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Dante e i fedeli d’Amore

Già nel secolo scorso e nei primi decenni di quello presente la questione della possibile appartenenza di Dante ad un’oscura setta esoterica, i Fedeli d’Amore, ha fatto versare fiumi di inchiostro, senza peraltro raggiungere che modesti risultati.

Questo articolo riassume brevemente i termini del problema, per suggerire infine alcune considerazioni che, lungi dal presentarsi come conclusive, potranno spronare il lettore ad approfondire una tematica affascinante attraverso cui è possibile vedere sotto un’angolazione completamente diversa lo svolgimento della nostra letteratura dalle origini fino al XIV secolo.

Chi sono i Fedeli d’Amore? Dall’ esame semantico-letterale degli scritti di Dante e dei maggiori rimatori del suo tempo l’espressione parrebbe designare semplicemente coloro che, sulla scia della lirica provenzale trobadorica, riconobbero nell’amore una forza spirituale trasfigurante capace di far trascendere la condizione umana, fino a raggiungere la conoscenza e l’amore di Dio. Tramite di questa purificazione progressiva è la donna, non più oggetto di passioni contingenti, di carnali concupiscenze, ma specchio di virtù e celestiale bellezza su cui si riflette, trasformandosi e pur sempre a se stessa rimandando, la bellezza e la bontà divina.

Fedeli d’Amore sono dunque gli Stilnovisti tutti, ma non solo loro: chiunque abbracci questa accezione nuova della parola “amore” in cui si sottende un’esperienza intima dell’essere fondamentalmente religiosa. Di qui una poesia con stilemi ed immagini in comune: luoghi retorici, sottigliezze allegoriche, simbolismi allusivi e inquietanti, lessico oscuro. Siamo d’altronde ancora nel medio evo e non è luogo comune ricordare che nell’età di mezzo tutto o quasi è allegoria, simbolismo, parabola, e al tempo stesso giuoco stilistico, squisita variazione sui medesimi temi, ricerca ossessiva di perfezione.

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Ma c’è qualcosa di più, anche se non molto: i Fedeli d’Amore erano forse una confraternita. Giovanni Villani nella sua “Cronica” (1308) ne fa un laconico accenno ricordando che “una nobile corte” vestita di bianco sfilò in corteo dietro “un signore detto dell’Amore” durante la festa di San Giovanni svoltasi a Firenze nel giugno del 1283 (Lib. VII, cap. LXXXIX).

