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Il Vangelo di Giuda

 

Il Vangelo di Giuda fa parte dei testi ritrovati nel 1945 a Nag Hammadi, nell’Alto Egitto, contenenti i cosiddetti ‘Vangeli Apocrifi‘, quei Testi che la Chiesa delle origini aveva escluso dal ‘corpus’ di quelli Canonici. Documenti che si credevano perduti per sempre e di cui si aveva conoscenza tramite, soprattutto, gli scritti ufficiali che contro di essi si scagliavano (come la Confutazione di tutte le eresie di Ireno, vescovo di Lione, risalente al 180 d.C.). Anche di un Vangelo di Giuda si aveva sentore, perchè appunto Ireneo lo menzionava come testo ‘eretico’ nel suo lavoro, atto a screditare e mettere al bando qualsiasi libro ritenuto ‘fuorviante’ per la neoformata Chiesa cattolica. Ma del documento si erano perse le tracce, nessuno lo aveva mai visto nè letto, e non si sapeva che-da qualche parte-potesse esisterne ancora la memoria. Nel II secolo dopo Cristo  numerose erano le sette che dipartivano dal ceppo originario, quello del Giudaismo, segnale che diverse erano le ideologie in fatto di fede religiosa, e diversa la visione del mondo, di Dio, di Gesù e del suo messaggio. I testi di Nag Hammadi sono ritenuti scritti ‘gnostici‘ (gnosis=conoscenza) e presentano una versione degli episodi della vita terrena di Cristo in una forma più complessa rispetto ai ‘canonici’, da interpretarsi non letteralmente ma attraverso una riflessione più coerente e approfondita delle questioni affrontate. Sono testi ‘esoterici’, nel senso che il loro messaggio è celato spesso dalle metafore, e non è accessibile a chiunque. Gli studiosi che hanno potuto esaminare e tradurre il testo che va sotto il nome di Vangelo di Giuda, si dichiarano concordi ad attribuirlo alla medesima ‘area gnostica’ della Biblioteca di Nag Hammadi, trascritto in una forma piuttosto simile, non su rotolo ma su fogli di papiro rilegati con una copertina in pelle, che è tra l’altro un’usanza assai insolita per l’epoca e per il contesto (nell’area Ebraica si usava e si usa tutt’oggi il Rotolo per il Testo Sacro, la Torah).

Il Vangelo di Giuda, al momento del ritrovamento, si trovava annesso ad un Codice, cioè un insieme di testi, tutti di matrice gnostica, così composto e distinto in quattro ‘parti’:

1) Lettera di Pietro a Filippo, di cui ne era stata trovata una differente versione nel 1945 a Nag Hammadi;

2) L’Apocalisse di Giacomo, di cui era stata pure ritrovata una copia a Nag Hammadi

3) il Vangelo di Giuda, unico esemplare fino ad oggi ritrovato

4) una sezione detta ‘di  Allogene’, di cui si ignora il titolo originale e molto frammentaria. Allogene significa “straniero” (di diversa ‘razza’) e il termine fu creato dagli Autori della Bibbia dei Settanta. Allogene era una personalità copta che aveva vinto l’ignoranza e il timore, meritando di accedere al variegato paradiso degli gnostici.

Nel deserto Egiziano sono incalcolabili le caverne che si trovano disseminate tra gli anfratti rocciosi, talmente nascoste che spesso sfuggono per millenni all’attenzione di chiunque. In una di esse, a 120 miglia a sud del Cairo, tra i desolati dirupi del Jebel Marara, situato nella provincia di Al Minya, questo Codice è rimasto occultato per quasi due millenni. Solo il ‘fiuto’ dei fellahin, che abitano nei dintorni, sempre alla ricerca di nuovi ‘reperti’ che sanno potrebbero fruttare un po’ di denaro per sfamare la famiglia, ha permesso che il Codice fosse rinvenuto. Questo avvenne nel 1970, in quella regione del Medio Egitto in cui il 15 % della popolazione è cristiana copta. La caverna si dimostrò essere un’antica sepoltura, al cui ingresso stavano due cassette di pietra. Vi si trovava uno scheletro (o più d’uno, facendo ipotizzare potesse trattarsi di una tomba ‘di famiglia’) avvolto in un sudario, probabilmente un personaggio facoltoso, che aveva accanto a sè una cassetta, al cui interno si trovavano dei papiri, tra cui il Codice che ci interessa, con la sua rilegatura in pelle, ancora in buono stato di conservazione nonostante i secoli trascorsi da quella inumazione. Se il deserto con il suo clima secco aveva svolto questa naturale opera di tramandazione, non fu certo così dopo che il Codice fu portato via, come vedremo. I fellahin, intanto, non potendo sapere cosa vi fosse scritto (perchè analfabeti) si preoccuparono di acquisirlo e farlo proprio, sperando di poterlo vendere a qualche mercante che, si diceva, era sempre disposto a comprare antichi manoscritti. Bisognava solo agganciare le persone ‘giuste’ e non far trapelare nulla della scoperta, perchè anche in Egitto le leggi stavano mutando, nel senso di una maggiore tutela per le antichità ritrovate sul suo suolo.

Un mistero è rappresentato dal fatto che si ignora chi sia l’Autore di questa copia del  Vangelo gnostico di Giuda e quando esattamente venne scritto l’originale in greco. Perchè gli studiosi ne sono certissimi: l’originale era in greco. Questo lo si è appurato poichè il redattore successivo, che lo trascrisse in sahitico, cioè una variante dialettale della lingua copta, quando non è riuscito a tradurre qualche parola o quando non ne ha trovata la corrispettiva, l’ha lasciata come la trovò, ossia in greco. Non esiste il modo di risalire a chi possa aver ricopiato il Codice, ma certamente era uno scriba competente, che lo tradusse dal greco e che doveva avere un’alta esperienza nel copiare manoscritti letterari: si ipotizza opera di uno ‘scriptorium professionale‘, magari situato all’interno di qualche monastero, da sempre fucina di grande cultura. Nell’area del ritrovamento del Codice, però, non sorgono edifici monastici a breve distanza. Possiamo solo favoleggiare sul percorso che può aver compiuto già nell’antichità, dallo scriba al suo proprietario. Ignoriamo tutto, di entrambi e delle vicissitudini antiche del manoscritto che li ha legati.

Si ritiene che l’originale del Vangelo di Giuda sia stato composto dopo il Vangelo di Giovanni, il più tardo dei Vangeli canonici, dunque attorno al II secolo d.C., ma è probabile che abbia cominciato a circolare prima che fossero stabiliti gli stessi vangeli canonici come facenti parte del ‘corpus’ dei testi sacri della dottrina cattolica. Abbiamo già ribadito come il Cristianesimo delle origini fosse costellato di innumerevoli sette di opposizione a quella che poi avrebbe dominato sulle altre (il cattolicesimo).Il Vangelo di Giuda è uno dei testi che dovevano comporre il Nuovo Testamento della corrente dei cristiano-gnostici,forse della corrente dei cainiti.

Quando vi fu la ‘cernita’ da parte dei primi Padri della Chiesa, gli ‘apocrifi’ vennero messi al bando e proibiti. Si può pensare che molte persone, progressivamente, pur sapendo dell’esistenza di oltre trenta vangeli, abbiano finito per adeguarsi a quelli ‘ufficiali’ anche perchè la loro lettura e comprensione, sotto forma di ‘parabole’, poteva apparire più facile, sicuramente più accessibile che non l’elitario linguaggio usato negli altri vangeli gnostici. Forse distrutto, messo al rogo o al bando, il Vangelo di Giuda finì con l’essere dimenticato da tutti e la figura dell’Iscariota, tramandata dai quattro vangeli riconosciuti (di Marco, Matteo, Luca e Giovanni), divenne il simbolo del più bieco comportamento umano: il tradimento.

La premessa per comprendere -anche in maniera facile, dopotutto- questo Testo, è capire come gli gnostici consideravano(e considerano) il mondo in cui viviamo: non emanazione del Creatore, ma una creazione del Dio del Vecchio Testamento, che in qualità di ‘demiurgo cattivo’ lo avrebbe voluto di simil fatta (corrotto, maligno, pieno di dolore e sofferenza, e altre ‘amenità’). Un mondo intrappolato nella materia, e così alla stessa stregua l’uomo che vi dimora temporaneamente è intrappolato nella materia corrotta e corruttibile, vile e immonda,da cui l’unico mezzo per uscirne è la morte.In tal modo lo Spirito, immortale, può tornare al Padre Celeste, che è al di sopra di ogni cosa, e liberarsi dalla schiavitù materiale,poichè ogni essere umano è costituito di quella stessa particella divina emanata dal Creatore, ed è nella sua natura tornare ‘a casa’, ricongiungersi con la sua stessa Sostanza.In realtà, il discorso si farebbe un po’ più complesso, in quanto alcuni passi del Vangelo di Giuda fanno capire che non tutti gli uomini della terra hanno le stesse ‘prerogative’, considerandosi-gli gnostici o pneumatici- emanazione diretta e privilegiata di quel Dio Creatore, a cui agognano ritornare.La questione riconduce a scritti denominati ‘sethiani’ in cui si fa una distinzione tra generazioni umane e la grande generazione di Seth (un figlio di Adamo), che sono gli gnostici. Solo coloro che discendono da Seth  appartengono ad una stirpe immortale e hanno un rapporto esclusivo con Dio; solo i discendenti di quella generazione possono conoscere, secondo la loro visione, la vera natura di Gesù. Per gli gnostici, l’incontro con Dio Creatore non ha bisogno di intermediari e pertanto non riconoscono alcuna autorità religiosa nè gerarchia ecclesiastica. Consideravano falsa la dottrina cristologica così come la stava diffondendo la nascente Chiesa ortodossa.

Questa vita terrena per loro è un esilio doloroso, e ora possiamo iniziare a comprendere come Testi di questo tipo, dessero un certo ‘fastidio’ ai Padri della Chiesa, che tentavano di fondare una nuova religione ‘cattolica’(Universale) alla portata di tutti (ma fortemente gerarchizzata),  in cui il Dio dell’Antico Testamento era considerato l’unico vero Dio da adorare, che aveva mandato il suo unico Figlio, Gesù, a immolarsi per l’umanità e redimerla.Grazie al suo sacrificio della morte in croce, l’aveva riscattata dal suo peccato originale e, risorgendo dopo tre giorni dalla morte, aveva dato la certezza che tutti gli uomini sarebbero risorti come Lui nel giorno del Giudizio, secondo i meriti.In questa vicenda, che ci viene insegnata fin dalla più tenera età, la figura di Giuda Iscariota è la più infima, meschina, torva, detestabile, perchè per trenta denari avrebbe venduto la pelle del suo Maestro e amico Gesù, per poi pentirsi amaramente tanto da suicidarsi in preda al rimorso.

