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Il Quadrato magico del SATOR

l quadrato del Sator è una ricorrente iscrizione latina, in forma di quadrato magico, composta dalle cinque seguenti parole: SATOR, AREPO, TENET, OPERA, ROTAS. La loro giustapposizione, nell’ordine indicato, dà luogo a un palindromo, vale a dire una frase che rimane identica se letta da sinistra a destra o viceversa.
L’iscrizione è stata oggetto di frequenti ritrovamenti archeologici, sia in epigrafi lapidee sia in graffiti, ma il senso e il significato simbolico rimangono ancora oscuri, nonostante le numerose ipotesi formulate.

Disponendo le parole su una matrice quadrata (vedasi figura), si ottiene una struttura che ricorda quella dei quadrati magici di tipo numerico. Le cinque parole si ripetono se vengono lette da sinistra a destra e da destra a sinistra, oppure dall’alto al basso o dal basso in alto. Al centro del quadrato, la parola TENET forma una croce palindromica.
Il curioso quadrato magico è visibile su un numero sorprendentemente vasto di reperti archeologici, sparsi un po’ ovunque in Europa. Ne sono stati rinvenuti esempi in Roma, nei sotterranei della basilica di Santa Maria Maggiore, nelle rovine romane di Cirencester (l’antica Corinium) in Inghilterra, nel castello di Rochemaure (Rhône-Alpes), a Oppède in Vaucluse, a Siena, sulla parete del Duomo cittadino di fronte al Palazzo Arcivescovile, nella Certosa di Trisulti a Collepardo (FR), a Santiago di Compostela in Spagna, ad Altofen in Ungheria, a Riva San Vitale in Svizzera, solo per citarne alcune.
A volte le cinque parole si trovano disposte in forma radiale, come nell’abbazia di Valvisciolo a Sermoneta (Latina), oppure in forma circolare, come nella Collegiata di Sant’Orso di Aosta.

Altre chiese medioevali ancora, nelle quali si registra, in Italia, la presenza della frase palindroma (in forma di quadrato magico oppure in forma radiale o circolare) sono: la Pieve di San Giovanni a Campiglia Marittima, la chiesa di San Potito ad Ascoli Satriano (Foggia), la chiesa di San Pietro ad Oratorium a Capestrano, in provincia dell’Aquila, la Chiesa di San Michele ad Arcè, frazione di Pescantina (Verona), Chiesa di Santa Maria Ester ad Acquavivia Collecroce (CB), nel monastero francescano di Ficarra (Messina) e altri ancora.

 

Gli esemplari più antichi e più celebri sono quello incompleto rinvenuto nel 1925 durante gli scavi di Pompei [sepolta il 24 agosto del 79 d.C.], inciso su una colonna della casa di Publio Paquio Proculo, e quello trovato nel novembre del 1936 su una colonna della Palestra Grande sempre a Pompei. Quest’ultimo ha avuto grande importanza negli studi storici relativi alla frase palindroma poiché esso è completo e arricchito da altri segni interessanti che non si sono trovati altrove e fu certamente inciso prima dell’eruzione del 79 d.C. A partire da questi ritrovamenti, il quadrato del Sator viene anche detto latercolo pompeiano.
Difficile stabilire il significato letterale della frase composta dalle cinque parole, dal momento che il termine AREPO non è strettamente latino. Alcune congetture su tale parola (nelle Gallie e nei dintorni di Lione esisteva un tipo di carro celtico che era chiamato arepos: si presume allora che la parola sia stata latinizzata in arepus e che nel quadrato essa avrebbe la funzione di un ablativo strumentale, cioè un complemento di mezzo) portano a una traduzione, di senso oscuro, quale Il seminatore, con il carro, tiene con cura le ruote, della quale si cerca di chiarire il senso intendendo il riferimento al seminatore come richiamo al testo evangelico.
Una interpretazione più semplice considera “Arepo” come nome proprio, da cui il significato diviene: Arepo, il seminatore, tiene con maestria l’aratro.

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Il Pavimento del Duomo di Siena

“il più bello…, grande e magnifico… che mai fusse stato fatto”. Così Giorgio Vasari definì il pavimento della Cattedrale di Siena, frutto di un programma che si è realizzato attraverso i secoli,
a partire dal Trecento fino all’Ottocento.

La cattedrale di Siena conserva numerosi capolavori di ogni epoca. L’opera, per più versi eccezionale, è il pavimento, il più bello…, grande e magnifico… che mai fusse stato fatto, secondo la definizione di Giorgio Vasari, frutto di un programma che si è realizzato attraverso i secoli, a partire dal Trecento fino all’Ottocento. I cartoni preparatori per le cinquantasei tarsie furono forniti da importanti artisti, tutti senesi͟, tranne il pittore umbro Bernardino di Betto detto il Pinturicchio, autore, nel 1505, della tarsia con il Monte della Sapienza.

La tecnica utilizzata per trasferire l’idea dei vari artisti sul pavimento è quella del commesso marmoreo e del graffito. Si iniziò in modo semplice, per poi raggiungere gradatamente una perfezione sorprendente: le prime tarsie furono tratteggiate sopra lastre di marmo bianco con solchi eseguiti con lo scalpello e il trapano, riempiti di stucco nero. Questa tecnica è chiamata graffito. Poi si aggiunsero marmi colorati accostati assieme come in una tarsia lignea: questa tecnica è chiamata commesso marmoreo.

All’ingresso della navata centrale, un’iscrizione invita il visitatore ad assumere un atteggiamento consono a chi sta per entrare nel sacro tempio: CASTISSIMUM VIRGINIS TEMPLUM CASTE MEMENTO INGREDI (Ricordati di entrare castamente nel castissimo tempio della Vergine).

Si osserva dunque la tarsia con l’Ermete Trismegisto, il fondatore della sapienza umana (eseguito da Giovanni di Stefano nel 1488) che, assieme alle Sibille (1482-83), raffigurate nelle navate laterali, fa parte dello stesso percorso iconografico ispirato alle Divinae Institutiones di Lattanzio, un autore cristiano del IV secolo.

Le Sibille, secondo lo schema varroniano, sono dieci (cinque per ogni navata) e derivano il loro nome dai luoghi di pertinenza geografica: la Sibilla Persica, l’Ellespontica, l’Eritrea, la Frigia, la Samia, la Delfica per quanto riguarda il mondo orientale e greco; la Libica per l’Africa; e poi quelle occidentali (con riferimento all’Italia): la Cumea o Cimmeria, la Cumana (virgiliana) e la Tiburtina.

Superato il riquadro con l’Ermete, lungo la navata centrale, ci troviamo di fronte alla Lupa che allatta i gemelli, inserita in un cerchio, cui sono collegati altri otto tondi di dimensione minore che mostrano gli emblemi di città centro-italiane.

Tale spazio del pavimento, l’unico ad essere realizzato a mosaico, è, probabilmente, proprio per la diversa tecnica utilizzata, il più antico. La Lupa diventa, già a partire dall’epoca medievale, simbolo della città di Siena, legato alla mitica leggenda di fondazione della città da parte di Aschio e Senio, figli di Remo. Dietro l’animale si vede l’albero di fico (Ficus Ruminalis) presso il quale, secondo la tradizione, il pastore Faustolo trovò Romolo e Remo dopo il loro abbandono lungo le acque del Tevere.