È bastato questo, nell’assenza totale di altra documentazione storica, a far scatenare fin dal secolo scorso, in un tentativo parossistico di scoprire nuove chiavi interpretative dell’opera dantesca, la ridda di ipotesi che ha trovato poi strenui difensori e implacabili nemici. Cominciò Gabriele Rossetti, il poeta-patriota risorgimentale padre del più noto Dante Gabriele Rossetti. Per lui, che scorge sotto il lessico amoroso della Vita Nuova, della Commedia e dell’opera di altri autori coevi un messaggio politico altrimenti intrasmettibile, finzione poetica e stilemi retorici tradiscono un linguaggio segreto, adoperato da una setta (quella appunto dei Fedeli d’Amore) animata da intenti ghibellini e patriottici con finalità unificative della penisola, a fronte delle tendenze frazionistiche manifestate per tornaconto egemonico dalla Curia romana. Il Rossetti redige anche un primo elenco (poi via via accresciuto dai suoi epigoni) del gergo cifrato impiegato dai membri della congrega: “Amore” è il nome convenzionale del sodalizio e al tempo stesso la devozione per la “Sapienza Santa”; “vita” è l’ideale imperiale; “morte” la corrente guelfa, ecc. L’anno della sua morte (1854) un suo ammiratore e corrispondente, Eugene Aroux, pubblica, attingendo con disinvoltura alla ancora inedita Beatrice di Dante, l’opera tendenziosa Dante héretique revolutionnaire et socialiste, in cui, spingendosi ben oltre il maestro, ipotizza non solo un’appartenenza del poeta fiorentino all’Ordine del Tempio (in forza dell’accenno polemico nella Commedia all’annientamento dei Templari da parte di Filippo il Bello e Clemente V), ma un esplicito rapporto con l’eresia catara (la cui polemica antipapale, i motivi pauperistici e il rigore religioso ricordano talvolta certe posizioni dantesche). Ma ahimè, appena si nominano Templari e Catari spuntano subito fuori gli occultisti, strato più basso della peraltro non disprezzabile, “cultura esoterica”. È così che la questione di Dante e dei Fedeli d’Amore arricchendosi di nuove congetture unite a scoperte strabilianti passa nelle mani di Joséphin Peladan (detto Sar Mérodack), fondatore nel 1888 col marchese Stanislas de Guaita e Oswald Wirth dell’Ordine Cabbalistico della Rosa + Croce, poi di Alphonse Louis Constant (in arte Eliphas Levi), che nelle loro opere estendono ancora l’equazione nei termini seguenti: Fedeli d’ Amore = Catari = Gioanniti = Cabalisti = Gnostici = Ermetisti = Templari = Rosa + Croce. Quelli che seguiranno, sulla traccia di ermeneutiche “esoteriche”, in Italia e fuori, non faranno – tranne rare eccezioni – che accrescere la confusione, contraddicendosi a vicenda e interpretando fuggevoli indizi ciascuno secondo la propria ottica precostituita. Così per il Valli, il Ricolfi, l’Alessandrini, seguaci delle tesi rossettiane, i Fedeli d’Amore (e fra loro Dante) esprimono tendenze filo- imperiali patriottiche con coloriture dottrinali vicine ai Templari e ai futuri Rosa + Croce, ma senza alcun connubio con l’eresia catara. Per l’Evola, che ne accetta il carattere di “milizia ghibellina” (con dei “distinguo” per Dante), essi costituiscono una corrente esoterica superiore iniziaticamente al Catarismo e al cristianesimo in genere, ma già degradata rispetto all’ethos templare, sia a causa del carattere estatico-contemplativo, sia leI ruolo centrale assegnato alla donna vista ora come simbolo dell’Intelletto ora della Sapienza santa, secondo moduli platonizzanti ,ovvero prettamente gnostici (Pistis Sophia). Da Guénon e dal Burckhardt viene invece rilevata l’ascendenza islamica (specificamente sufica con qualche venatura cabalistico-ermetica) nell’opera di Dante: i Fedeli d’amore, data per scontata la filiazione dai Templari, avrebbero avuto nozione, tramite quest’ordine a lungo soggiornante nel Vicino Oriente, delle dottrine esoteriche arabo-ebraiche. Il Reghini individua nella setta una matrice politica ultra-ghibellina, fa di Dante un imperialista pagano e scorge nel linguaggio “segreto” dei fedeli d’amore una concezione iniziatica di stampo pitagorico (la simbologia numerica nella commedia) con forti componenti anticristiane (contrariamente a Guénon) e proto-massoniche (contrariamente all’Evola).

Denis de Rougemont, infine, riesumando le teorie dell’Aroux e del Péladan, anche se con atteggiamento possibilista venato di eclettismo, la versione di un Dante eretico, permeato come gli altri suoi confratelli dalla dottrina albigese, per lui, sulla base dell’assioma non del tutto infondato Trovatori=Catari, anche il grande fiorentino, conoscitore delle tesi provenzali sull’amor cortese, poteva esser rimasto influenzato dall’eresia che nel XII secolo percorse e contaminò tutto il sud della Francia come una lebbra.