Nel Vangelo di Giuda riemerso dalla sabbie del deserto egiziano nel 1970, Giuda è descritto come il più intimo amico di Gesù, l’unico in grado di capire il suo messaggio terreno, ispirato da Dio Padre, il Creatore. Gesù è gnostico e come tale aborrisce la materia, e chiede al fraterno discepolo e amico Giuda di compiere un atto che porrà fine, con il sacrificio personale, alla sua vita. Dovrà consegnarlo alle guardie per adempiere a quanto è nella volontà di Gesù stesso.Quindi un enorme stravolgimento stiamo vedendo in questo Testo: la figura di Giuda Iscariota è ribaltata completamente, da traditore a colui che adempie ad una richiesta ben precisa dell’amico e rabbi Gesù. Solo così, Costui potrà liberarsi dal corpo fisico che lo imprigiona nella materia e liberare la luce spirituale che è dentro di Lui, affinchè possa ricongiungersi al Padre suo celeste. La ‘logica’ gnostica appare chiara, in questa chiave, ci pare. Inoltre, nel Testo, Gesù non muore nè risorge:il vangelo di Giuda termina con la cattura di Gesù e si chiude così.Non esiste nemmeno un riferimento al possibile suicidio di Giuda Iscariota.

Ora, che Giuda avesse scritto un Vangelo e che questo saltasse fuori, è un fatto strabiliante: anzitutto come mai un ‘traditore’ dovrebbe scrivere una propria versione dei fatti e perchè?  E come mai gli altri quattro evangelisti ‘canonicamente’accettati lo calunniano, se non tradì affatto il loro Maestro? Lo sapevano o non capivano? O il tutto fu manipolato?

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Kabbalah e i Quattro Mondi

Non siamo solo esseri fisici ma esistiamo su molti livelli diversi. Sebbene potremmo non essere consapevoli di questo fatto, quando pensiamo a questo, sappiamo che è vero. Che non siamo solo corpo fisico è qualcosa che può essere facilmente compreso e visto. In tempi di crisi o sotto l’influenza di alcune droghe (sia legali che illegali) potremmo trovarci in uno stato in cui siamo dissociati non solo dal nostro corpo ma anche dalle nostre menti. In questo stato, simile per certi aspetti a quello che si può ottenere attraverso la pratica dello yoga, ci troviamo a “guardare” ciò che sta accadendo al nostro corpo e alla nostra mente dalla prospettiva di uno spettatore.

A condizione che non sia troppo sfruttato, l’intossicazione da alcol può avere l’effetto di produrre un tale distacco. In effetti, mi sembra probabile che nella chiesa primitiva, la scuola esoterica originariamente fondata da Gesù, il vino fosse usato per produrre proprio questo stato di autoosservazione.

Ci sono quattro mondi che si compenetrano l’un l’altro. Questi possono essere illustrati dal seguente diagramma:

Da tempo immemorabile è stato compreso che l’uomo è un essere che ha il potenziale per esistere all’interno di molteplici “mondi”. Non è tanto il fatto che dopo la morte andiamo in qualche altro mondo o luogo, sia esso il paradiso o l’inferno, ma che smettiamo di essere ancorati nel fisico. Essere presenti nel fisico richiede che noi possediamo un corpo fisico e quando questo muore ci separiamo da esso, come se fossimo in un sogno.

Il secondo mondo viene solitamente chiamato piano astrale o astrale. Se pensiamo a tutto ciò, è come un regno di fantasmi o di entità elementari che possiamo contattare tramite medium o canalizzazione. Questa, tuttavia, è una distorsione. In realtà siamo sempre in contatto con questo “mondo”. Esistiamo al suo interno così come facciamo nel mondo materiale, ma per lo più non ne siamo consapevoli. Questo è il mondo della nostra psiche e le sue caratteristiche principali sono il desiderio. È perché abbiamo una psiche che siamo attratti da certe cose e respinti da altre. I nostri desideri sono che che alimenta le nostre ambizioni. È chiamato il mondo “astrale” perché la natura dei desideri che sentiamo è governata dai pianeti, in particolare da quelli che stavano sorgendo o culminando al momento della nostra nascita. I pianeti ci danno il nostro carattere, cioè che tipo di persona siamo. I nostri punti di forza (e le relative debolezze) sono determinati dalla nostra natura astrale. Ad esempio quelli con Marte prominenti alla nascita avranno una propensione alla rabbia e resistenza. I venusiani possono essere gentili, ma sono anche inclini alla pigrizia. I solariani possono essere leader naturali ma possono anche essere arroganti ed egoisti … e così via.

Gran parte del nostro lavoro in termini di autosviluppo consiste nel venire a patti con la nostra natura astrale. Per conoscerti devi conoscere sia i tuoi punti di forza che i tuoi punti deboli. I due sono quasi sempre lati opposti della stessa moneta.

Al di là del regno del mondo astrale si trova quello che viene solitamente definito il Mondo Mentale. Questo è il mondo delle idee o delle astrazioni e lo abitiamo anche noi. Abbiamo accesso a questo mondo attraverso le nostre menti anche se le nostre percezioni di questo sono in generale un debole riflesso della sua vera natura. La vera caratteristica di questo mondo è la coscienza in contrasto con lo stato di sogno in cui ci troviamo normalmente. Questo è qualcosa che per noi è molto difficile da comprendere se non per analogia. La nostra vita ordinaria è come un videogioco in cui viviamo. Ci identifichiamo con i personaggi (ce ne sono sempre più di uno) che giochiamo in questo gioco: manager, padre, amante, politico o altro. Interagiamo l’uno con l’altro all’interno dei mondi “matrice” dell’astrale e del fisico, convinti che questa sia la realtà. Effettivamente questa vita (e anche la vita dopo l’astrale) è solo un gioco un’ombra.

Attraverso le nostre menti possiamo scoprirlo ma non è qualcosa che possiamo controllare dai piani astrale o fisico. Le nostre menti, tuttavia, cercano sempre di influenzarci per soddisfare ciò che generalmente viene definito come il nostro destino personale. Questo, tuttavia, è un argomento importante che va ben oltre questa breve introduzione.

Il più alto dei quattro mondi è ancora più difficile da comprendere per noi, poiché trascende persino la nostra coscienza risvegliata. Tutto ciò che possiamo veramente dire è che è la fonte del vero amore, che non è affatto la stessa cosa del desiderio del sesso, che proviene dal livello astrale del nostro essere. Il livello più alto del nostro essere appartiene a questo mondo e ci dà il nostro desiderio di tornare lì, tuttavia per farlo dobbiamo sacrificare tutto ciò che pensiamo di essere. Questo è estremamente difficile da fare. Tuttavia a volte capita di intravedere questo mondo sotto forma di esperienze trascendenti. In questi momenti sappiamo che la nostra vera essenza è divina e non il sé condizionato con cui ci identifichiamo normalmente.

La conoscenza dei quattro mondi è la base dell’insegnamento mistico ebraico chiamato Kabbalah. La prima esposizione di questo sistema di idee (II o III secolo d.C.) si trova in un libro chiamato Sepher Yetzirah. Contiene le seguenti parole:

“Yah, il Signore degli eserciti, il Dio vivente, il Re dell’Universo, Onnipotente, Tutto-Gentile e Misericordioso, Supremo ed Esaltato, che è Sublime e Santissimo, ordinato e creato l’Universo in trentadue misteriosi sentieri di saggezza da tre Sepharim, vale a dire: 1) S’for; 2) Sippur; 3) Sapher che sono in Lui uno e lo stesso. Consistono in un decennio dal nulla e da ventidue lettere fondamentali … L’apparizione delle dieci sfere dal nulla è come un lampo, senza fine, la sua parola è in loro, quando vanno e ritornano; corrono per il Suo ordine come un turbine e si umiliano davanti al suo trono. “

Per comprendere queste affermazioni, i Kabbalisti svilupparono il diagramma dell'”Albero della vita”: una rappresentazione di sfere (sephirot) collegate da percorsi. Il posizionamento delle sfere è determinato dalla geometria sacra, in particolare la sovrapposizione di cerchi disegnati utilizzando un raggio comune. Il Primum mobile è la sfera invisibile, ipotetica oltre quella dello zodiaco. Possiamo pensare ad esso come al livello della via lattea, che si connette allo zodiaco nei punti di incrocio del cielo che chiamiamo le porte stellari. Sotto lo zodiaco o la sfera delle stelle fisse c’è la sfera di Saturno, che per quanto gli antichi sapevano era il pianeta più esterno. Da qui il lampo procede da una sfera all’altra fino a raggiungere la sfera terrena nella parte inferiore del diagramma.

Questo diagramma è adeguato per spiegare la discesa del potere attraverso le sfere discendenti della creazione astrale e ha molto in comune con la teoria delle ottave di Gurdjieff. Tuttavia, per i kabbalisti il ​​diagramma in questa forma semplificata non va abbastanza lontano. Per essere di maggior uso deve essere ulteriormente elaborato con percorsi. Arriviamo quindi allo schema seguente.

Questo diagramma sembra molto strano all’inizio e non terribilmente logico. Tuttavia, diventa molto più chiaro una volta ricordato che è destinato a mostrare la relazione tra mondi diversi. Vediamo quindi che il posizionamento delle sfere o “sephirot” per dare loro il loro nome ebraico, deriva dall’intersezione e dai punti centrali di sfere più grandi che rappresentano il mondo diverso.

Perché abbia successo, il lavoro di autosviluppo deve svolgersi attraverso i mondi. Per questo motivo la facoltà è divisa in quattro parti. Materiale appropriato sarà pubblicato in ciascuna parte con rilevanza per il particolare mondo in questione. Questo inizierà con ciò che ci è più familiare: il mondo materiale. Più saranno scritti sull’albero della vita stesso in altre lezioni sulla facoltà di Ermetismo.

