto.

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I primi passi sulla via dell’iniziazione

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Non ero uscita da un’esperienza dolorosa, da un trauma, o da una separazione. Anzi, le mie esperienze adolescenziali nel mondo esterno mi avevano regalato gioie, soddisfazioni ed ispirazioni. Non avevo ancora nulla dalla vita eppure sentivo di possedere qualcosa di assai prezioso: la coscienza. Mi guardavo attorno e mi appariva ben chiaro che i sensi fisici non dicevano tutto, che la realtà era infinitamente più vasta e misteriosa di quello che si prospettava davanti ai miei occhi.

Quando si osserva il passato alla luce della consapevolezza del presente, esso viene completamente reinterpretato. Già a quei tempi cominciavo ad avere un primo, seppur debole ed indefinito “risveglio”. Pensavo: “C’è qualcosa più di quello che vedo con gli occhi fisici. Il mio corpo fisico si addormenta durante la notte, la mia coscienza dorme a sua volta, ma ad un certo punto…mi trovo sveglia in un’altra parte, diciamo, un luogo non fisico. Eppure il mio corpo dormiva, ma io ero proprio in un altro luogo! E’ come se la mia coscienza risiedesse originariamente in un altro luogo, altrove, un luogo non collocabile nello spazio e nel tempo”

Frequentavo il primo anno del ginnasio. Fu l’anno scolastico più intenso e faticoso di tutta la mia carriera scolastica, perché nel liceo classico venivano poste le basi di tutte le conoscenze, nonché la base del corretto parlare: lo studio della grammatica italiana, greca, latina, per poter creare le basi per la traduzione delle versioni. Ma a cosa serviva tradurre brani scritti in lingue che non esistevano più? L’avrei compreso solo in seguito: serviva a creare strutture mentali per organizzare non solo un discorso ma lo stesso pensiero; soggetto, verbo, complemento oggetto, e altri complementi. Chi? Che cosa? Quando? Dove? Perché?  Serviva quindi a definire la struttura causa-effetto della realtà, che è la stessa del pensiero. E’ importante dare una struttura ordinata al proprio pensiero, perché- e questo l’avrei compreso solo in seguito- le intuizioni spirituali possano prendere vita efficacemente solo in una struttura mentale ordinata ed equilibrata. Se le strutture mentali sono troppo ingombranti, tuttavia, esse potrebbero ostacolare il libero fluire della conoscenza spirituale.

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Il 24 marzo è una data che ricordo come un importante anniversario. Non a caso coincideva con l’equinozio di primavera, importante momento per qualunque pratica magica. Quando il sole entra nella costellazione dell’Ariete è un nuovo inizio, e così è stato per me, in quel giorno in cui gli studenti del mio liceo avevano programmato uno sciopero per partecipare ad un corteo-manifestazione.  Improvvisamente mi staccai dal corteo per camminare da sola e mi inoltrai in una strada che conduceva nella zona dove avevo trascorso insieme ai miei affezionati amici quella precedente estate. Un irrefrenabile impulso mi spinse ad entrare in una libreria e, tra i vari libri, uno in particolare mi chiamò. Era solo il primo tra quelli che sarebbero state le migliaia di libri di spiritualità ed esoterismo che avrei letto nel corso della mia esistenza. Quel libro si intitolava “Scopri e sviluppa i tuoi poteri paranormali” e si occupava del settore della “parapsicologia” che costituì per me un trampolino di lancio.  Già ben prima di questo libro mi ero convinta che nell’uomo risiedessero facoltà inesplorate, e che ordinariamente egli utilizzasse solo una piccola parte delle sue potenzialità.  Si ritiene comunemente, infatti, che ben il 70%, se non di più, delle attività e potenzialità cerebrali non venga impiegato. Percepivo già che ci fosse qualcosa di più dell’ordinario cervello, e che quest’ultimo fosse solo uno strumento di qualcosa di non fisico, invisibile ma assolutamente base di tutto ciò che esiste. Ero sempre più convinta che l’esistenza umana fosse ricca di misteri che la scienza non riusciva a spiegare. E’ per questo che mi sentii particolarmente attratta da quel libro.
Quello per me fu solo l’inizio di un viaggio lunghissimo, che mi avrebbe condotto là dove non avrei mai immaginato.

Dopo pochi giorni, durante una mia passeggiata nelle vie del centro città, una forza indefinita condusse i miei passi in una libreria che stava svendendo con lo sconto del 70% molti testi della casa editrice Melita che aveva ristampato importanti testi di esoterismo, spiritualità e magia.  Certi libri chiamano, oltre ogni causa razionale…chiamano perché così deve essere, perché quel determinato libro in qualche modo è già in se stessi, nella propria interiorità profonda. Il libro che in quella circostanza mi “chiamò” fu “La scienza occulta” di Rudolf Steiner.