Nella molteplicità degli approcci critici come nella diversità dei loro esiti, emergono alcuni punti fermi sui quali tutti questi autori sembrano concordare: I Fedeli d’amore costituivano una società segreta impiegante un linguaggio che si articolava su un duplice binario semantico: quello essoterico della poesia e trattatistica amoroso-galante del tempo, e quello esoterico del messaggio iniziatico-politico per la cerchia ristretta di chi sapeva intendere. Alla setta sarebbero appartenuti non solo Dante, Cavalcanti, Guinizelli, Cino da Pistoia ma anche Dino Compagni, Giovanni Villani, Francesco da Barberino, Cecco d’ Ascoli; come dire il fior fiore della cultura letteraria italiana dal XIII al XIV secolo.

Che ipotesi del genere non fossero completamente infondate e prive di agganci plausibili, è dimostrato dal fatto che lo stesso mondo accademico, nella persona di alcuni suoi rappresentanti, non rimase indenne da certe suggestioni. Solo per rimanere all’Italia, basti ricordare nel secolo scorso Francesco Paolo Perez, titolare di letteratura italiana a Palermo, poi senatore e ministro, che nel 1865 diede alle stampe la Beatrice Svelata, e Giovanni Pascoli, che influenzato dalle sue letture mistico-occultistiche pubblicò nel 1898 Minerva oscura, poi, successivamente, Sotto il velame e La mirabile visione. Ma l’ambiente universitario ortodosso, in mancanza di una documentazione storica probante, posto di fronte alla scarsa filologia (surrogata da un’abbondante ideologia) di molti fra questi esegeti, se lascia cadere nel silenzio le “scoperte” degli esoteristi su Dante e i Fedeli d’Amore (a volte anche per sostanziale ignoranza di alcuni testi in materia) non può tollerare che fra le sue stesse file si coltivino fumose fantasticherie, Avviene così che alla presentazione del volume Minerva oscura all’Accademia dei Lincei, presidente di commissione il Carducci, questi deplorerà le presunte novità scoperte dal Pascoli rimproverandogli la scarsa conoscenza della vasta critica esistente sull’opera dantesca. E il Croce, sempre implacabile contro ogni tendenza misticheggiante, bollerà il secondo volume pascoliano Sotto il velame (fra i più cari al cuore del suo autore) come “singolare aberrazione”.

Non è possibile qui dare conto di tutte le obiezioni che possono muoversi alle interpretazioni cosiddette “esoteriche” della questione, né degli spunti intuitivi felici che a volte le hanno contrapposte alla critica letteraria ufficiale. Ci limiteremo perciò a qualche cenno sufficiente a giustificare almeno le nostre conclusioni provvisorie.

Innanzitutto è opportuno scindere in qualche misura la corrente dei Fedeli d’ Amore (se pure furono mai una setta vera e propria) dallo stesso Alighieri.

Su una tale organizzazione infatti non esistendo, come avvertimmo agli inizi, pressoché alcuna documentazione, ogni ipotesi, ove trovi appigli plausibili, appare lecita. Non è però lecito operare connubi o congetturare filiazioni impossibili in presenza di dati storico-dottrinali incontestabili. Se i Fedeli d’Amore risentirono l’influsso dell’eresia albigese e adottarono la concezione catara sull’ eros e la donna, molto difficilmente potevano al tempo stesso incorporare la regola templare misogina e guerriera.