Adrian Gilbert

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La Guerra nell’Antico Egitto

Gli antichi Egiziani, grazie alla posizione geografica della loro terra, non erano un popolo guerriero, come lo furono altri dell’area medio – orientale. Nei primi periodi della loro civiltà ebbero milizie interne con compiti difensivi e offensivi riguardanti piccole rivalità tra distretti del paese: le uniche azioni guerresche erano dirette verso la Libia e la Nubia, principalmente per razziare e deportare schiavi per la mano d’opera.

Fu dopo la cacciata degli Hyksos che l’Egitto compose un nuovo quadro delle forze militari sotto il profilo logistico e di armamenti. L’esperienza della guerra contro il governo asiatico fu la molla che fece scattare l’epopea imperiale ed espansionistica rivolta principalmente verso la zona dell’Asia Minore, giungendo fino all’Eufrate e all’area meridionale dell’attuale Turchia.

In questo libro si sono voluti analizzare e descrivere i vari aspetti dell’arte militare degli antichi Egiziani, toccando anche il modo di pensare dei sovrani e dei soldati nei riguardi delle azioni guerresche e strategiche, a parte la connessione tra economia e guerra. Ci si troverà di fronte a degli usi che, se da un lato ci possono lasciare inquieti,
dall’altro sono manifestazioni dei modi di combattere di quei tempi.

A quell’epoca il coraggio del combattente era dimostrato nello scontro ravvicinato in cui entravano in ballo la determinazione e armi micidiali che in genere producevano ferite e morti atroci. La morte a distanza era poi inviata con armi da lancio, come frecce, lance, giavellotti e fionde, mentre la morte per calpestamento era provocata
dall’impatto tremendo con i carri da guerra trainati dalle pariglie di cavalli lanciati al galoppo sfrenato.

La guerra fu, è e sarà sempre un’azione tragica che spezza generazioni e getta nel disordine e nell’indigenza le nazioni: la Storia ha il compito di insegnare … ma l’uomo è un allievo dalla memoria labile!

Pietro Testa

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2000 a.C: Distruzione Atomica

Quaranta anni fa un saggio eccezionale fece la sua comparsa nelle librerie. 2000 A.C.: DISTRUZIONE ATOMICA (Ed. SugarCo, Milano) dell’anglo-indiano William David Davenport e dell’italiano Ettore Vincenti presentava infatti uno sconvolgente scenario inedito per l’Italia parlando delle ancestrali tradizioni letterarie e storiche indo-ariane sui mitici “Vimana”, i “carri celesti“ dei “divini” Deva, già timidamente divulgate prima da Peter Kolosimo e poi da Roberto Pinotti. L’India antica sarebbe stata al centro di scontri fra mezzi spaziali di origine extraterrestre, e la città di Mohenjo Daro nella valle dell’Indo sarebbe stata bombardata da ordigni termici distruttivi di potenza e caratteristiche analoghe – seppur diverse – a quella degli ordigni termonucleari.

Ma la immatura scomparsa di entrambi gli Autori impedì che la loro indagine venisse approfondita come avrebbe meritato. Antesignano del tema e creatore del termine “paleoastronautica” nell’ambito della “teoria degli Antichi Astronauti”, lo ha fatto nel 1988 Roberto Pinotti, che da ricercatore aerospaziale ha ufficialmente presentato al congresso della Federazione Astronautica Internazionale riunito in India a Bangalore la prima memoria accademica sul tema, recandosi altresì in Pakistan a Mohenjo Daro per verificare in loco l’indagine di Davenport e Vincenti.

Questa riedizione del loro libro del 1979 mira a valorizzare il lavoro originale di entrambi, che autori impreparati hanno indirettamente cercato di fare proprio tentando di appropriarsi di parte del loro materiale, lasciato da Davenport a Pinotti perché lo valorizzasse. Cosa che quest’ultimo – anche mediante il suo recente best seller VIMANA, GLI UFO DELL’ANTICHITA’ con la bella prefazione di Robert Bauval (UNO Editori, Torino) – ha continuato a fare confermandone ulteriormente oggi la validità con questa nuova edizione commentata realizzata dalla Harmakis Edizioni del saggio originale dei due ricercatori, arricchita di doverosi aggiornamenti e approfondimenti che ne onorano la memoria e l’eccezionale apporto pionieristico, lungi dal sensazionalismo e dagli impropri interventi di commentatori improvvisati solo interessati a sfruttarne la memoria.

Roberto Pinotti                  

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I Custodi del Graal

In seguito alla presa di Gerusalemme nel 1099, vi fu un gran discutere su come la Città Santa dovesse essere amministrata. Dopo molte riflessioni, si decise di offrire la corona al duca della Bassa Lorena, Goffredo, il quale possedeva sia le necessarie credenziali aristocratiche che la volontà di rimanere in Terra Santa sebbene la maggior parte degli altri nobili fosse ritornata in Europa. Pur accettando l’incarico, Goffredo rifiutò la consacrazione come sovrano, preferendo assumere solo il titolo di Advocatus Sancti Sepulchri, “Difensore del Santo Sepolcro”: considerata l’opposizione della Chiesa agli incarichi secolari che fossero superiori a quelli ecclesiastici, questa era sicuramente una mossa avveduta. Tuttavia il suo regno, che fu caratterizzato da una certa debolezza sia nei confronti
della Chiesa che di potenti vassalli come Tancredi, non durò a lungo. Il 18 luglio 1100, a quasi un anno esatto dalla presa di Gerusalemme, Goffredo morì, probabilmente di febbre tifoidea.

Ancora una volta il trono rimase vacante e presto fu chiaro che vi era un solo uomo in grado di occuparlo: Baldovino, fratello di Goffredo. Questi, diversamente dal fratello, non si dimostrò restio ad accettare la sacra corona, che
molti ritenevano spettasse solo a Cristo, e l’11 novembre fu consacrato re di Gerusalemme, mentre la sua contea di Edessa passava al cugino Baldovino di Le Bourg. Probabilmente il nuovo re fu sorpreso quanto chiunque altro del destino che gli veniva riservato, sebbene non fosse del tutto immeritato.

Baldovino cercò subito di rafforzare alla base quel regno che soffriva – e in un certo senso ne avrebbe sofferto per tutta la sua esistenza – della scarsità di forze militari. I crociati erano pronti a recarsi in Oriente e anche a morire nel nome di Cristo, se fosse stato necessario, ma solo pochi erano disposti a rimanervi per tutta la vita. Era necessario trovare il modo di ovviare a questo inconveniente e la soluzione sembrò l’istituzione del primo ordine militare di cavalieri: i Templari. Baldovino morì il 2 aprile 1118 e gli succedette il cugino Baldovino il, che al pari di lui aveva svolto una sorta di apprendistato come conte di Edessa.

Un certo Hugues de Payen, un nobile della Champagne, si presentò a Baldovino il subito dopo la sua incoronazione e discusse con lui dell’istituzione dell’Ordine, inizialmente chiamato dei “Poveri Cavalieri di Cristo”. Sebbene l’Ordine fosse destinato a espandersi con il tempo e a diventare il più grande e il più ricco d’Europa, inizialmente era composto da nove cavalieri soltanto, che tali rimasero per nove anni. Baldovino consentì loro l’uso della moschea di Al Aqsa sul monte del tempio a Gerusalemme come quartier generale, un privilegio mai accordato a nessuno. La loro stretta relazione con il monte del tempio è indicata dal fatto che le chiese che costruirono in Europa furono quasi sempre a pianta circolare, su modello della Cupola della Roccia.

Sotto il regno di Baldovino II i Templari prosperarono. Il loro ordine, così come quello dei loro rivali, i Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni, veniva considerato indispensabile per la sicurezza del regno, ma i suoi appartenenti
non avevano alcun obbligo diretto verso il re, poiché i loro Gran Maestri avevano la completa autorità e il comando assoluto riguardo a tutte le questioni operative. In Europa la situazione era identica. Grazie alle donazioni, l’Ordine si arricchì enormemente e divenne un’istituzione internazionale, con interessi nel campo bancario, commerciale, del
turismo, della difesa e in molte altre attività correlate.

Non essendo soggetti alla giurisdizione dei sovrani nazionali, ovviamente suscitarono invidie, soprattutto da parte di Filippo il Bello, re di Francia. Nel 1307, Filippo diede ordine che tutti i Templari del suo regno fossero arrestati
e che le loro terre venissero confiscate a beneficio della corona. Su incitamento di Filippo, il papa diede ordini analoghi alle teste coronate di tutta Europa affinché si comportassero allo stesso modo. Al più debole sospetto,
i Templari venivano immediatamente condannati come eretici e blasfemi. In molti riuscirono a sopravvivere alle torture e alle estorsioni di confessioni a cui furono sottoposti, ma il Gran Maestro Jacques de Molay e il Maestro di Normandia, Geoffrey de Charnay, vennero arsi pubblicamente sul rogo.

Una delle accuse principali che venivano mosse agli appartenenti all’Ordine era che venerassero una strana testa. Nel suo affascinante studio sulla Sindone, Ian Wilson ipotizzò che questa “testa” potesse essere la stessa Sindone, piegata in modo da lasciare visibile solo il volto di Cristo. Sfortunatamente la sua teoria, per certi versi convincente, ha perduto qualsiasi credibilità da quando la Sindone è stata sottoposta al sistema di datazione con la tecnica del carbonio e si è rivelata un falso di epoca medievale. La relazione che Wilson suggerisce tra il Mandilion e i Templari, però, probabilmente non è lontana dal vero. Se uno dei re Baldovino avesse avuto un ritratto di Gesù (un Mandilion) che riteneva autentico, si sarebbe sicuramente preoccupato della sua sicurezza, quindi la creazione di un Ordine di eletti, per molti versi strutturato sul modello dei leggendari Cavalieri del Graal della Tavola Rotonda di re Artù, che svolgessero il compito di custodi di questo tesoro, sarebbe stata decisamente opportuna.

Riflettendo su questa ipotesi, pensai che i Templari, anche se non erano in possesso della Sindone come riteneva
Wilson, dovessero comunque avere una sorta di “Graal” sotto forma del Mandilion. Incominciavo a capire che il vero arcano che circondava la leggenda del Graal, per lo meno nella forma conosciuta nella Francia e nella Germania del Medioevo, aveva poco a che fare con il britannico re Artù, ma derivava dalle tradizioni gnostiche cristiane, ancora vive nel Vicino Oriente ai tempi della prima crociata. E possibile, dunque, che qualcuno dei crociati fosse venuto a contatto con esse nel corso di quell’impresa. La storia della ricerca dei cavalieri, come quella dei Magi, divenne quindi un pretesto per il passaggio di dottrine mistiche e segrete da Oriente a Occidente. Antiochia, dove la Lancia di Longino fu ritrovata da Pietro Bartolomeo, era una delle località nelle quali queste idee avevano avuto origine, ma verso la fine dell’XI secolo era la Mesopotamia settentrionale il luogo in cui erano ancora particolarmente vive. Anche quando le terre d’Oriente passarono sotto autorità politiche e religiose diverse, certi elementi del cristianesimo gnostico sopravvissero.