La tarsia disegnata da Pinturicchio (la quarta lungo la navata centrale), mostra, in basso, la personificazione della Fortuna: una nuda fanciulla tiene con la mano destra la cornucopia, mentre brandisce in alto, con la sinistra, come un’insegna, la vela gonfiata dal vento. Il suo è un equilibrio instabile: il piede destro poggia su di una sfera, mentre il sinistro è collocato su un’ingovernabile barca, il cui albero maestro è spezzato. La Fortuna, dopo un viaggio tempestoso, è riuscita a far approdare, su di un’isola rocciosa, alcuni saggi, i quali percorrono un sentiero in salita pieno di insidie. Sulla vetta del monte, che i saggi cercano di raggiungere, è assisa una figura femminile: la Sapienza o Virtù. La donna offre, con la sinistra, un libro a Cratete, che si libera di ogni bene fittizio, poiché getta in mare una cesta ricolma di gioielli; con la destra dona una palma a Socrate. Il messaggio dell’allegoria del pavimento è abbastanza evidente: il percorso verso la Sapienza è arduo, ma una volta superate le difficili prove, si consegue la serenità, la quies, simboleggiata dall’altipiano ricoperto soltanto da cespugli fioriti e dichiarata nell’iscrizione incisa sulla tabella, in cui si coglie un invito a salire l’aspro colle.

Mentre nelle tre navate il percorso si snoda attraverso temi relativi all’antichità classica e pagana, nel transetto e nel coro si narra la storia del popolo ebraico, le vicende della salvezza compiuta e realizzata dalla figura del Cristo, costantemente evocato e mai rappresentato nel pavimento, ma presente sull’altare, verso cui converge l’itinerario artistico e spirituale. I soggetti sono tratti dal Vecchio Testamento, tranne la Strage degli Innocenti di Matteo di Giovanni. La terribile scena, che si svolge sotto gli occhi dello spettatore, si affida al racconto del Vangelo di san Matteo.

Nell’esagono sotto la cupola (Storie di Elia e Acab), ma anche in altri riquadri vicini all’altare (Mosè fa scaturire l’acqua dalla roccia; Storie di Mosè sul Sinai, Sacrificio di Isacco) lavora il pittore manierista Domenico Beccafumi, che a tal punto perfezionerà la tecnica del commesso marmoreo, da ottenere risultati di chiaro-scuro.

ORARI PAVIMENTO

1 marzo – 1 novembre: 10:30 – 19:00 / Festivi: 13:30 – 18:00 / Prefestivi: 10:30 – 18:00
2 novembre – 28 febbraio: 10:30 – 17:30 / Festivi: 13:30 – 17:30 / Prefestivi: 10:30 – 17:30
26 dicembre – 8 gennaio: 10:30 – 18:00 / Festivi: 13:30 – 17:30 / Prefestivi: 10:30 – 17:30
Apertura Domenicale Cattedrale solo per il mese di Marzo: 13:30 – 17:30

Apertura biglietteria ore 9:45

Ultimo ingresso mezz’ora prima l’orario di chiusura dei Musei.
Gli orari potrebbero subire variazioni a causa di celebrazioni religiose.

https://operaduomo.siena.it/it/luoghi/pavimento/

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Il Mandala, l’arte sacra della “centratura”

Mandala è una parola sanscrita che significa “cerchio”; esso indica la forma primordiale che rappresenta il tutto, la completezza e l’unità. Il cerchio, come simbolismo della sfera, racchiude la totalità del mondo. Anche come forma bidimensionale “viaggia senza lasciare traccia”, come il percorso infinito della sua circonferenza intorno a un centro eternamente immutabile.

Questo archetipo antico e durevole risuona profondamente nella psiche umana. Si trova in tutte le culture e in tutte le epoche. Nei miti della creazione di molte civiltà troviamo che il mondo comincia all’interno di un “Uovo Cosmico” – l’universo che si schiude dal ricco nucleo al suo centro. Ora sappiamo che l’universo effettivamente si espande in modo sferico da un piccolo punto adimensionale nella vastità del tempo e dello spazio. E, come nel big bang, la radicale espansione esponenziale dello zigote fecondato sviluppa il corpo umano dividendo le cellule sferiche per creare la forma. Da ovulo nel grembo al seno di nostra madre, ci nutriamo grazie a delle sfere.
Come un archetipo, il Mandala risuona con questi principi che spaziano dal microcosmo al macrocosmo. La forma diventa un diagramma cosmico che modella la struttura organizzativa della vita stessa. Come un modello di arte sacra, rappresenta la centratura del sé in allineamento con il cosmo.

La vita stessa si dispiega “da dentro a fuori”, portando il suo impulso al centro delle sue forme. Al centro di tutte le piante e degli animali c’è un spazio cavo attraverso il quale i fluidi della vita pulsano, cha si tratti di linfa o di sangue. Dalla radice al tronco e ai rami, la linfa scorre nell’albero come la clorofilla scorre nel centro del gambo, e così come i fluidi cerebrospinali pulsano al centro della colonna vertebrale dei mammiferi. La differenza tra fibre naturali e fibre sintetiche è che le fibre naturali contengono un foro nel loro centro che permette alla forza vitale di fluire verso tutte le parti della pianta. Le fibre artificiali non hanno un passaggio per la forza vitale. Tutto ciò che è vivo ha un’apertura al centro dove la forza vitale scorre.

Per armonizzarci con la vita che dobbiamo vivere partendo dal nostro centro e il Mandala è un veicolo per questo movimento di centratura. Carl Jung ha scoperto che il Mandala è un potente archetipo della psiche umana, e potrebbe essere utilizzato come un efficace strumento terapeutico. Nella sua esplorazione pionieristica dell’inconscio, Jung ha osservato il motivo del cerchio che appariva spontaneamente sia nelle proprie opere d’arte sia nei disegni dei suoi clienti. Ha appurato che la voglia di fare dei mandala emerge nei momenti di intensa crescita personale. Il loro aspetto riflette un profondo processo di riequilibrio in corso nella psiche.

Jung si riferisce al mandala come a “l’espressione psicologica della totalità del sé”. All’interno di ogni psiche umana c’è l’unità al centro del nostro Essere. Questo seme del Sé riposa al centro, contenendo sia l’unità primordiale esistente “prima dell’inizio” e la promessa di una unione con un ordine superiore alla fine del viaggio della vita. Così l’archetipo del Mandala risuona sia la totalità primordiale nel grembo della creazione, sia l’unificazione degli opposti attraverso la quale cresciamo verso una più matura definizione.

“Il mandala ha uno scopo conservativo – per ripristinare un ordine preesistente. Ma ha anche lo scopo creativo di dare espressione e forma a qualcosa che ancora non esiste, qualcosa di nuovo e unico … Il processo è quello della spirale ascendente, che cresce verso l’alto tornando contemporaneamente sempre allo stesso punto. (Jung, “L’uomo e i suoi simboli”)

Nel Mandala, le polarizzazioni e le opposizioni – che sono il seme della nostra identità – sono alchemicamente unite in modo che la psiche possa giungere alla pace e alla completezza. Simbolicamente, gli aspetti polari del macro-cosmo e l’individuo sono uniti fra loro. La dualità intrinseca della creazione è stata risolta.

Il Mandala ci porta al centro, rivelando ciò che è al nucleo. Catalizza il processo di trasformazione. Ho lavorato con il Mandala dal 1980 e ho visto la sua magia rivelata nell’esperienza di centinaia di studenti. Può essere semplice come la colorazione di un cerchio, ed esprime le energie di ciò che c’è in superficie, ciò che si trova più in profondità e ciò che si trova al centro della nostra vita. Si può sperimentare anche come “spazio” camminando all’interno del labirinto Dromenon (situato sul pavimento della cattedrale di Chartres), o attraverso la danza all’interno di un cerchio. Quando lavoriamo con il Mandala, il flusso caotico della nostra vita rimane in superficie, mentre ci muoviamo attraverso strati progressivamente più profondi dell’essere.