La complessità del pensiero di Rudolf Steiner è pari a quella della sua opera, che comprende oltre ai testi fondamentali anche le numerosissime conferenze tenute in 25 anni, in un corpus composto da circa trecento volumi. Sulle fondamenta di quella che lui denomina “Scienza dello Spirito” si basa tutto un edificio che racchiude svariati campi del sapere, dalla filosofia alla pedagogia, dalla storia alla scienza, dall’agricoltura alla medicina. Steiner espone i fondamenti di una “disciplina occulta”, intesa come un cammino di conoscenza che ha come obiettivo l’evoluzione spirituale dell’uomo. Secondo Steiner ogni uomo può giungere alla conoscenza dei “mondi spirituali” e avere accesso ai “segreti iniziatici”, risvegliando le facoltà spirituali celate nel profondo della propria anima.  I sistemi di disciplina spirituale e le tecniche di meditazione da lui divulgate provengono da esperienze e scuole antichissime, tramandate da tradizioni spirituali sia occidentali che orientali.

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Secondo Steiner, la certezza del mondo fisico la si può accostare alla certezza del mondo spirituale, in una concezione del mondo spirituale come “spazio animico”. L’antroposofia è, secondo Steiner, la via tramite la quale è possibile conoscere l’uomo interiore, spirituale: la scienza dell’uomo spirituale.

L’antroposofia è una via della conoscenza che vorrebbe condurre lo spirituale che è nell’uomo allo spirituale che è nell’universo. Sorge nell’uomo come un bisogno del cuore e del sentimento. Deve trovare la sua giustificazione sul fatto che essa è in grado di offrire a questo bisogno un soddisfacimento. Può riconoscere l’antroposofia solo chi trova in essa quel che deve cercare per una sua esigenza interiore. Possono perciò essere antroposofi soltanto quegli uomini che sentono i problemi sull’essere dell’uomo e del mondo come una necessità vitale, come si sentono fame e sete.

Cominciai a leggere quel libro che per me è stato fondamentale, e che ho avuto modo di rileggere nel corso della mia vita, trovandovi sempre qualcosa di nuovo e utile. Da subito mi cominciai ad accorgere che i suoi contenuti mi erano già, in qualche misteriosa maniera, familiari. In particolare, nel terzo capitolo de “La scienza occulta”, viene spiegata la costituzione spirituale dell’uomo secondo la Scienza dello Spirito. L’essere umano è costituito dal corpo fisico, parte materiale del corpo umano, condivisa con il regno minerale; il “corpo eterico” è la componente vitale tipica del regno vegetale. Poi c’è il “corpo astrale”, sede delle emozioni e della vita interiore rappresentativa, nonché della percezione neurosensoriale. Infine c’è “l’io”, prerogativa dell’essere umano, che si articola in tre forme animiche (anima senziente, anima razionale, anima cosciente). In particolare, il capitolo “sonno e morte”dava in qualche modo una spiegazione alle esperienze di coscienza che avevo avuto durante il mio sognare infantile. Era come se io già conoscessi intimamente quei contenuti. Leggendo ciò che Steiner scriveva della vita interiore dell’uomo, rimasi colpita dalle indagini chiaroveggenti di Steiner riguardo al passato della Terra e dell’universo. Secondo Steiner la storia fisica come noi la conosciamo è solamente una piccolissima parte esteriore di una storia cosmica che ha origini nei piani spirituali in diverse ere. E poi mi soffermai sul capitolo che impressionò di più: quello della pratica spirituale di sviluppo degli stati di coscienza: immaginazione, ispirazione, intuizione.

Avevo appena compiuto quattordici anni quando cominciai ufficialmente il cammino spirituale, ossia quando, davanti al potere supremo chiamato vita, pronunciai il solenne giuramento che avrei dedicato la mia vita intera allo Spirito.

Era già arrivato per me il momento di praticare.  Già avvertivo, infatti, l’importanza della pratica interiore, che rendeva speciale e peculiare l’esoterismo nei confronti degli altri campi del sapere. Nei testi di parapsicologia erano esposti in maniera chiara alcuni esercizi di visualizzazione, concentrazione, silenzio mentale, che avevano lo scopo di far raggiungere alla mente del praticante il cosiddetto “stadio alfa”. A questo scopo sono essenziali le tecniche di rilassamento.

Le mie letture cominciarono rapidamente ad espandersi. Al termine dell’anno scolastico trascorsi le vacanze estive interamente immersa sia in uno studio teorico, sistematico e attento delle opere esoteriche di vari autori, che nella pratica delle tecniche interiori che cominciavo gradualmente ad apprendere. Parte integrante dei miei studi iniziali vertevano sulla storia dell’esoterismo, che mi consentì fin da subito di conoscere teoricamente gli indirizzi fondamentali e gli autori di quello che, cominciavo a rendermi conto, era un campo vastissimo e variegato. E’ come la storia della filosofia, la storia della letteratura, la storia dell’arte, che si studiano per correnti e autori: la storia dell’esoterismo è cominciata con la nascita dell’uomo e si è sviluppata nello spazio e nel tempo, rivolgendo all’umanità un messaggio universale che però, incarnandosi nella dualità, ha assunto forme e modalità diverse nel tempo e nello spazio.