Nei monasteri vetusti, nelle grotte e nelle valli abbandonate, alcuni uomini continuavano a compiere atti di devozione secondo le usanze dei tempi andati e a mantenere qualche contatto con la gnosi. Pare che fu proprio con un gruppo di queste persone, discendenti di un antico ordine chiamato confraternita dei sarmung, che Gurdjieff venne a contatto nella regione di Nusaybin (Nisibis) tra il 1880 e il 1900. Possedevo
ormai le prove che certi misteri potevano essere stati tramandati all’Occidente, quando mi furono mostrate alcune monete di Edessa risalenti ai tempi dei romani. Come scoprii in seguito, quelle monete indicavano che qualcuno era ancora a conoscenza delle religioni astrali della zona molto tempo dopo l’avvento del cristianesimo. Forse ero
sulle tracce della dimenticata “scuola dei persiani”.

 

Adrian Gilbert

 

Tratto da: I Magi di Adrian Gilbert – Harmakis Edizioni

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Morto o non Morto: Il Destino di Dio

Nel diciannovesimo secolo, quando  descrisse “Dio è morto”, esprimeva la sua opposizione a diverse visioni del mondo in competizione; il secolarismo liberale del suo tempo, Immanuel Kant e l’idealismo tedesco post kantiano, e all’ideologia cristiana. È a quest’ultimo gruppo che la famosa frase riecheggia più profondamente e la cui risonanza è più ampia. Nella sua risposta all’ideologia cristiana, Nietzsche denuncia il concetto letteralmente letterale e dualistico di Dio come agente al di fuori del mondo che distribuisce ricompense e punizioni del paradiso e dell’inferno in termini semplicistici e non allegorici. Mentre il pensiero tedesco cercava di decifrare un Dio più sofisticato e minuzioso, Nietzsche allertò i suoi contemporanei con il grido di “Dio è morto” per dire che non possiamo più tornare al concetto semplicistico di un Dio dualista visto come separato dal mondo.

Più di centocinquanta anni dopo sembra che ci sia una nuova svolta in questa vecchia frase. Prominentemente esposti sui cartelloni degli autobus di Londra ci sono le parole del biologo evoluzionista Richard Dawkins che afferma: “Probabilmente Dio non esiste, quindi rilassati e goditi la vita”. Questa versione moderna della frase ha una sfumatura che suggerisce l’edonismo. Questo, tuttavia, non è un vero grido per l’ateismo. Il messaggio di Dawkins è più morbido di, ad esempio, Jacques Monod, il celebre biologo che sostiene l’ateismo come la risposta adeguata all’inutilità dell’esistenza; che siamo semplici incidenti chimici. Ciò a cui Dawkins sta rispondendo è la versione fondamentalista di Dio, che Nietzsche ha già eliminato. Dawkins non sta attaccando le nozioni intuitive e mistiche di Dio, ma piuttosto la vecchia moda “Dio nel cielo” del fondamentalismo.

Per affrontare le carenze della visione del mondo fondamentalista, Dawkins avrebbe dovuto piuttosto dire: “Non venire a Dio per paura” e questo, insieme alla domanda “Dio è buono?” La domanda sulla bontà di Dio ha profonde radici filosofiche, e ciò conduce a un percorso bello e curioso che suggerisce Dio come qualcosa di più meraviglioso della sua riduzione ad un agente dualistico.

Ma dicendo rilassati e goditi la vita, Dawkins alimenta una delle ardenti motivazioni per il fondamentalismo; la paura dell’edonismo. La paura dell’edonismo nel suo aspetto peggiore; la ricerca del piacere si scatena, la sazietà senza ritegno e ovunque il caos. Non solo questa paura dell’edonismo alimenta il fondamentalismo, che è la risposta teologica, ma alimenta il terrorismo fondamentalista, una reazione politica alla stessa paura.

C’è un altro modo di vedere Dio che sta guadagnando consenso in Occidente. Una visione che eleva Dio dalla banalità della visione del mondo fondamentalista e dalla beffa di Dawkins. Una visione che mette in prospettiva un Dio più sofisticato, più accurato e più mistico che si levava dalle ceneri della pira funebre che Nietzsche aveva preparato. Questa visione trova la sua articolazione nella Fisica Quantistica. Basandosi su concetti portati alla luce da Einstein e avanzati da una schiera di pensatori e scienziati tra cui Rupert Sheldrake, Roger Penrose, Feynman, David Bohme, C. Blood e altri, sono diventato una delle voci principali di questo nuovo paradigma nella scienza. Nel mio libro God Is Not Dead e nel film The Quantum Activist, in cui espongo il mio caso in modo piuttosto succinto, c’è una nuova mescolanza di filosofia con la religione, della scienza con l’intuizione. Dio come coscienza.

Il Dio suggerito dalla Fisica Quantistica non è il Dio letterale delle Scritture, ma il Dio sofisticato e luminoso che è descritto nelle Scritture; descritto attraverso allegoria e simboli, oltre che aneddoticamente.

C’è una lunga tradizione in Occidente di un Dio della Coscienza che resiste a descrizioni letterali che risalgono a Platone. Origene, uno dei primi padri della chiesa, insieme a Agostino si appropriò dell’Idealismo di Platone per la dottrina della Chiesa. Più tardi arrivarono Erigena e San Gregorio di Nissa che integrarono il pensiero neoplatonico con il dogma della Chiesa. E Tommaso d’Aquino che portò i concetti aristotelici all’interno del cannone della Chiesa, sostenendo che la Ragione era capace di operare all’interno della fede. Anche il giudaismo e l’islam hanno sempre apprezzato il rigoroso dibattito talmudico e coranico sulle interpretazioni del significato all’interno delle scritture.

Quindi, vediamo che la teologia occidentale ha una lunga storia di ricerca del sofisticato Dio del significato e dell’intuizione per sostenere, per così dire, il Dio più letterale della devozione. In altre parole, un percorso di saggezza. Ma in Occidente questa tradizione è stata emarginata. Non è mai stato preso dal mainstream. Non è mai penetrato nella coscienza dell’umanità, ma piuttosto è rimasto un dibattito o una discussione tra teologi, filosofi e uno scienziato illuminato. Infatti, fin dalla codificazione della dottrina della Chiesa nel Medioevo, la filosofia e la religione sono state in gran parte separate. Per la mente tradizionale, la religione è diventata quasi completamente devozionale, mentre la filosofia, appena esistente nel mainstream, ha tentato di riprendere il gioco nel suo rapporto con Ragione e significato.

Colmando questo divario tra filosofia e religione e parlando di Dio e della natura della realtà in termini di coscienza, e sostenendo se stesso con la matematica fino al punto in cui l’equazione di Schròdinger in un certo senso prova l’esistenza di Dio, la fisica quantistica introduce un nuovo paradigma , un nuovo dialogo, un nuovo modo di vedere un vecchio concetto. Nella fisica quantistica, Dio è trascendente, è di tutto, non è locale. Dio è un agente di causalità che agisce al di fuori dell’universo materiale ma effettua le cose all’interno del mondo materiale. Dio è coscienza come non-locale, e siamo in risonanza con Dio quando non siamo nella nostra coscienza egoica, ma in uno stato non-locale. È ciò che i mistici chiamano la Coscienza di Dio o il sentimento oceanico.

La fisica quantistica offre un modello filosofico rigoroso basato sul fatto che la coscienza è primaria a tutto. Le cose, i pensieri, i sentimenti, le emozioni sono tutte ondate di possibilità; onde che sono collassate nella realtà dalla coscienza. Quindi la coscienza, non importa, è il fondamento di tutto l’essere. (Questa è un’idea non rara nei circoli religiosi e filosofici, ma che è rivoluzionaria nella scienza.) Il nuovo paradigma della Fisica Quantistica parla in un linguaggio che è scientifico, chiaro e oggettivo.

Tuttavia, a differenza della scienza e della maggior parte delle filosofie, la fisica quantistica sposa l’ortoprassi e l’ortodossia. Cioè, pratica giusta e giusta dottrina. Ci offre il concetto di attivismo quantistico. L’obiettivo di questo attivismo è esplorare le possibilità quantiche, moltiplicare le scelte quantistiche, sperimentare improvvisi balzi discontinui di creatività, elaborare il significato e rendere i frutti di questi sforzi tangibili e trasformativi nella società più o meno nello stesso modo in cui le religioni predicarebbero pratica delle virtù.

In Oriente, le tradizioni non hanno diviso la filosofia dalla religione come l’Occidente. L’intuizione è sempre stata al centro delle tradizioni orientali. Abbracciando le tendenze filosofiche e mistiche nei loro testi, storie e dottrine, le religioni tradizionali orientali sono più a loro agio nel muoversi tra intuizione, ragione e fede. La fisica quantistica presenta questa dinamica integrata alla mente occidentale. La ragione è possibile nell’intuizione. È un percorso di saggezza per gli occidentali con dati sperimentali per stimolare, soddisfare e correlare la mente della ragione con l’intuizione. La fisica quantistica riporta Dio nella filosofia e nella ragione. E quello che è forse il più rivoluzionario è che la fisica quantistica si rivolge a un vasto pubblico: al laico colto, al ricercatore spirituale e allo stesso filosoficamente inquisitore. Non ha ancora conquistato il mondo scientifico, ma sta arrivando. Questo nuovo paradigma non è solo per le curiosità d’élite di teologi o filosofi selezionati, è un messaggio per il mainstream.