Creare e interagire con i mandala aiuta a ricalibrare la nostra armonia e integrità. La vita interiore diviene riordinata e risanata. Attraverso il Mandala ci allineiamo con il cosmo, e quando ci sentiamo al nucleo del nostro Essere, attingiamo all’unità da cui il cosmo si manifesta in tutte le sue molteplici forme.  In sostanza, torniamo a casa.

Dana Lynne Andersen è la direttrice dell’Accademia d’Arte, Creatività e Consapevolezza. Un pioniere nell’uso dell’arte e della creatività come mezzi per innalzare la coscienza, Dana insegna ed espone le sue opere in tre continenti.

di Dana Lynne Andersen.

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Il Documento di Damasco

 

Il Documento di Damasco è una delle opere trovate in molti frammenti e copie nel le grot te del Qumran, e come tale è considerato parte dei manoscritti non biblici di Qumran. La versione attualmente più accreditata è che i rotoli sono correlati ad una comunità Essena che viveva in quell’area nel I secolo a.C.
Anche prima della scoperta dei manoscritti di Qumran nel ventesimo secolo, quest’opera era nota agli studiosi, dato
che due manoscritti furono trovati nel tardo XIX secolo nella collezione Genizah del Cairo, in una stanza adiacente
alla sinagoga Ben Ezra a Fustat. Questi documenti si trovano nella Cambridge University Library e sono datati rispettivamente nel X secolo e XII secolo.
A differenza dei frammenti trovati a Qumran, i documenti del Cairo sono completi in molte parti, dunque di vitale
importanza per la ricostruzione del testo. Il titolo del documento proviene dai numerosi riferimenti a Damasco che
esso contiene. Il modo in cui Damasco è trattato nel documento fa supporre che non sia un riferimento letterale a Damasco in Siria, ma va inteso o geograficamente come Babilonia, o come Qumran stesso. Se il riferimento è simbolico, probabilmente usa il linguaggio biblico che troviamo in Amos 5,27:

«Perciò io vi farò andare in cattività al di là di Damasco, dice l’Eterno, il cui nome è DIO de gli eserciti.» ( Amos 5,27)

Damasco fece parte di Israele sotto il regno di Re Davide, ed il Documento di Damasco esprime la speranza escatologica del ripristino della monarchia di Davide.
Il documento contiene un riferimento criptico ad un Maestro di Giustizia. Egli viene trattato a seconda dei rotoli di
Qumran come una figura del passato, del presente o del futuro. Il Maestro di Giustizia ha un ruolo importante
nel Documento di Damasco, ma nessun ruolo nella Regola della Comunità, un altro documento trovato tra i rotoli
di Qumran e questo suggerisce una differenza al momento della stesura di ogni documento. Il Documento di Damasco descrive il gruppo nel quale esso è stato scritto come privo di leader nei 20 anni precedenti alla venuta del Maestro di Giustizia che ha stabilito le regole del gruppo.
Solitamente gli storici fanno risalire il Maestro al 150 a.C. circa, visto che il documento afferma che egli arrivò 390
anni dopo (un periodo che difficilmente è preciso) l’Esilio babilonese.

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Il Vangelo di Giuda

 

Il Vangelo di Giuda fa parte dei testi ritrovati nel 1945 a Nag Hammadi, nell’Alto Egitto, contenenti i cosiddetti ‘Vangeli Apocrifi‘, quei Testi che la Chiesa delle origini aveva escluso dal ‘corpus’ di quelli Canonici. Documenti che si credevano perduti per sempre e di cui si aveva conoscenza tramite, soprattutto, gli scritti ufficiali che contro di essi si scagliavano (come la Confutazione di tutte le eresie di Ireno, vescovo di Lione, risalente al 180 d.C.). Anche di un Vangelo di Giuda si aveva sentore, perchè appunto Ireneo lo menzionava come testo ‘eretico’ nel suo lavoro, atto a screditare e mettere al bando qualsiasi libro ritenuto ‘fuorviante’ per la neoformata Chiesa cattolica. Ma del documento si erano perse le tracce, nessuno lo aveva mai visto nè letto, e non si sapeva che-da qualche parte-potesse esisterne ancora la memoria. Nel II secolo dopo Cristo  numerose erano le sette che dipartivano dal ceppo originario, quello del Giudaismo, segnale che diverse erano le ideologie in fatto di fede religiosa, e diversa la visione del mondo, di Dio, di Gesù e del suo messaggio. I testi di Nag Hammadi sono ritenuti scritti ‘gnostici‘ (gnosis=conoscenza) e presentano una versione degli episodi della vita terrena di Cristo in una forma più complessa rispetto ai ‘canonici’, da interpretarsi non letteralmente ma attraverso una riflessione più coerente e approfondita delle questioni affrontate. Sono testi ‘esoterici’, nel senso che il loro messaggio è celato spesso dalle metafore, e non è accessibile a chiunque. Gli studiosi che hanno potuto esaminare e tradurre il testo che va sotto il nome di Vangelo di Giuda, si dichiarano concordi ad attribuirlo alla medesima ‘area gnostica’ della Biblioteca di Nag Hammadi, trascritto in una forma piuttosto simile, non su rotolo ma su fogli di papiro rilegati con una copertina in pelle, che è tra l’altro un’usanza assai insolita per l’epoca e per il contesto (nell’area Ebraica si usava e si usa tutt’oggi il Rotolo per il Testo Sacro, la Torah).

Il Vangelo di Giuda, al momento del ritrovamento, si trovava annesso ad un Codice, cioè un insieme di testi, tutti di matrice gnostica, così composto e distinto in quattro ‘parti’:

1) Lettera di Pietro a Filippo, di cui ne era stata trovata una differente versione nel 1945 a Nag Hammadi;

2) L’Apocalisse di Giacomo, di cui era stata pure ritrovata una copia a Nag Hammadi

3) il Vangelo di Giuda, unico esemplare fino ad oggi ritrovato

4) una sezione detta ‘di  Allogene’, di cui si ignora il titolo originale e molto frammentaria. Allogene significa “straniero” (di diversa ‘razza’) e il termine fu creato dagli Autori della Bibbia dei Settanta. Allogene era una personalità copta che aveva vinto l’ignoranza e il timore, meritando di accedere al variegato paradiso degli gnostici.

Nel deserto Egiziano sono incalcolabili le caverne che si trovano disseminate tra gli anfratti rocciosi, talmente nascoste che spesso sfuggono per millenni all’attenzione di chiunque. In una di esse, a 120 miglia a sud del Cairo, tra i desolati dirupi del Jebel Marara, situato nella provincia di Al Minya, questo Codice è rimasto occultato per quasi due millenni. Solo il ‘fiuto’ dei fellahin, che abitano nei dintorni, sempre alla ricerca di nuovi ‘reperti’ che sanno potrebbero fruttare un po’ di denaro per sfamare la famiglia, ha permesso che il Codice fosse rinvenuto. Questo avvenne nel 1970, in quella regione del Medio Egitto in cui il 15 % della popolazione è cristiana copta. La caverna si dimostrò essere un’antica sepoltura, al cui ingresso stavano due cassette di pietra. Vi si trovava uno scheletro (o più d’uno, facendo ipotizzare potesse trattarsi di una tomba ‘di famiglia’) avvolto in un sudario, probabilmente un personaggio facoltoso, che aveva accanto a sè una cassetta, al cui interno si trovavano dei papiri, tra cui il Codice che ci interessa, con la sua rilegatura in pelle, ancora in buono stato di conservazione nonostante i secoli trascorsi da quella inumazione. Se il deserto con il suo clima secco aveva svolto questa naturale opera di tramandazione, non fu certo così dopo che il Codice fu portato via, come vedremo. I fellahin, intanto, non potendo sapere cosa vi fosse scritto (perchè analfabeti) si preoccuparono di acquisirlo e farlo proprio, sperando di poterlo vendere a qualche mercante che, si diceva, era sempre disposto a comprare antichi manoscritti. Bisognava solo agganciare le persone ‘giuste’ e non far trapelare nulla della scoperta, perchè anche in Egitto le leggi stavano mutando, nel senso di una maggiore tutela per le antichità ritrovate sul suo suolo.