Questo per me era solo l’inizio di un lungo viaggio che già mi catturava e assorbiva completamente. In quei primi mesi mi era già assolutamente chiaro che avrei dedicato tutta la mia vita a quello che identificavo come “cammino spirituale”, due semplici parole, magari banali, che però indicavano qualcosa che avrebbe interamente condizionato la mia esistenza. Nei primi tempi le letture si concentrarono sugli autori e scuole esoteriche occidentali: l’antroposofia, Cornelio Agrippa, Eliphas Levi, Paracelso, la Teosofia, la Golden Dawn, Papus,  e tanti altri.

Una sera di luglio, dopo tante ore di lettura, chiusi gli occhi e mi immersi in un profondo rilassamento. Improvvisamente, immagini di quello che sembrava un lontano passato, cominciarono a sfilare dinanzi al mio sguardo interiore: mi trovavo in una grande sala e partecipavo ad una cerimonia-rituale, nella quale gli adepti indossavano un’alba bianca. Grande era l’energia sprigionata dalle parole e dai movimenti dei presenti. Dopo lunghi secondi di attenta e stupita contemplazione, quelle immagini furono risucchiate dalla profondità dalla quale erano poco prima sorte. Cosa era stato, sognante fantasia stimolata dalle letture esoteriche? Ricordi di un lontano passato, in qualche modo appartenente a me, o a qualche altra persona? Stavo forse attingendo alla memoria cosmica, nella quale sono contenute tutte le immagini di ciò che è accaduto, e che nell’esoterismo rinascimentale era chiamato “luce astrale”?  Un’immagine di un mio probabile futuro? L’avrei scoperto solo vivendo.

Mi affascinava, in particolare, il concetto di “luce astrale” che avevo appena appreso e che risuonava profondamente in me nella sua profonda verità: una grande ed impersonale memoria immaginativa di pensieri, emozioni, sentimenti, eventi, memoria a cui è possibile attingere in qualunque momento, se opportunamente sintonizzati. Questo concetto mi sembrava intensamente vivo, in quanto percepivo che ciò che leggevo non era carta morta ma era vivente, come era ancora vivente il pensiero di quegli autori che vibrava in me se solo chiudevo gli occhi tra una riga e l’altra.

La mia pratica di quei primi mesi consisteva in un’iniziale seduta di rilassamento. Per alcuni mesi praticai anche il training autogeno di Shultz, in particolare l’esercizio del calore e della pesantezza, che incrementavano il mio stato di rilassamento. In seguito introdussi la concentrazione su un oggetto per almeno cinque minuti, e la visualizzazione, che consisteva nell’esercitarmi a visualizzare forme geometriche o i colori, in particolare il blu. E poi, tecnica importante che non avrei mai abbandonato: il silenzio interiore, di cui solo negli anni successivi avrei compreso l’estrema importanza.

Notavo che quando raggiungevo profondi stati di rilassamento, veniva modificato il mio stato di coscienza; ad un certo punto mi trovavo dinanzi ad un confine, una soglia che presentava due alternative: una era quella di scivolare nel sonno, l’altra quella di esplorare un nuovo stato di coscienza, intenso e profondo. Il corpo diventava impercettibile, anche se la lotta per raggiungere un rilassamento autentico era dura. Il corpo costituisce per definizione un ostacolo che sembrerebbe insormontabile. Occorre tanto esercizio e molta forza di volontà per ottenere un rilassamento vero e proprio. E’ estremamente facile il formarsi di contratture muscolari che persistono nel tempo, fino a diventare croniche; più difficile, invece, decontrarre ciò che è persistentemente contratto, molto spesso a causa di blocchi psicologici od emotivi, ma spesso per la tensione con la quale si eseguono esercizi psichici particolarmente impegnativi.

Il problema che cominciai ad riscontrare negli esercizi era che, una volta raggiunto un discreto rilassamento, nel momento in cui cominciavo a concentrarmi o a svolgere qualsiasi attività interiore come la visualizzazione, sorgeva qualche tensione in qualche punto del corpo, ad esempio nel collo oppure nell’addome. E’ un ostacolo che mi portai avanti per lungo tempo. In seguito notai che, proseguendo nella pratica, la tensione fisica veniva poi ridotta man mano che si approfondiva il livello di concentrazione (fenomeno che poi avrei identificato come “passaggio dalla coscienza cerebrale alla coscienza spirituale”), fino a scomparire del tutto man mano che diventavo capace di raggiungere profondi stati di concentrazione o silenzio interiore. Solo nell’anno seguente avrei compreso l’importanza e il significato della pratica della concentrazione-silenzio interiore, attraverso le opere di Massimo Scaligero. Gli ostacoli degli esercizi non mi scoraggiavano, anzi mi incitavano a continuare nella pratica per migliorare. Mi accorgevo che le tecniche spirituali avevano bisogno di estrema costanza, proprio come in tutti i campi della vita. Nel mondo ordinario, infatti, qualunque professione è basata non soltanto sullo studio teorico, presupposto basilare, ma prende vita solo con la pratica, attraverso l’esperienza e la ripetizione costante.

Hermelinda

Tratto dal libro: MEMORIE DI UNA VIAGGIATRICE DELLO SPIRITO

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