Dalla rivoluzione francese a John F. Kennedy a Barak Obama ci fu un tentativo travagliato ma costante di alzare lo standard di vita per le masse, di salvare la classe media, di sollevarle, per così dire, da una schiavitù travolgente e dare loro tempo per elaborare il significato. Questo non è altro che preparare il terreno affinché un grande gruppo di persone si interessi ai valori e ai significati. Questo evento stimolerà l’evoluzione del pensiero occidentale. Il tempo sembra appropriato per abbracciare l’intuizione e la ragione in congiunzione con la fede e la devozione; coniugare scienza e religione, entrambe ardenti di filosofia. Ridefinendo il Dio popolare in termini di coscienza, la fisica quantistica ha respirato la vita nella divinità morta di Nietzsche completando la traiettoria da “Dio è morto” a “Dio non è morto”.

di Amit Goswami, PhD

http://www.amitgoswami.org

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Il Mistero dei Vimana

Nella letteratura Vedica, sono molte le descrizioni di macchine volanti chiamate Vimana. Il poema epico nazionale indiano, il Mahabharata è un opera lunga e complessa. Non sono rimaste prove (archeologiche) della tecnologia aerospaziale indiana antica, ma i riferimenti a macchine volanti sono comuni negli antichi testi
vedici. Molte di queste opere descrivono il loro uso in guerra.
Dipendendo dai punti di vista, potrebbe trattarsi di fantascienza, oppure la cronaca di un conflitto tra esseri con armi potentissime ed avanzate.
La scuola europea considera la civiltà umana come qualcosa di recente cominciata ieri da qualche parte in Africa, e finita oggi con la scoperta dell’atomo, concependo la cultura antica come primitiva e selvaggia. È una “superstizione moderna” quella di pensare che l’avanzare verso la conoscenza sia qualcosa di lineare. La nostra visione “della preistoria” è inadeguata. Noi non abbiamo ancora liberato le nostre menti dalla presa di una Religione “una-e-unica”, un solo Libro Sacro “uno e unico” e una sola Scienza “una e unica”.
Nessun fatto cesserà mai di esitere, ma questi vengono spesso ignorati… (Aldous Huxley) Non lasciate che le vostre menti siano afferrate dalla dottrina prevalente… (Alexander Fleming 1881-1955)
La menzione di aeroplani, ricorre molte volte in tutta la letteratura Vedica. Il verso che segue (tratto dallo Yajur-Veda), descrive il movimento di una di tali macchine:

Yajur Veda, 10.19

 “O ingegnere specializzato, tu che progetti navi oceaniche, spinte da motori ad acqua come quelli usati nei nostri aeroplani, che danno la capacità di alzarsi in verticale oltre le nubi e viaggiare in tutta la regione. Sii tu, prosperoso in questo mondo e vola attraverso l’aria e attraverso la luce” Il Rg Veda, il documento più antico della storia descrive alcuni di questi mezzi di trasporto:

Jalayan – è un veicolo progettato per muoversi sia in aria che in acqua… (Rig Veda 6.58.3)

Kaara – è un veicolo progettato per muoversi sia sulla terra che in acqua… (Rig Veda 9.14.1)

Tritala – è un veicolo progettato per muoversi nei tre elementi… (Rig Veda 3.14.1)

Trichakra Ratha – è un veicolo a tre motori progettato per muoversi nell’aria…(Rig Veda 4.36.1)

Vaayu Ratha – è una veicolo sospinto da un motore ad aria… (Rig Veda 5.41.6)

Vidyut Ratha – un veicolo sospinto da un motore potentissimo…è (Rig Veda 3.14.1).

Il termine Kathasaritsagara indica operai altamente specializzati, questi potevano essere dei Rajyadhara, esperti in meccanica e in grado di costruire navi oceaniche o dei Pranadhara, esperti nel fabbricare macchine volanti capaci di trasportare oltre 1000 passeggeri. I testi affermano che queste macchine erano capaci di coprire in pochi istanti lunghissime distanze.


Secondo Dott. Vyacheslav Zaitsev: “…il Ramayana racconta molte storie di astronavi celestiali, dotate di due motori e molte finestre che rombano nel cielo e che sono così veloci che sembrano comete. Il Mahabharata e altri libri in sanscrito descrivono dettagliatamente queste astronavi come dotate di motori a fotoni che sfruttando la luce, potevano librarsi nell’aria e raggiungere altri pianeti del sistema solare e andare oltre verso le stelle…”

Dal Ramayana
(Kamagam ratham asthaya… nadanadipatim…) …Egli Sali a bordo del Khara (aeroplano) che era decorato con gioielli e visi oscuri e si allontanò con un rumore che assomiglia al tuono delle nubi durante un temporale…
Lei potrà andare dove vuole, dopo che io e Sita attraverso un volo aereo avremo raggiunto l’isola di Lanka… Quindi Ravana e Maricha salirono a bordo del loro aereo (Vimana), grande quanto un palazzo e lasciarono quel luogo…
Poi quegli esseri, fecero salire Sita sull’aereo e si diressero verso la foresta di Ashoka e dall’alto le fu mostrato il campo di battaglia…
Quell’aereo, con grande frastuono si era innalzato nel cielo…
Riferimenti ad aerei e ad astronavi, li possiamo trovare anche nel Mahabharata. Il libro parla di queste macchine volanti, descrivendo circa 41 avvistamenti in luoghi diversi e in modo particolare parla dell’attacco di Salva all’antica capitale indiana (Dwaraka).

Dal  – Il re Salva aveva possedeva una aereo noto come Saubha-pura, con il quale bombardò Dwaraka con una pioggia di bombe e missili…
Krishna l’inseguiva, Salva si diresse verso l’Oceano, poi con una virata raggiunse di nuovo la terra ferma. Fu una lotta difficile, una battaglia ad un Krosa (approssimativamente 12000 metri) di altezza sopra del livello del mare… Krishna lanciò un potente missile che colpì l’aereo, il quale si frantumò e precipitò in mare…

Questa vivida descrizione dell’attacco aereo all’antica capitale indiana è descritto anche nel Bhagavata Maha Purana. Dove troviamo dei riferimenti a missili, sofisticate macchine da guerra e invenzioni meccaniche, molto simili ai Vimana descritti nel Mahabharata.

Fonte: http://www.spazioevita.com

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Il Popolo Copto

Il termine Copto deriva dalla parola greca Aigyptos, che a sua volta derivava da “Hikaptah”, uno dei nomi della prima capitale dell’antico Egitto, Menfi. L’uso moderno del termine “Copti” indica i Cristiani egiziani come pure l’ultima espressione della antica scrittura della lingua egizia. Inoltre esso descrive l’arte e l’architettura sviluppatesi quale espressione della nuova fede.

La Chiesa copta si basa sull’insegnamento di San Marco, il quale portò la Cristianità in Egitto durante il regno dell’imperatore romano Nerone nel primo secolo, una dozzina di anni dopo l’ascensione del Signore. Egli fu uno dei quattro Evangelisti e quello che scrisse il più antico Vangelo canonico. La Cristianità si diffuse in Egitto in meno di mezzo secolo dall’arrivo di San Marco ad Alessandria, come appare chiaro dagli scritti del Nuovo Testamento trovati a Bahnasa, nel medio Egitto, che datano intorno all’anno 200 d.C., e da un frammento del Vangelo di S. Giovanni, scritto in lingua copta, scoperto nell’alto Egitto e datato alla prima metà del secondo secolo. La Chiesa copta, che ora ha più di diciannove secoli, fu argomento di molte profezie dell’antico Testamento. Il profeta Isaia dice, nel capitolo 19, verso 19: “In quei giorni sorgerà un altare al Signore nel mezzo della terra d’Egitto ed una colonna al Signore ai suoi confini“.

Sebbene pienamente integrati nel corpo della moderna nazione egiziana, i Copti sono sopravvissuti quale forte entità religiosa orgogliosa del suo contributo al mondo cristiano. La Chiesa copta si considera come un forte difensore della fede cristiana. Il Credo niceno, recitato in tutte le chiese del mondo, ebbe quale autore uno dei suoi figli favoriti, Sant’Atanasio, Vescovo di Alessandria per 46 anni, dal 327 al 373 d.C. Tale situazione è ben meritata, poiché dopotutto l’Egitto fu il rifugio che la sacra Famiglia cercò nella sua fuga dalla Giudea : “Quando egli si levò, egli prese il Bambino e sua Madre di notte e partì per l’Egitto, e lì rimase fino alla morte di Erode, cosicché si compisse ciò che era stato detto dal Signore tramite il profeta, “Fuori dall’Egitto Io chiamerò mio Figlio“ [Matteo, 2:12-23].

Sono molti i contributi della Chiesa copta alla Cristianità. Fin dall’inizio essa ebbe un ruolo centrale nella teologia cristiana, e specialmente nel proteggerla dalle eresie gnostiche. La Chiesa copta produsse migliaia di testi, studi biblici e teologici, che costituiscono risorse importanti per l’archeologia. La sacra Bibbia venne tradotta in lingua copta nel secondo secolo. Centinaia di scribi trascrissero copie della Bibbia ed altri testi liturgici e teologici. Attualmente in tutto il mondo biblioteche, musei ed università posseggono centinaia e migliaia di manoscritti copti.

La Scuola catechetica di Alessandria fu la più antica scuola catechetica del mondo. Subito dopo la sua fondazione da parte dello studioso cristiano Pantaneo intorno al 190 d.C., la scuola di Alessandria divenne la più importante istituzione di insegnamento religioso della Cristianità. Molti eminenti vescovi da molte parti del mondo ricevettero istruzione in quella scuola da parte di studiosi quali Atenagora, Clemente, Didimo ed il grande Origene, considerato il padre della teologia ed attivo anche nel campo del commento e degli studi comparativi della Bibbia. Origene scrisse oltre 6.000 commentari alla Bibbia, oltre al suo famoso Hexapla. Molti studiosi, come S. Girolamo, visitarono la scuola di Alessandria per scambiare idee e comunicare direttamente con i suoi studiosi. Lo scopo della scuola di Alessandria non si limitava ai soli argomenti teologici, poiché lì si discuteva anche di scienze, matematica e studi umanistici: il metodo del commento tramite domanda e risposta nacque lì e, 15 secoli prima di Braille, venivano usate da studenti ciechi tecniche di intaglio nel legno, per leggere e scrivere. Il Collegio teologico della Scuola catechetica di Alessandria venne ricostituito nel 1893. Oggi possiede campus ad Alessandria, al Cairo, New Jersey e Los Angeles, dove seminaristi ed altri uomini e donne qualificati discutono riguardo ad argomenti di teologia cristiana, di storia e lingua ed arte copta, insieme a canto, musica, iconografia, tessitura ecc