Un mistero è rappresentato dal fatto che si ignora chi sia l’Autore di questa copia del  Vangelo gnostico di Giuda e quando esattamente venne scritto l’originale in greco. Perchè gli studiosi ne sono certissimi: l’originale era in greco. Questo lo si è appurato poichè il redattore successivo, che lo trascrisse in sahitico, cioè una variante dialettale della lingua copta, quando non è riuscito a tradurre qualche parola o quando non ne ha trovata la corrispettiva, l’ha lasciata come la trovò, ossia in greco. Non esiste il modo di risalire a chi possa aver ricopiato il Codice, ma certamente era uno scriba competente, che lo tradusse dal greco e che doveva avere un’alta esperienza nel copiare manoscritti letterari: si ipotizza opera di uno ‘scriptorium professionale‘, magari situato all’interno di qualche monastero, da sempre fucina di grande cultura. Nell’area del ritrovamento del Codice, però, non sorgono edifici monastici a breve distanza. Possiamo solo favoleggiare sul percorso che può aver compiuto già nell’antichità, dallo scriba al suo proprietario. Ignoriamo tutto, di entrambi e delle vicissitudini antiche del manoscritto che li ha legati.

Si ritiene che l’originale del Vangelo di Giuda sia stato composto dopo il Vangelo di Giovanni, il più tardo dei Vangeli canonici, dunque attorno al II secolo d.C., ma è probabile che abbia cominciato a circolare prima che fossero stabiliti gli stessi vangeli canonici come facenti parte del ‘corpus’ dei testi sacri della dottrina cattolica. Abbiamo già ribadito come il Cristianesimo delle origini fosse costellato di innumerevoli sette di opposizione a quella che poi avrebbe dominato sulle altre (il cattolicesimo).Il Vangelo di Giuda è uno dei testi che dovevano comporre il Nuovo Testamento della corrente dei cristiano-gnostici,forse della corrente dei cainiti.

Quando vi fu la ‘cernita’ da parte dei primi Padri della Chiesa, gli ‘apocrifi’ vennero messi al bando e proibiti. Si può pensare che molte persone, progressivamente, pur sapendo dell’esistenza di oltre trenta vangeli, abbiano finito per adeguarsi a quelli ‘ufficiali’ anche perchè la loro lettura e comprensione, sotto forma di ‘parabole’, poteva apparire più facile, sicuramente più accessibile che non l’elitario linguaggio usato negli altri vangeli gnostici. Forse distrutto, messo al rogo o al bando, il Vangelo di Giuda finì con l’essere dimenticato da tutti e la figura dell’Iscariota, tramandata dai quattro vangeli riconosciuti (di Marco, Matteo, Luca e Giovanni), divenne il simbolo del più bieco comportamento umano: il tradimento.

La premessa per comprendere -anche in maniera facile, dopotutto- questo Testo, è capire come gli gnostici consideravano(e considerano) il mondo in cui viviamo: non emanazione del Creatore, ma una creazione del Dio del Vecchio Testamento, che in qualità di ‘demiurgo cattivo’ lo avrebbe voluto di simil fatta (corrotto, maligno, pieno di dolore e sofferenza, e altre ‘amenità’). Un mondo intrappolato nella materia, e così alla stessa stregua l’uomo che vi dimora temporaneamente è intrappolato nella materia corrotta e corruttibile, vile e immonda,da cui l’unico mezzo per uscirne è la morte.In tal modo lo Spirito, immortale, può tornare al Padre Celeste, che è al di sopra di ogni cosa, e liberarsi dalla schiavitù materiale,poichè ogni essere umano è costituito di quella stessa particella divina emanata dal Creatore, ed è nella sua natura tornare ‘a casa’, ricongiungersi con la sua stessa Sostanza.In realtà, il discorso si farebbe un po’ più complesso, in quanto alcuni passi del Vangelo di Giuda fanno capire che non tutti gli uomini della terra hanno le stesse ‘prerogative’, considerandosi-gli gnostici o pneumatici- emanazione diretta e privilegiata di quel Dio Creatore, a cui agognano ritornare.La questione riconduce a scritti denominati ‘sethiani’ in cui si fa una distinzione tra generazioni umane e la grande generazione di Seth (un figlio di Adamo), che sono gli gnostici. Solo coloro che discendono da Seth  appartengono ad una stirpe immortale e hanno un rapporto esclusivo con Dio; solo i discendenti di quella generazione possono conoscere, secondo la loro visione, la vera natura di Gesù. Per gli gnostici, l’incontro con Dio Creatore non ha bisogno di intermediari e pertanto non riconoscono alcuna autorità religiosa nè gerarchia ecclesiastica. Consideravano falsa la dottrina cristologica così come la stava diffondendo la nascente Chiesa ortodossa.

Questa vita terrena per loro è un esilio doloroso, e ora possiamo iniziare a comprendere come Testi di questo tipo, dessero un certo ‘fastidio’ ai Padri della Chiesa, che tentavano di fondare una nuova religione ‘cattolica’(Universale) alla portata di tutti (ma fortemente gerarchizzata),  in cui il Dio dell’Antico Testamento era considerato l’unico vero Dio da adorare, che aveva mandato il suo unico Figlio, Gesù, a immolarsi per l’umanità e redimerla.Grazie al suo sacrificio della morte in croce, l’aveva riscattata dal suo peccato originale e, risorgendo dopo tre giorni dalla morte, aveva dato la certezza che tutti gli uomini sarebbero risorti come Lui nel giorno del Giudizio, secondo i meriti.In questa vicenda, che ci viene insegnata fin dalla più tenera età, la figura di Giuda Iscariota è la più infima, meschina, torva, detestabile, perchè per trenta denari avrebbe venduto la pelle del suo Maestro e amico Gesù, per poi pentirsi amaramente tanto da suicidarsi in preda al rimorso.

Nel Vangelo di Giuda riemerso dalla sabbie del deserto egiziano nel 1970, Giuda è descritto come il più intimo amico di Gesù, l’unico in grado di capire il suo messaggio terreno, ispirato da Dio Padre, il Creatore. Gesù è gnostico e come tale aborrisce la materia, e chiede al fraterno discepolo e amico Giuda di compiere un atto che porrà fine, con il sacrificio personale, alla sua vita. Dovrà consegnarlo alle guardie per adempiere a quanto è nella volontà di Gesù stesso.Quindi un enorme stravolgimento stiamo vedendo in questo Testo: la figura di Giuda Iscariota è ribaltata completamente, da traditore a colui che adempie ad una richiesta ben precisa dell’amico e rabbi Gesù. Solo così, Costui potrà liberarsi dal corpo fisico che lo imprigiona nella materia e liberare la luce spirituale che è dentro di Lui, affinchè possa ricongiungersi al Padre suo celeste. La ‘logica’ gnostica appare chiara, in questa chiave, ci pare. Inoltre, nel Testo, Gesù non muore nè risorge:il vangelo di Giuda termina con la cattura di Gesù e si chiude così.Non esiste nemmeno un riferimento al possibile suicidio di Giuda Iscariota.