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Il monachesimo nacque in Egitto e fu strumentale alla formazione del carattere di sottomissione ed umiltà della Chiesa copta, grazie all’insegnamento ed agli scritti dei grandi Padri del deserto egiziani. Il monachesimo ebbe inizio negli ultimi anni del III secolo e fiorì nel IV. S. Antonio, il primo monaco cristiano al mondo, era un copto dell’alto Egitto. S. Pacomio, che stabilì le regole del monachesimo, era un Copto. E pure copto era S. Paolo, il primo anacoreta al mondo. Altri famosi Padri del deserto sono S. Macario, S. Mose il nero e S. Mena il meraviglioso. I più vicini Padri del deserto sono l’ultimo vescovo Cirillo VI ed il suo discepolo Mena Abba Mena. Dalla fine del IV secolo sorsero centinaia di monasteri e migliaia di celle e grotte sparse nelle alture egiziane. Molti di questi monasteri sono ancora fiorenti ed a tutt’oggi hanno nuove vocazioni. Tutto il monachesimo cristiano deriva, direttamente o indirettamente, dall’esempio egiziano: S. Basilio, l’organizzatore del movimento monastico in Asia minore, visitò l’Egitto intorno al 357 d.C. e la sua guida venne seguita dalle Chiese orientali; S. Girolamo, che tradusse la Bibbia in latino, venne in Egitto intorno al 400 e lasciò note delle sue esperienze nelle sue lettere; S. Benedetto fondò monasteri nel VI secolo sul modello di S. Pacomio, ma in forma più rigorosa. Ed innumerevoli pellegrini visitarono i “Padri del deserto” ed emularono le loro vite spirituali, disciplinate, Ci sono anche le prove che i Copti ebbero missionari in nord Europa. Un esempio è Saint Moritz della Legione tebana che fu coscritto in Egitto per servire sotto la bandiera romana e finì per insegnare il Cristianesimo agli abitanti delle Alpi svizzere, dove una cittadina ed un monastero che contiene le sue reliquie, alcuni dei suoi libri e dei suoi oggetti presero il nome da lui. Un altro santo della Legione tebana è S. Vittore, conosciuto tra i Copti come “Boktor”.
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Sotto l’autorità dell’Impero d’Oriente di Costantinopoli (in opposizione all’Impero d’Occidente di Roma), i Patriarchi ed i vescovi di Alessandria ebbero un ruolo di guida della teologia cristiana. Essi erano invitati ovunque a discutere circa la fede cristiana. S. Cirillo, vescovo d’Alessandria, fu a capo del Concilio ecumenico che si tenne ad Efeso nel 430 d.C. Si disse che i vescovi della Chiesa di Alessandria nulla facevano se non trascorrere il loro tempo in incontri. Comunque, il ruolo di guida non andò più bene nel momento in cui i politici iniziarono ad immischiarsi delle questioni religiose: Tutto ebbe inizio quando l’imperatore Marciano interferì con materie religiose della Chiesa: La risposta di S. Dioscoro, il vescovo d’Alessandria che in seguito venne esiliato, fu chiara: “Tu non hai nulla a che fare con la Chiesa“. Queste motivazioni politiche divennero ancora più evidenti a Calcedonia nel 451, quando la Chiesa copta ingiustamente accusata di seguire gli insegnamenti di Eutiche, che credeva nel monofisismo. Questa dottrina afferma che il Signore Gesù Cristo ha solo una natura, quella divina, e non due, quella umana insieme alla divina.

La Chiesa copta non ha mai creduto nel monofisismo nel modo che fu presentato al Concilio di Calcedonia! In quel concilio il monofisismo significava il credere in una natura. I Copti credono che il Signore è perfetto nella Sua divinità, e che Egli è perfetto nella Sua umanità, ma che Sua divinità e la Sua umanità furono unite in una natura chiamata “la natura del verbo incarnato”, il che fu reiterato da S. Cirillo di Alessandria. I Copti, così, credono in due nature, “umana” e “divina”, che sono unite in una senza “mescolanza, senza confusione, e senza alterazione” (dalla dichiarazione di fede alla fine della liturgia divina copta). Queste due nature “non si separarono per un momento o per un batter d’occhio” (ancora dalla dichiarazione di fede alla fine della liturgia divina copta).

La Chiesa copta non fu compresa nel V secolo al Concilio di Calcedonia. Forse il concilio non comprese correttamente la Chiesa, ma essa volle isolare la Chiesa, per isolarla ed abolire l’indipendente vescovato egiziano, che affermava che la Chiesa e lo Stato avrebbero dovuto essere separati. A dispetto di tutto ciò la Chiesa copta è rimasta molto rigorosa e ferma nella sua fede. Se ci fu una cospirazione delle Chiese per esiliare la Chiesa copta quale punizione per il suo rifiuto alle influenze politiche, se il vescovo Dioscoro non fece abbastanza per puntualizzare che i Copti non erano monofisiti, la Chiesa copta ha sempre sentito come un dovere di riconciliare le differenze “semantiche” tra tutte le Chiese cristiane. Questo è stato espresso in modo appropriato dal 117° successore di S. Marco, papa Shenouda III : “Per la Chiesa copta la fede è più importante di ogni cosa, e gli altri devono capire che la semantica e la terminologia sono di poca importanza per noi”. Durante questo secolo la Chiesa copta ha avuto un grande ruolo nel movimento ecumenico. La Chiesa copta è uno dei fondatori Del Concilio Mondiale delle Chiese. E’ membro di tale Concilio dal 1948. La Chiesa copta è membro del Concilio Africano di tutte le Chiese (AACC) e del Concilio delle Chiese del Medio Oriente (MECC). La Chiesa ha un ruolo importante nel movimento cristiano nella conduzione di dialoghi che aiutino a risolvere le differenze teologiche tra Cattolici, Ortodossi orientali, Presbiteriani e Chiese evangeliche.

Forse la maggior gloria della Chiesa copta è la sua croce. I Copti sono orgogliosi delle persecuzioni che dovettero sostenere fin da quell’8 maggio del 68 d.C., quando il loro Patrono S. Marco fu trucidato il lunedì di Pasqua dopo essere stato trascinato per i piedi dai soldato romani lungo tutte le strade ed i vicoli di Alessandria. I Copti vennero perseguitati da quasi tutti i governanti dell’Egitto. I loro sacerdoti furono torturati ed esiliati anche dai loro fratelli cristiani dopo lo scisma di Calcedonia del 451, ed in seguito alla conquista araba dell’Egitto nel 641. Allo scopo di enfatizzare l’orgoglio nella loro croce, i Copti hanno adottato un calendario, chiamato il Calendario dei Martiri, che fa partire la sua era il 29 agosto del 284 d.C., a ricordo di coloro che morirono a causa della loro fede sotto l’imperatore romano Diocleziano. Questo calendario è ancora oggi usato in tutto l’Egitto dai contadini per seguire il corso delle varie stagioni agricole, e nel Lezionale della Chiesa copta.

Nei quattro secoli che seguirono la conquista araba dell’Egitto, la Chiesa copta in genere fiorì e l’Egitto rimase in sostanza cristiana. Questo è dovuto all’estendersi della fortunata posizione di cui i Copti godettero presso il Profeta dell’Islam, che aveva una moglie egiziana (l’unica delle sue mogli che generò un figlio), che richiese speciale benevolenza verso i Copti: “Quando conquisti l’Egitto, sii gentile con i Copti, perché essi sono tuoi protetti e amici e parenti“. Così i Copti ebbero il permesso di praticare liberamente la loro religione e furono largamente autonomi, stabilito che essi continuassero a pagare una tassa speciale chiamata “Gezya”, che li qualificava quali “Ahl Zemma”, protetti. Coloro che non potevano provvedere al pagamento di questa tassa si trovavano di fronte alla scelta o di convertirsi all’Islam o di perder i loro diritti civili di “protetti”, che in alcuni casi significò essere uccisi. I Copti, a dispetto delle addizionali leggi suntuarie che vennero loro imposte sotto la dinastia Abbaside, nel 750-868 e 905-935, prosperarono e la loro Chiesa godette della maggiore era di pace. La letteratura conservata nei monasteri datante a prima dell’VIII fino all’XI secolo mostra che non ci furono interruzioni nell’attività degli artigiani copti, quali tessitori, rilegatori in cuoio, pittori e falegnami. Durante quel periodo la lingua copta restò la lingua della terra e fu solo nella seconda metà dell’XI secolo che iniziarono ad apparire i primi manoscritti liturgici bilingui Copto-Arabi. Uno dei primi testi completi in arabo è il testo del XIII secolo di Awlaad el-Assal (figlio del Produttore di Miele), nel quale le leggi, le norme culturali e le tradizioni dei Copti di questo perodo cardine, 500 anni dopo la conquista islamica, sono illustrate. L’adozione dell’arabo quale lingua usata quotidianamente dagli Egiziani fu tanto lenta che ancora nel XV secolo al-Makrizi concludeva che il copto era ancora ampiamente in uso. Ancora oggi la lingua copta continua ad essere la lingua liturgica della Chiesa.

copto4L’aspetto cristiano dell’Egitto cominciò a mutare dall’inizio del secondo millennio, quando ai Copti, oltre alla tassa “Gezya”, vennero imposte specifiche limitazioni, alcune delle quali erano gravi ed interferivano con la loro libertà di culto. Per esempio, vi furono restrizioni sul restauro di chiese antiche e sulla costruzione di nuove, sulla testimonianza in tribunale, sul pubblico comportamento, sull’adozione, sull’eredità. sulle pubbliche attività religiose, e sull’abbigliamento. Lentamente ma costantemente, con la fine del XII secolo, l’aspetto dell’Egitto divenne da quello di un Paese principalmente cristiano a quello di un Paese principalmente musulmano, e la comunità copta occupò una posizione inferiore e visse come nell’attesa dell’ostilità musulmana, che periodicamente esplodeva in violenza. C’è da notare che il benessere dei Copti era in relazione con il benessere dei loro governanti. In particolare, i Copti soffrirono più in quei periodi in cui le dinastie arabe entravano in crisi.

La posizione dei Copti cominciò a migliorare nel XIX secolo sotto la stabilità e la tolleranza della dinastia di Mohammed Ali. La comunità copta smise d’esser considerata dallo stato come una unità amministrativa e, dal 1855, il principale marchio d’inferiorità dei Copti, la tassa “Gezya”, venne estinta, e poco tempo dopo i Copti iniziarono a servire nell’armata egiziana. La rivoluzione egiziana del 1919, il primo esempio di identità egiziana nei secoli, si innalza come una testimonianza dell’omogeneità della moderna società dell’Egitto, con insieme sia Musulmani che Copti. Oggi, questa omogeneità è ciò che mantiene la società egiziana unita contro le intolleranze religiose dei gruppi estremisti, che occasionalmente sottopongono i Copti a persecuzioni ed al terrore. Martiri dei giorni odierni come padre Marcos Khalil servono a ricordare il miracolo della sopravvivenza dei Copti.

Nonostante le persecuzioni, la Chiesa copta come istituzione religiosa non è mai stata controllata o ha potuto controllare il governo in Egitto. La lungamente perseguita posizione della Chiesa in merito alla separazione tra Stato e religione proviene dalle parole del Signore Gesù Cristo stesso, quando egli chiese ai suoi seguaci di sottomettersi ai loro governanti: “Date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio” [Matteo 22:21]. La Chiesa copta non ha mai opposto resistenza con la forza alle autorità o agli invasori e non si è mai alleata con alcuna potenza, dal momento che le parole del Signore Gesù Cristo sono chiare:”Riponi la tua spada al suo posto, poiché chi impugnerà la spada di spada perirà” [Matteo 22:21]. La miracolosa sopravvivenza della Chiesa copta fino al giorno d’oggi è la prova vivente della validità e della saggezza di questi insegnamenti.

Oggi (mentre viene scritto questo documento nel 1992) ci sono oltre 9 milioni di copti (su una popolazione di circa 57 milioni di Egiziani) che pregano, partecipano alla comunione in messe quotidiane in migliaia di chiese copte in Egitto. A costoro s’aggiungono altri 1,2 milioni di emigrati copti che praticano la loro fede in centinaia di chiese negli Stati Uniti, in Canada, Australia, gran Bretagna, Francia, Germania, Austria, Olanda, Brasile ed in molti altri Paesi in Africa e Asia. In Egitto i Copti vivono in ogni provincia e non c’è provincia dove rappresentino la maggioranza. I tesori culturali, storici e religiosi sono diffusi in tutto l’Egitto, anche nell’ oasi più remota, l’oasi di Kharga, nel deserto occidentale. Come individui i Copti hanno raggiunto prestigiosi traguardi accademici e professionali in tutto il mondo. Uno di queste persone è il Dr. Boutros Boutros Ghali, sesto Segretario generale delle Nazioni Unite (1992-1997), Un altro è il Dr. Magdy Yakoub, uno dei più famosi cardiologi al mondo.

I Copti osservano sette sacramenti canonici: battesimo, cresima (conferma), eucaristia, confessione (penitenza), ordini, matrimonio e unzione dei malati. Il battesimo è imposto poche settimane dalla nascita per immersione completa del corpo del neonato tre volte dentro acqua consacrata per l’occasione. La conferma si compie immediatamente dopo il battesimo. Una confessione regolare con un sacerdote personale, chiamato il padre confessore, è necessaria per ricevere l’eucaristia. E’ usanza che un’intera famiglia si avvalga dello stesso padre confessore, facendone così un consigliere di famiglia. Di tutti i sette sacramenti, il solo matrimonio non può essere celebrato in un periodo di digiuno. La poligamia è illegale, anche se riconosciuta dalla legge civile della terra. Il divorzio non è consentito se non in caso di adulterio, annullamento dovuto a bigamia o altre circostanze estreme, che vanno analizzate a cura di uno speciale concilio di Vescovi. Il divorzio può essere richiesto tanto dal marito quanto dalla moglie. Il divorzio civile non è riconosciuto dalla Chiesa. La Chiesa ortodossa copta non bada ad alcuna legge civile del paese finché essa non interferisce con i sacramenti della Chiesa. La Chiesa non ha (ed attualmente rifiuta di assumerne) posizione ufficiale riguardo ad alcuni decreti controversi (ad esempio l’aborto). Mentre la Chiesa ha istruzioni chiare riguardo certe materie (ad esempio l’aborto interferisce con il volere di Dio), la posizione della Chiesa è che tali problemi sonooio di Vescovi. Il divorzio puùc.net,  meglio risolvibili caso per caso per il tramite del padre confessore, piuttosto che avere un canone che ritenga peccato tali pratiche.

Esistono tre principali liturgie nella Chiesa copta: la Liturgia secondo S. Basilio, vescovo di Cesarea; la Liturgia secondo S. Gregorio di Nazianzio, vescovo di Costantinopoli; e La liturgia secondo S. Cirillo I, il 24° vescovo della Chiesa copta. Il grosso della Liturgia di S. Cirillo deriva da quella, in greco, usata da S. Marco nel I secolo. Fu tramandata dai vescovi e dai sacerdoti della chiesa finché non fu tradotta nella lingua copta da S. Cirillo. Oggi, queste tre Liturgie, con alcune aggiunte (ad esempio le intercessioni), sono ancora in uso; la Liturgia di S. Basilio è quella più comunemente usata nella Chiesa ortodossa copta.

Il culto dei Santi è espressamente proibito dalla Chiesa; comunque, il chiedere la loro intercessione (per esempio la preghiera mariana) è centrale in ogni servizio copto. Ogni chiesa copta assume il nome di un santo patrono. Tra tutti i Santi la Santa Maria Vergine (Theotokos) occupa un posto speciale nel cuore di ogni Copto. Le Sue ripetute e quotidiane apparizioni in una chiesetta nel distretto del Cairo di Elzaytoun per più di un mese nell’aprile del 1968, furono testimoniate da migliaia di Egiziani, tanto Copri quanto Musulmani, e vennero anche diffuse sulle TV internazionali. I Copti celebrano sette sante feste maggiori e sette sante feste minori. Le maggiori feste commemorano l’Annunciazione, il Natale, la Teofania, la Domenica delle Palme, la Pasqua, l’Ascensione la Pentecoste. Il natale si celebra il 7 di gennaio. Per la Chiesa copta la Resurrezione di Cristo ha tanta importanza quanto il Suo Avvento, se non di più. La Pasqua solitamente cade la seconda domenica dopo il primo plenilunio in primavera. Il calendario copto dei Martiri è pieno di altre festività commemoranti solitamente il martirio di santi popolari (ad esempio S. Marco, S. Mena, S. Giorgio, S. Barbara) della storia copta.

I Copti hanno periodi di digiuno non uniformati alle altre comunità cristiane. Su 365 giorni all’anno, i Copti digiunano per più di 210 giorni. Durante il digiuno non è consentito alcun prodotto animale (carne, pollame, pesce, latte, uova, burro ecc.). In più, nessun cibo o bevanda d’alcun genere possono essere assunti tra l’alba ed il tramonto. Queste severe regole di digiuno sono solitamente moderate dai sacerdoti su base individuale per provvedere a malati e deboli. La Quaresima, conosciuta come “il Grande digiuno”, è massicciamente osservato dai Copti. Comincia con un digiuno di una settimana pre-quaresimale, seguito da un digiuno di 40 giorni commemorante il digiuno di Cristo sulla montagna, seguito dalla Settimana santa (chiamata Pascha), la settimana più sacra del calendario copto, il cui vertice è la Crocifissione il venerdì santo e la fine la gioiosa Pasqua. Altri periodi di digiuno della Chiesa copta sono l’Avvento (festa della Natività), il digiuno degli Apostoli, il digiuno della Santa Vergine Maria ed il digiuno di Niniveh.
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Il sacerdozio della Chiesa ortodossa copta è guidato dal papa di Alessandria e include vescovi che sovrintendono i sacerdoti ordinati nelle loro diocesi. Sia il papa che i vescovi devono essere monaci; essi sono tutti membri del Santo Sinodo (Concilio) Ortodosso Copto, che si riunisce regolarmente per soprintendere a materie di fede e guidare la Chiesa. Il papa della Chiesa copta, sebbene altamente considerato da tutti i Copti, non gode di alcuna condizione di supremazia o infallibilità. Oggi ci sono oltre 60 vescovi copti che governano le diocesi egiziane come a Gerusalemme, in Sudan, Africa occidentale, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. La diretta responsabilità pastorale delle Congregazioni copte in ciascuna di queste diocesi ricade sui sacerdoti, che devono essere sposati e devono frequentare la Scuola catechetica prima d’essere ordinati.

Esistono due ordini non clericali che partecipano alla tutela degli affari della Chiesa. Il primo è un Concilio laico copto eletto dal popolo, che comparve sulla scena nel 1883 per offrire un’apertura tra la Chiesa ed il Governo. Il secondo è un Comitato congiunto laico-clericale, che apparve sulla scena nel 1928 per sovrintendere e monitorare le dotazioni della Chiesa copta secondo le leggi egiziane.

Oggi, in ogni chiesa copta nel mondo, i Copti pregano per la riunione di tutte le Chiese cristiane. Essi pregano per l’Egitto, per il suo Nilo, per le sue messi, per il suo Presidente, per il suo esercito, per il suo governo e soprattutto per il suo popolo. Essi pregano per la pace nel mondo e per il benessere dell’umanità.

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Fedro – Platone

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Socrate s’imbatte, nei pressi del Pireo, nel giovane Fedro, il quale, di ritorno da un incontro con Lisia, lo informa che l’oratore ha appena pronunciato un entusiasmante discorso sull’amore. Strada facendo i due scorgono un posto tranquillo lungo le rive del fiume Ilisso e si siedono sotto un platano, in pieno meriggio, in un incantevole prato. Socrate prega Fedro di riferirgli il discorso di Lisia.

La sostanza del discorso di Lisia che chi non ama è superiore a chi ama, e che dunque al non-amante deve concedersi chi ha caro se stesso. Le ragioni addotte da Lisia ruotano intorno al concetto che chi ama si trova in una condizione di scarsa lucidità mentale, il che lo rende spesso sgradevole e sempre inaffidabile.
Alla fine Socrate elogia la scaltrezza con cui Lisia è riuscito a dissimulare il fatto che in realtà ripete sempre gli stessi concetti, non più di due o tre, ed afferma che, anche rimanendo nel solco della tesi lisiana, molti argomenti potrebbero essere aggiunti. Sfidato da Fedro, Socrate, pur vergognandosi di improvvisarsi retore, glielo dimostra. Parlerà però a capo coperto, per l’imbarazzo di sostenere una tesi che non condivide.