Ora, che Giuda avesse scritto un Vangelo e che questo saltasse fuori, è un fatto strabiliante: anzitutto come mai un ‘traditore’ dovrebbe scrivere una propria versione dei fatti e perchè?  E come mai gli altri quattro evangelisti ‘canonicamente’accettati lo calunniano, se non tradì affatto il loro Maestro? Lo sapevano o non capivano? O il tutto fu manipolato?

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Kabbalah e i Quattro Mondi

Non siamo solo esseri fisici ma esistiamo su molti livelli diversi. Sebbene potremmo non essere consapevoli di questo fatto, quando pensiamo a questo, sappiamo che è vero. Che non siamo solo corpo fisico è qualcosa che può essere facilmente compreso e visto. In tempi di crisi o sotto l’influenza di alcune droghe (sia legali che illegali) potremmo trovarci in uno stato in cui siamo dissociati non solo dal nostro corpo ma anche dalle nostre menti. In questo stato, simile per certi aspetti a quello che si può ottenere attraverso la pratica dello yoga, ci troviamo a “guardare” ciò che sta accadendo al nostro corpo e alla nostra mente dalla prospettiva di uno spettatore.

A condizione che non sia troppo sfruttato, l’intossicazione da alcol può avere l’effetto di produrre un tale distacco. In effetti, mi sembra probabile che nella chiesa primitiva, la scuola esoterica originariamente fondata da Gesù, il vino fosse usato per produrre proprio questo stato di autoosservazione.

Ci sono quattro mondi che si compenetrano l’un l’altro. Questi possono essere illustrati dal seguente diagramma:

Da tempo immemorabile è stato compreso che l’uomo è un essere che ha il potenziale per esistere all’interno di molteplici “mondi”. Non è tanto il fatto che dopo la morte andiamo in qualche altro mondo o luogo, sia esso il paradiso o l’inferno, ma che smettiamo di essere ancorati nel fisico. Essere presenti nel fisico richiede che noi possediamo un corpo fisico e quando questo muore ci separiamo da esso, come se fossimo in un sogno.

Il secondo mondo viene solitamente chiamato piano astrale o astrale. Se pensiamo a tutto ciò, è come un regno di fantasmi o di entità elementari che possiamo contattare tramite medium o canalizzazione. Questa, tuttavia, è una distorsione. In realtà siamo sempre in contatto con questo “mondo”. Esistiamo al suo interno così come facciamo nel mondo materiale, ma per lo più non ne siamo consapevoli. Questo è il mondo della nostra psiche e le sue caratteristiche principali sono il desiderio. È perché abbiamo una psiche che siamo attratti da certe cose e respinti da altre. I nostri desideri sono che che alimenta le nostre ambizioni. È chiamato il mondo “astrale” perché la natura dei desideri che sentiamo è governata dai pianeti, in particolare da quelli che stavano sorgendo o culminando al momento della nostra nascita. I pianeti ci danno il nostro carattere, cioè che tipo di persona siamo. I nostri punti di forza (e le relative debolezze) sono determinati dalla nostra natura astrale. Ad esempio quelli con Marte prominenti alla nascita avranno una propensione alla rabbia e resistenza. I venusiani possono essere gentili, ma sono anche inclini alla pigrizia. I solariani possono essere leader naturali ma possono anche essere arroganti ed egoisti … e così via.

Gran parte del nostro lavoro in termini di autosviluppo consiste nel venire a patti con la nostra natura astrale. Per conoscerti devi conoscere sia i tuoi punti di forza che i tuoi punti deboli. I due sono quasi sempre lati opposti della stessa moneta.

Al di là del regno del mondo astrale si trova quello che viene solitamente definito il Mondo Mentale. Questo è il mondo delle idee o delle astrazioni e lo abitiamo anche noi. Abbiamo accesso a questo mondo attraverso le nostre menti anche se le nostre percezioni di questo sono in generale un debole riflesso della sua vera natura. La vera caratteristica di questo mondo è la coscienza in contrasto con lo stato di sogno in cui ci troviamo normalmente. Questo è qualcosa che per noi è molto difficile da comprendere se non per analogia. La nostra vita ordinaria è come un videogioco in cui viviamo. Ci identifichiamo con i personaggi (ce ne sono sempre più di uno) che giochiamo in questo gioco: manager, padre, amante, politico o altro. Interagiamo l’uno con l’altro all’interno dei mondi “matrice” dell’astrale e del fisico, convinti che questa sia la realtà. Effettivamente questa vita (e anche la vita dopo l’astrale) è solo un gioco un’ombra.

Attraverso le nostre menti possiamo scoprirlo ma non è qualcosa che possiamo controllare dai piani astrale o fisico. Le nostre menti, tuttavia, cercano sempre di influenzarci per soddisfare ciò che generalmente viene definito come il nostro destino personale. Questo, tuttavia, è un argomento importante che va ben oltre questa breve introduzione.

Il più alto dei quattro mondi è ancora più difficile da comprendere per noi, poiché trascende persino la nostra coscienza risvegliata. Tutto ciò che possiamo veramente dire è che è la fonte del vero amore, che non è affatto la stessa cosa del desiderio del sesso, che proviene dal livello astrale del nostro essere. Il livello più alto del nostro essere appartiene a questo mondo e ci dà il nostro desiderio di tornare lì, tuttavia per farlo dobbiamo sacrificare tutto ciò che pensiamo di essere. Questo è estremamente difficile da fare. Tuttavia a volte capita di intravedere questo mondo sotto forma di esperienze trascendenti. In questi momenti sappiamo che la nostra vera essenza è divina e non il sé condizionato con cui ci identifichiamo normalmente.

La conoscenza dei quattro mondi è la base dell’insegnamento mistico ebraico chiamato Kabbalah. La prima esposizione di questo sistema di idee (II o III secolo d.C.) si trova in un libro chiamato Sepher Yetzirah. Contiene le seguenti parole:

“Yah, il Signore degli eserciti, il Dio vivente, il Re dell’Universo, Onnipotente, Tutto-Gentile e Misericordioso, Supremo ed Esaltato, che è Sublime e Santissimo, ordinato e creato l’Universo in trentadue misteriosi sentieri di saggezza da tre Sepharim, vale a dire: 1) S’for; 2) Sippur; 3) Sapher che sono in Lui uno e lo stesso. Consistono in un decennio dal nulla e da ventidue lettere fondamentali … L’apparizione delle dieci sfere dal nulla è come un lampo, senza fine, la sua parola è in loro, quando vanno e ritornano; corrono per il Suo ordine come un turbine e si umiliano davanti al suo trono. “

Per comprendere queste affermazioni, i Kabbalisti svilupparono il diagramma dell'”Albero della vita”: una rappresentazione di sfere (sephirot) collegate da percorsi. Il posizionamento delle sfere è determinato dalla geometria sacra, in particolare la sovrapposizione di cerchi disegnati utilizzando un raggio comune. Il Primum mobile è la sfera invisibile, ipotetica oltre quella dello zodiaco. Possiamo pensare ad esso come al livello della via lattea, che si connette allo zodiaco nei punti di incrocio del cielo che chiamiamo le porte stellari. Sotto lo zodiaco o la sfera delle stelle fisse c’è la sfera di Saturno, che per quanto gli antichi sapevano era il pianeta più esterno. Da qui il lampo procede da una sfera all’altra fino a raggiungere la sfera terrena nella parte inferiore del diagramma.

Questo diagramma è adeguato per spiegare la discesa del potere attraverso le sfere discendenti della creazione astrale e ha molto in comune con la teoria delle ottave di Gurdjieff. Tuttavia, per i kabbalisti il ​​diagramma in questa forma semplificata non va abbastanza lontano. Per essere di maggior uso deve essere ulteriormente elaborato con percorsi. Arriviamo quindi allo schema seguente.

Questo diagramma sembra molto strano all’inizio e non terribilmente logico. Tuttavia, diventa molto più chiaro una volta ricordato che è destinato a mostrare la relazione tra mondi diversi. Vediamo quindi che il posizionamento delle sfere o “sephirot” per dare loro il loro nome ebraico, deriva dall’intersezione e dai punti centrali di sfere più grandi che rappresentano il mondo diverso.

Perché abbia successo, il lavoro di autosviluppo deve svolgersi attraverso i mondi. Per questo motivo la facoltà è divisa in quattro parti. Materiale appropriato sarà pubblicato in ciascuna parte con rilevanza per il particolare mondo in questione. Questo inizierà con ciò che ci è più familiare: il mondo materiale. Più saranno scritti sull’albero della vita stesso in altre lezioni sulla facoltà di Ermetismo.

Adrian Gilbert

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La Guerra nell’Antico Egitto

Gli antichi Egiziani, grazie alla posizione geografica della loro terra, non erano un popolo guerriero, come lo furono altri dell’area medio – orientale. Nei primi periodi della loro civiltà ebbero milizie interne con compiti difensivi e offensivi riguardanti piccole rivalità tra distretti del paese: le uniche azioni guerresche erano dirette verso la Libia e la Nubia, principalmente per razziare e deportare schiavi per la mano d’opera.

Fu dopo la cacciata degli Hyksos che l’Egitto compose un nuovo quadro delle forze militari sotto il profilo logistico e di armamenti. L’esperienza della guerra contro il governo asiatico fu la molla che fece scattare l’epopea imperiale ed espansionistica rivolta principalmente verso la zona dell’Asia Minore, giungendo fino all’Eufrate e all’area meridionale dell’attuale Turchia.

In questo libro si sono voluti analizzare e descrivere i vari aspetti dell’arte militare degli antichi Egiziani, toccando anche il modo di pensare dei sovrani e dei soldati nei riguardi delle azioni guerresche e strategiche, a parte la connessione tra economia e guerra. Ci si troverà di fronte a degli usi che, se da un lato ci possono lasciare inquieti,
dall’altro sono manifestazioni dei modi di combattere di quei tempi.

A quell’epoca il coraggio del combattente era dimostrato nello scontro ravvicinato in cui entravano in ballo la determinazione e armi micidiali che in genere producevano ferite e morti atroci. La morte a distanza era poi inviata con armi da lancio, come frecce, lance, giavellotti e fionde, mentre la morte per calpestamento era provocata
dall’impatto tremendo con i carri da guerra trainati dalle pariglie di cavalli lanciati al galoppo sfrenato.

La guerra fu, è e sarà sempre un’azione tragica che spezza generazioni e getta nel disordine e nell’indigenza le nazioni: la Storia ha il compito di insegnare … ma l’uomo è un allievo dalla memoria labile!

Pietro Testa

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2000 a.C: Distruzione Atomica

Quaranta anni fa un saggio eccezionale fece la sua comparsa nelle librerie. 2000 A.C.: DISTRUZIONE ATOMICA (Ed. SugarCo, Milano) dell’anglo-indiano William David Davenport e dell’italiano Ettore Vincenti presentava infatti uno sconvolgente scenario inedito per l’Italia parlando delle ancestrali tradizioni letterarie e storiche indo-ariane sui mitici “Vimana”, i “carri celesti“ dei “divini” Deva, già timidamente divulgate prima da Peter Kolosimo e poi da Roberto Pinotti. L’India antica sarebbe stata al centro di scontri fra mezzi spaziali di origine extraterrestre, e la città di Mohenjo Daro nella valle dell’Indo sarebbe stata bombardata da ordigni termici distruttivi di potenza e caratteristiche analoghe – seppur diverse – a quella degli ordigni termonucleari.

Ma la immatura scomparsa di entrambi gli Autori impedì che la loro indagine venisse approfondita come avrebbe meritato. Antesignano del tema e creatore del termine “paleoastronautica” nell’ambito della “teoria degli Antichi Astronauti”, lo ha fatto nel 1988 Roberto Pinotti, che da ricercatore aerospaziale ha ufficialmente presentato al congresso della Federazione Astronautica Internazionale riunito in India a Bangalore la prima memoria accademica sul tema, recandosi altresì in Pakistan a Mohenjo Daro per verificare in loco l’indagine di Davenport e Vincenti.

Questa riedizione del loro libro del 1979 mira a valorizzare il lavoro originale di entrambi, che autori impreparati hanno indirettamente cercato di fare proprio tentando di appropriarsi di parte del loro materiale, lasciato da Davenport a Pinotti perché lo valorizzasse. Cosa che quest’ultimo – anche mediante il suo recente best seller VIMANA, GLI UFO DELL’ANTICHITA’ con la bella prefazione di Robert Bauval (UNO Editori, Torino) – ha continuato a fare confermandone ulteriormente oggi la validità con questa nuova edizione commentata realizzata dalla Harmakis Edizioni del saggio originale dei due ricercatori, arricchita di doverosi aggiornamenti e approfondimenti che ne onorano la memoria e l’eccezionale apporto pionieristico, lungi dal sensazionalismo e dagli impropri interventi di commentatori improvvisati solo interessati a sfruttarne la memoria.

Roberto Pinotti                  

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I Custodi del Graal

In seguito alla presa di Gerusalemme nel 1099, vi fu un gran discutere su come la Città Santa dovesse essere amministrata. Dopo molte riflessioni, si decise di offrire la corona al duca della Bassa Lorena, Goffredo, il quale possedeva sia le necessarie credenziali aristocratiche che la volontà di rimanere in Terra Santa sebbene la maggior parte degli altri nobili fosse ritornata in Europa. Pur accettando l’incarico, Goffredo rifiutò la consacrazione come sovrano, preferendo assumere solo il titolo di Advocatus Sancti Sepulchri, “Difensore del Santo Sepolcro”: considerata l’opposizione della Chiesa agli incarichi secolari che fossero superiori a quelli ecclesiastici, questa era sicuramente una mossa avveduta. Tuttavia il suo regno, che fu caratterizzato da una certa debolezza sia nei confronti
della Chiesa che di potenti vassalli come Tancredi, non durò a lungo. Il 18 luglio 1100, a quasi un anno esatto dalla presa di Gerusalemme, Goffredo morì, probabilmente di febbre tifoidea.

Ancora una volta il trono rimase vacante e presto fu chiaro che vi era un solo uomo in grado di occuparlo: Baldovino, fratello di Goffredo. Questi, diversamente dal fratello, non si dimostrò restio ad accettare la sacra corona, che
molti ritenevano spettasse solo a Cristo, e l’11 novembre fu consacrato re di Gerusalemme, mentre la sua contea di Edessa passava al cugino Baldovino di Le Bourg. Probabilmente il nuovo re fu sorpreso quanto chiunque altro del destino che gli veniva riservato, sebbene non fosse del tutto immeritato.