L’errore più evidente di Lisia stato quello di non dare una definizione dell’oggetto del discorso, cioè l’amore: a ciò provvede Socrate, che, rimanendo nel solco della concezione negativa che ha Lisia dell’amore, lo definisce come “desiderio irrazionale di piacere che prevale sulla retta opinione, ha di mira la bellezza fisica e domina interamente chi lo prova”.

L’amante dunque è come un ammalato: non sopporta nulla che contrasti i suoi capricci, derivanti dal malessere che prova. Per questo tende, se può, a rendere suo schiavo l’amato, e per questo lo vuole in genere inferiore a sé (per età, per forza fisica o per altre ragioni) o, se non lo è, cerca di renderlo tale. Inoltre, quando guarisce dall’amore, diventa un altro uomo: di conseguenza non gl’importa pi nulla dell’amato. Questo rende evidente l’inconsistenza del sentimento d’amore, che è pertanto da giudicare negativo.
Alla fine Fedro, pur dichiarandosi pienamente convinto, chiede a Socrate di continuare il discorso: bisogna infatti chiarire perché il filosofo non condivida la tesi che pure ha brillantemente dimostrato. Socrate accondiscende, anche perché il suo dàimon lo sta rimproverando e gli chiede di fare ammenda del precedente discorso.

L’amore è follia, ma una divina follia (thèia manìa), ed è, come tutte le forme di divina follia, un dono divino: come tale non può che essere un bene: nasce dalla stessa radice da cui nascono l’arte e la profezia, altre forme di follia divina.

Per poter dimostrare quanto detto, bisogna prima aver chiara la natura dell’anima umana.
Essa è immortale [l’argomento, ampiamente svolto nel Fedone, viene qui riassunto nella considerazione che ciò che muove se stesso non cessa mai dal suo moto] e può essere paragonata ad una biga alata trainata da due cavalli e guidata da un auriga.

L’anima, prima di unirsi ad un corpo, vive in un mondo iperuranio, dove contempla le pure forme [le cosiddette Idee]; una volta incarnatasi, cioè contaminatasi con la materia, è costretta a successive reincarnazioni dopo la morte del corpo, con diversi destini a seconda del grado di avvicinamento al mondo delle Idee raggiunto in vita.

La vista della bellezza nei corpi provoca un estremo turbamento e un desiderio indefinibile e struggente di possesso, perché suscita in noi il confuso ricordo del Bello: le anime più elementari reagiscono a questo turbamento cercando il possesso fisico ed il piacere, perché confondono la bellezza con il corpo che ne è portatore; le anime più evolute avvertono un senso di smarrimento e di calore improvviso, un tormento e una specie di prurito, “come i bambini quando mettono i denti”: sono le ali dell’anima che spuntano, per riportarla in quel luogo dal quale essa proviene.

Ciò dipende dalla diversa indole dei due cavalli alati: uno, bianco, è di nobile temperamento, sensibile al richiamo dell’auriga; l’altro, nero, è rozzo e ribelle, e per di più completamente sordo. [Il primo cavallo rappresenta la componente volitiva, tò thymoeidès; il secondo cavallo rappresenta la componente appetitiva, tò epithymetikòn; l’auriga rappresenta l’elemento razionale, tò loghistikòn.

Se però alla fine l’auriga riesce a tenere a bada il cavallo nero, ecco che l’amore manifesta i suoi effetti potentemente positivi: anche l’amato si accorgerà prima o poi che l’innamorato coglie in lui la bellezza meglio di chiunque altro, ed a poco a poco finirà per desiderarne ardentemente la compagnia. L’amante, dal canto suo, si comporterà con rispetto e addirittura con venerazione, avendo riconosciuto nell’amato la componente divina del Bello.

Ma la confutazione di Socrate non finisce qui: neanche nel caso in cui l’amante e l’amato si lascino sopraffare dai sensi l’amore può essere definito un male: certo l’anima non metterà le ali, ma l’amore le infonderà almeno il desiderio di averle – se non in questa, in un’altra vita. Al contrario, chi non ha mai provato il vero amore resterà legato alla materia, ignorando ciò che la trascende.
Ben misera cosa appare dunque il rapporto con chi non ci ama, il quale, anche se animato dalle migliori intenzioni, non potrà dispensarci altro che beni terreni e c’insegnerà la grettezza, facendoci rotolare “per novemila anni intorno e sotto terra”.
A questo punto Fedro è costretto a riconoscere che Socrate ha parlato molto meglio di Lisia, il che offre lo spunto a Socrate per intavolare un altro discorso: cosa vuol dire “parlare bene” o “parlare male”? [E’ qui che Socrate narra il mito delle cicale, in origine uomini che per cantare si scordarono di mangiare e morirono: suppergiù la stessa fine che rischiano di fare ora lui e Fedro, che a forza di parlare si stanno dimenticando di tutto il resto].

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MUSEO – IL PONTE DELLA GIOCONDA

Il nucleo centrale e continuativo dell’Esposizione permanente è rappresentato dal tema: “Leonardo e l’Aretino” ovvero il rapporto che Leonardo artista, scienziato, cartografo, ingegnere e architetto ebbe con la Terra di Arezzo e con le sue vallate.

Il Museum, dedicato al “periodo Aretino ” di Leonardo (giugno 1502- marzo 1503), illustra, attraverso una rassegna completa, i contributi offerti dallo studioso Carlo Starnazzi che ha messo in luce vari aspetti della presenza di Leonardo nel territorio e dimostrato, in modo scientifico, come lo sfondo di capolavori quali la Gioconda, la Madonna dei Fusi e la Sant’Anna sia identificabile nel paesaggio toscano di Ponte Buriano e del Valdarno Superiore.

“ Leonardo e l’Aretino negli studi di Carlo Starnazzi” si propone, quindi, come originale contributo alla conoscenza del territorio attraverso lo sguardo di Leonardo, evento nuovo e necessario per Arezzo, città natale di Giorgio Vasari, primo biografo dell’artista vinciano.

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La sede espositiva raccoglie copie anastatiche di manoscritti, documenti, testi storici, note, didascalie, appunti ma anche disegni, mappe, dipinti, modelli, legati al soggiorno di Leonardo nell’Aretino così da costituire un centro di documentazione del materiale di studio già prodotto che, per il rigore scientifico, intende imporsi come strumento di consultazione e che potrà configurarsi come “Centro di ricerca” dedicato alla promozione degli studi su Leonardo in rapporto alla terra di Arezzo aperto a nuovi contributi, per arricchire e dare continuità alle ricerche di Carlo Starnazzi.

Il percorso conoscitivo è progettato per un ampio pubblico, sia per fasce di età che per formazione, ed intende offrire una comunicazione immediata per un esperienza emotiva oltre che squisitamente intellettuale. Particolare rilievo viene dato alla celebre mappa della Valdichiana (Windsor,RL 12278 r. ) documento fondamentale con gli argomenti che diverranno materia di trasfigurazione pittorica nel paesaggio della Gioconda ma anche oggetto di studi e di progetti per complesse opere di ingegneria idraulica.

Un sistema informatico e multimediale completerà l’accesso interattivo a diverso materiale divulgativo (immagini, video, animazioni tridimensionali). L’esposizione Leonardo e l’Aretino è in stretto collegamento con il territorio attraverso un programma di contestualizzazione storico-artistica e scientifica con la proposta di “itinerari”, ovvero di percorsi culturali sulle tracce del genio vinciano: Arezzo, Valdichiana, Valdarno, Valtiberina, Casentino, territori in cui nacquero i capolavori cartografici e pittorici di Leonardo.

uesti percorsi ricondurranno a precisi contesti (Ponte Buriano, Le Balze, Cortona, Anghiari, Pieve di Gropina, Castello di Papiano) consentendo di visitare e percorrere in modo suggestivo i luoghi di Leonardo.

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Ponte Buriano

La località Ponte a Buriano sorge sulla riva destra dell’Arno, anche se fino al 1957, prima della realizzazione della diga della Penna, l’abitato, così denominato per il ponte romanico, risultava esteso anche all’altra sponda.
Negli Annales Arretinorum Minores (Bini 1909) è ricordato per l’anno 1277 la costruzione del ponte, “Pons Buriani in agro arretino constructus”.
Tra i fori delle centine è ancora visibile la scritta che riporta i cognomi “Accolti 1240” “Chimenti 1240” (nomi dei probabili finanziatori visto che si trattava di nobili famiglie, l’anno indica il possibile inizio dei lavori).

ponteburiano 1Il nome “Ponte a Buriano” e, quindi la “a“, derivano da “pons Buriani” e da pontem de Buriano; questo è testimoniato da alcuni documenti che accertano l’esistenza di una località, nei pressi dell’attuale paese, Villa di Buriano.

Nella “chiesina” di Ponte Buriano, costruita nel 1328 e voluta dagli Accolti e dai Chimenti, furono ritrovati una colonna di granito, rubata di recente, e un capitello corinzio, usato forse come acquasantiera e ora custodito nella sede vescovile di Arezzo.
Reperti ceramici in terra sigillata con bolli di C. Tellio e di P. Cornelio e le fornaci riportate alla luce, una presso il fondo del sig. Grassini e una nello scantinato del sig. Lucherini, dimostrano che a Ponte Buriano esistevano insediamenti già nel primo secolo a.C.; addirittura sopra la “Costa di Ferro”, presso il bivio di Meliciano, vengono individuate una necropoli ed un nucleo funerario piu’ contenuto che possono essere datate tra il primo e il secondo sec. a. C..

I ritrovamenti ceramici riferibili all’officine di C. Cispio, P. Cornelio, C. Gavio e M. Perennio, nella località di Cincelli, paese limitrofo a Ponte Buriano, fanno pensare a uno spostamento dell’attività produttiva voluta da P. Cornelio.

Questo è dovuto probabilmente a diverse caratteristiche morfologiche; Ponte Buriano è, infatti, più vicino al letto del fiume e quindi con più probabilità soggetto ad alluvioni, Cincelli è invece posto in un luogo collinare e quindi più riparato dal fiume.

E’ proprio da questa attività che ne deriva il nome centum cellae (forse stante ad indicare il numero dei forni di cottura) da cui ne consegue il nome del paese a noi noto come Cincelli.
Tutto questo porta quindi a dedurre che il Ponte che tutti noi conosciamo costruito, come detto prima, nel 1240 aveva sicuramente un predecessore. Due sono l’ipotesi della posizione: la prima dove si erge l’attuale, la seconda poco piu’ a valle.

http://www.ilpontedellagioconda.it/