Baldovino cercò subito di rafforzare alla base quel regno che soffriva – e in un certo senso ne avrebbe sofferto per tutta la sua esistenza – della scarsità di forze militari. I crociati erano pronti a recarsi in Oriente e anche a morire nel nome di Cristo, se fosse stato necessario, ma solo pochi erano disposti a rimanervi per tutta la vita. Era necessario trovare il modo di ovviare a questo inconveniente e la soluzione sembrò l’istituzione del primo ordine militare di cavalieri: i Templari. Baldovino morì il 2 aprile 1118 e gli succedette il cugino Baldovino il, che al pari di lui aveva svolto una sorta di apprendistato come conte di Edessa.

Un certo Hugues de Payen, un nobile della Champagne, si presentò a Baldovino il subito dopo la sua incoronazione e discusse con lui dell’istituzione dell’Ordine, inizialmente chiamato dei “Poveri Cavalieri di Cristo”. Sebbene l’Ordine fosse destinato a espandersi con il tempo e a diventare il più grande e il più ricco d’Europa, inizialmente era composto da nove cavalieri soltanto, che tali rimasero per nove anni. Baldovino consentì loro l’uso della moschea di Al Aqsa sul monte del tempio a Gerusalemme come quartier generale, un privilegio mai accordato a nessuno. La loro stretta relazione con il monte del tempio è indicata dal fatto che le chiese che costruirono in Europa furono quasi sempre a pianta circolare, su modello della Cupola della Roccia.

Sotto il regno di Baldovino II i Templari prosperarono. Il loro ordine, così come quello dei loro rivali, i Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni, veniva considerato indispensabile per la sicurezza del regno, ma i suoi appartenenti
non avevano alcun obbligo diretto verso il re, poiché i loro Gran Maestri avevano la completa autorità e il comando assoluto riguardo a tutte le questioni operative. In Europa la situazione era identica. Grazie alle donazioni, l’Ordine si arricchì enormemente e divenne un’istituzione internazionale, con interessi nel campo bancario, commerciale, del
turismo, della difesa e in molte altre attività correlate.

Non essendo soggetti alla giurisdizione dei sovrani nazionali, ovviamente suscitarono invidie, soprattutto da parte di Filippo il Bello, re di Francia. Nel 1307, Filippo diede ordine che tutti i Templari del suo regno fossero arrestati
e che le loro terre venissero confiscate a beneficio della corona. Su incitamento di Filippo, il papa diede ordini analoghi alle teste coronate di tutta Europa affinché si comportassero allo stesso modo. Al più debole sospetto,
i Templari venivano immediatamente condannati come eretici e blasfemi. In molti riuscirono a sopravvivere alle torture e alle estorsioni di confessioni a cui furono sottoposti, ma il Gran Maestro Jacques de Molay e il Maestro di Normandia, Geoffrey de Charnay, vennero arsi pubblicamente sul rogo.

Una delle accuse principali che venivano mosse agli appartenenti all’Ordine era che venerassero una strana testa. Nel suo affascinante studio sulla Sindone, Ian Wilson ipotizzò che questa “testa” potesse essere la stessa Sindone, piegata in modo da lasciare visibile solo il volto di Cristo. Sfortunatamente la sua teoria, per certi versi convincente, ha perduto qualsiasi credibilità da quando la Sindone è stata sottoposta al sistema di datazione con la tecnica del carbonio e si è rivelata un falso di epoca medievale. La relazione che Wilson suggerisce tra il Mandilion e i Templari, però, probabilmente non è lontana dal vero. Se uno dei re Baldovino avesse avuto un ritratto di Gesù (un Mandilion) che riteneva autentico, si sarebbe sicuramente preoccupato della sua sicurezza, quindi la creazione di un Ordine di eletti, per molti versi strutturato sul modello dei leggendari Cavalieri del Graal della Tavola Rotonda di re Artù, che svolgessero il compito di custodi di questo tesoro, sarebbe stata decisamente opportuna.

Riflettendo su questa ipotesi, pensai che i Templari, anche se non erano in possesso della Sindone come riteneva
Wilson, dovessero comunque avere una sorta di “Graal” sotto forma del Mandilion. Incominciavo a capire che il vero arcano che circondava la leggenda del Graal, per lo meno nella forma conosciuta nella Francia e nella Germania del Medioevo, aveva poco a che fare con il britannico re Artù, ma derivava dalle tradizioni gnostiche cristiane, ancora vive nel Vicino Oriente ai tempi della prima crociata. E possibile, dunque, che qualcuno dei crociati fosse venuto a contatto con esse nel corso di quell’impresa. La storia della ricerca dei cavalieri, come quella dei Magi, divenne quindi un pretesto per il passaggio di dottrine mistiche e segrete da Oriente a Occidente. Antiochia, dove la Lancia di Longino fu ritrovata da Pietro Bartolomeo, era una delle località nelle quali queste idee avevano avuto origine, ma verso la fine dell’XI secolo era la Mesopotamia settentrionale il luogo in cui erano ancora particolarmente vive. Anche quando le terre d’Oriente passarono sotto autorità politiche e religiose diverse, certi elementi del cristianesimo gnostico sopravvissero.

Nei monasteri vetusti, nelle grotte e nelle valli abbandonate, alcuni uomini continuavano a compiere atti di devozione secondo le usanze dei tempi andati e a mantenere qualche contatto con la gnosi. Pare che fu proprio con un gruppo di queste persone, discendenti di un antico ordine chiamato confraternita dei sarmung, che Gurdjieff venne a contatto nella regione di Nusaybin (Nisibis) tra il 1880 e il 1900. Possedevo
ormai le prove che certi misteri potevano essere stati tramandati all’Occidente, quando mi furono mostrate alcune monete di Edessa risalenti ai tempi dei romani. Come scoprii in seguito, quelle monete indicavano che qualcuno era ancora a conoscenza delle religioni astrali della zona molto tempo dopo l’avvento del cristianesimo. Forse ero
sulle tracce della dimenticata “scuola dei persiani”.

 

Adrian Gilbert

 

Tratto da: I Magi di Adrian Gilbert – Harmakis Edizioni

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Morto o non Morto: Il Destino di Dio

Nel diciannovesimo secolo, quando  descrisse “Dio è morto”, esprimeva la sua opposizione a diverse visioni del mondo in competizione; il secolarismo liberale del suo tempo, Immanuel Kant e l’idealismo tedesco post kantiano, e all’ideologia cristiana. È a quest’ultimo gruppo che la famosa frase riecheggia più profondamente e la cui risonanza è più ampia. Nella sua risposta all’ideologia cristiana, Nietzsche denuncia il concetto letteralmente letterale e dualistico di Dio come agente al di fuori del mondo che distribuisce ricompense e punizioni del paradiso e dell’inferno in termini semplicistici e non allegorici. Mentre il pensiero tedesco cercava di decifrare un Dio più sofisticato e minuzioso, Nietzsche allertò i suoi contemporanei con il grido di “Dio è morto” per dire che non possiamo più tornare al concetto semplicistico di un Dio dualista visto come separato dal mondo.

Più di centocinquanta anni dopo sembra che ci sia una nuova svolta in questa vecchia frase. Prominentemente esposti sui cartelloni degli autobus di Londra ci sono le parole del biologo evoluzionista Richard Dawkins che afferma: “Probabilmente Dio non esiste, quindi rilassati e goditi la vita”. Questa versione moderna della frase ha una sfumatura che suggerisce l’edonismo. Questo, tuttavia, non è un vero grido per l’ateismo. Il messaggio di Dawkins è più morbido di, ad esempio, Jacques Monod, il celebre biologo che sostiene l’ateismo come la risposta adeguata all’inutilità dell’esistenza; che siamo semplici incidenti chimici. Ciò a cui Dawkins sta rispondendo è la versione fondamentalista di Dio, che Nietzsche ha già eliminato. Dawkins non sta attaccando le nozioni intuitive e mistiche di Dio, ma piuttosto la vecchia moda “Dio nel cielo” del fondamentalismo.

Per affrontare le carenze della visione del mondo fondamentalista, Dawkins avrebbe dovuto piuttosto dire: “Non venire a Dio per paura” e questo, insieme alla domanda “Dio è buono?” La domanda sulla bontà di Dio ha profonde radici filosofiche, e ciò conduce a un percorso bello e curioso che suggerisce Dio come qualcosa di più meraviglioso della sua riduzione ad un agente dualistico.

Ma dicendo rilassati e goditi la vita, Dawkins alimenta una delle ardenti motivazioni per il fondamentalismo; la paura dell’edonismo. La paura dell’edonismo nel suo aspetto peggiore; la ricerca del piacere si scatena, la sazietà senza ritegno e ovunque il caos. Non solo questa paura dell’edonismo alimenta il fondamentalismo, che è la risposta teologica, ma alimenta il terrorismo fondamentalista, una reazione politica alla stessa paura.

C’è un altro modo di vedere Dio che sta guadagnando consenso in Occidente. Una visione che eleva Dio dalla banalità della visione del mondo fondamentalista e dalla beffa di Dawkins. Una visione che mette in prospettiva un Dio più sofisticato, più accurato e più mistico che si levava dalle ceneri della pira funebre che Nietzsche aveva preparato. Questa visione trova la sua articolazione nella Fisica Quantistica. Basandosi su concetti portati alla luce da Einstein e avanzati da una schiera di pensatori e scienziati tra cui Rupert Sheldrake, Roger Penrose, Feynman, David Bohme, C. Blood e altri, sono diventato una delle voci principali di questo nuovo paradigma nella scienza. Nel mio libro God Is Not Dead e nel film The Quantum Activist, in cui espongo il mio caso in modo piuttosto succinto, c’è una nuova mescolanza di filosofia con la religione, della scienza con l’intuizione. Dio come coscienza.

Il Dio suggerito dalla Fisica Quantistica non è il Dio letterale delle Scritture, ma il Dio sofisticato e luminoso che è descritto nelle Scritture; descritto attraverso allegoria e simboli, oltre che aneddoticamente.

C’è una lunga tradizione in Occidente di un Dio della Coscienza che resiste a descrizioni letterali che risalgono a Platone. Origene, uno dei primi padri della chiesa, insieme a Agostino si appropriò dell’Idealismo di Platone per la dottrina della Chiesa. Più tardi arrivarono Erigena e San Gregorio di Nissa che integrarono il pensiero neoplatonico con il dogma della Chiesa. E Tommaso d’Aquino che portò i concetti aristotelici all’interno del cannone della Chiesa, sostenendo che la Ragione era capace di operare all’interno della fede. Anche il giudaismo e l’islam hanno sempre apprezzato il rigoroso dibattito talmudico e coranico sulle interpretazioni del significato all’interno delle scritture.

Quindi, vediamo che la teologia occidentale ha una lunga storia di ricerca del sofisticato Dio del significato e dell’intuizione per sostenere, per così dire, il Dio più letterale della devozione. In altre parole, un percorso di saggezza. Ma in Occidente questa tradizione è stata emarginata. Non è mai stato preso dal mainstream. Non è mai penetrato nella coscienza dell’umanità, ma piuttosto è rimasto un dibattito o una discussione tra teologi, filosofi e uno scienziato illuminato. Infatti, fin dalla codificazione della dottrina della Chiesa nel Medioevo, la filosofia e la religione sono state in gran parte separate. Per la mente tradizionale, la religione è diventata quasi completamente devozionale, mentre la filosofia, appena esistente nel mainstream, ha tentato di riprendere il gioco nel suo rapporto con Ragione e significato.

Colmando questo divario tra filosofia e religione e parlando di Dio e della natura della realtà in termini di coscienza, e sostenendo se stesso con la matematica fino al punto in cui l’equazione di Schròdinger in un certo senso prova l’esistenza di Dio, la fisica quantistica introduce un nuovo paradigma , un nuovo dialogo, un nuovo modo di vedere un vecchio concetto. Nella fisica quantistica, Dio è trascendente, è di tutto, non è locale. Dio è un agente di causalità che agisce al di fuori dell’universo materiale ma effettua le cose all’interno del mondo materiale. Dio è coscienza come non-locale, e siamo in risonanza con Dio quando non siamo nella nostra coscienza egoica, ma in uno stato non-locale. È ciò che i mistici chiamano la Coscienza di Dio o il sentimento oceanico.

La fisica quantistica offre un modello filosofico rigoroso basato sul fatto che la coscienza è primaria a tutto. Le cose, i pensieri, i sentimenti, le emozioni sono tutte ondate di possibilità; onde che sono collassate nella realtà dalla coscienza. Quindi la coscienza, non importa, è il fondamento di tutto l’essere. (Questa è un’idea non rara nei circoli religiosi e filosofici, ma che è rivoluzionaria nella scienza.) Il nuovo paradigma della Fisica Quantistica parla in un linguaggio che è scientifico, chiaro e oggettivo.

Tuttavia, a differenza della scienza e della maggior parte delle filosofie, la fisica quantistica sposa l’ortoprassi e l’ortodossia. Cioè, pratica giusta e giusta dottrina. Ci offre il concetto di attivismo quantistico. L’obiettivo di questo attivismo è esplorare le possibilità quantiche, moltiplicare le scelte quantistiche, sperimentare improvvisi balzi discontinui di creatività, elaborare il significato e rendere i frutti di questi sforzi tangibili e trasformativi nella società più o meno nello stesso modo in cui le religioni predicarebbero pratica delle virtù.

In Oriente, le tradizioni non hanno diviso la filosofia dalla religione come l’Occidente. L’intuizione è sempre stata al centro delle tradizioni orientali. Abbracciando le tendenze filosofiche e mistiche nei loro testi, storie e dottrine, le religioni tradizionali orientali sono più a loro agio nel muoversi tra intuizione, ragione e fede. La fisica quantistica presenta questa dinamica integrata alla mente occidentale. La ragione è possibile nell’intuizione. È un percorso di saggezza per gli occidentali con dati sperimentali per stimolare, soddisfare e correlare la mente della ragione con l’intuizione. La fisica quantistica riporta Dio nella filosofia e nella ragione. E quello che è forse il più rivoluzionario è che la fisica quantistica si rivolge a un vasto pubblico: al laico colto, al ricercatore spirituale e allo stesso filosoficamente inquisitore. Non ha ancora conquistato il mondo scientifico, ma sta arrivando. Questo nuovo paradigma non è solo per le curiosità d’élite di teologi o filosofi selezionati, è un messaggio per il mainstream.

Dalla rivoluzione francese a John F. Kennedy a Barak Obama ci fu un tentativo travagliato ma costante di alzare lo standard di vita per le masse, di salvare la classe media, di sollevarle, per così dire, da una schiavitù travolgente e dare loro tempo per elaborare il significato. Questo non è altro che preparare il terreno affinché un grande gruppo di persone si interessi ai valori e ai significati. Questo evento stimolerà l’evoluzione del pensiero occidentale. Il tempo sembra appropriato per abbracciare l’intuizione e la ragione in congiunzione con la fede e la devozione; coniugare scienza e religione, entrambe ardenti di filosofia. Ridefinendo il Dio popolare in termini di coscienza, la fisica quantistica ha respirato la vita nella divinità morta di Nietzsche completando la traiettoria da “Dio è morto” a “Dio non è morto”.

di Amit Goswami, PhD

http://www.amitgoswami.org