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È vero che molti Catari furono strenui combattenti, ma in funzione essenzialmente difensiva, allorché si avvidero nella morsa inesorabile che andava stringendosi intorno a loro. Per l’Ordine del Tempio invece l’esercizio delle armi rivestì sempre il carattere di difesa del più debole, mentre l’esperienza bellica secondo l’ethos eroico-cavalleresco fu intesa sempre come via di realizzazione spirituale. È vero che sia i Catari quanto i Templari furono accusati di eresia, ma lontane sono le radici delle rispettive eterodossie: manichea, estatica, orientaleggiante la prima; sufica, operativa, ermetico-alessandrina la seconda. Va inoltre ricordato a tutti i sostenitori della matrice ghibellina dei Fedeli d’Amore, che parimenti sostengono l’influenza albigese e templare sulla setta, l’origine propriamente “guelfa” di ambedue questi fenomeni. Se il catarismo si sviluppò su istanze pauperistiche antitemporali più che realmente anticristiane, e l’alleanza con alcuni grandi feudatari di Provenza e linguadoca fu dettata prevalentemente dal confluire di interessi comuni in quella contingenza storica più che da un effettivo ghibellinismo, l’Ordine del Tempio, come tutti sanno, ebbe il suo patrono in S. Bernardo di Chiaravalle e l’investitura, i vari benefici, i riconoscimenti pontifici non confortano certo una tesi filo imperiale nei suoi riguardi: Rapportando poi la questione a Dante ed esaminandola alla luce di certi passi della Commedia, le posizioni di molti interpreti “esoterici” divengono insostenibili o comunque altamente improbabili.

L’Alighieri innanzi tutto afferma al di fuori di ogni ragionevole dubbio la sua avversione ad ogni eresia, particolarmente a quella albigese, sia facendo rivolgere da S. Bonaventura di Bagnoregio una fervida lode a S. Domenico per la sua opera di difesa dell’ortodossia contro il catarismo {Par., XII, vv. 97-102), sia rivolgendosi egli stesso con trepida devozione a Folchetto da Marsiglia (Par, IX, vv. 73 sgg.) insigne trovatore provenzale divenuto nel 1205 vescovo di Tolosa e successivamente distintosi come uno dei più feroci persecutori, insieme con l’ordine cistercense, dell’eresia contro cui mosse l’esercito guidato da Simone di Montfort.

Viceversa, molti di coloro che i rossettiani, l’Aroux e il Péladan annoverano tra i Fedeli d’Amore vengono inequivocabilmente condannati da Dante e collocati nell’inferno. Così Cavalcante Cavalcanti, e potenzialmente il figlio di lui Guido (pur fra gli amici più cari al poeta) che Beatrice “ebbe a disdegno”, sono posti nel VI cerchio con gli eresiarchi.

Lì, negli avelli infuocati, giace anche l’imperatore Federico II, alla cui corte, a detta di alcuni esegeti, sarebbe stata tenuta a battesimo la setta “ghibellina” del Fedeli d’Amore. Né sorte molto diversa vien fatta toccare al suo segretario Pier delle Vigne, secondo i rossettiani il vero protettore di quell’associazione segreta: mutato in pruno sconta la sua pena nel II girone del VII cerchio in mezzo ai suicidi.

Quanto a coloro che sostengono, come il Guénon e il Burckhardt, la filiazione templare di Dante, viene naturale porre un quesito: se l’Ordine Templare, come è ormai assodato da molteplici studi critici, possedeva profonde conoscenze alchemiche, tanto da esprimere nel simbolo del Baphomet una vera sintesi dei principi della Scienza Ermetica, come è possibile che un suo affiliato accettasse la versione più superficiale e riduttiva di essa, propria degli esegeti profani? dante infatti colloca nella X bolgia gli alchimisti facendoli rappresentare dai due falsificatori di metalli Griffolino d’Arezzo e Capocchio da Siena.

A tutti quelli, infine, che, in assenza di prove documentali accrescono la schiera ghibellina e anticattolica dei Fedeli d’amore con personaggi illustri contemporanei di Dante, suggeriamo almeno di espungere il nome di Francesco da Barberino: questi infatti dal 1327 (anno del rogo di Cecco d’Ascoli) al 1333 figura fra gli ufficiali che affiancano l’inquisitore di Firenze nel suo “ardente” ufficio.

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Bastano questi pochi esempi a far avvertire come, appena si esamini la questione affrontata qui brevemente, anche sulla griglia di elementi eterogenei, essa paia sbriciolarsi e quasi dissolversi fra le mani del ricercatore. E del resto, se si scinde – come noi abbiamo suggerito – la figura dell’Alighieri dal misterioso movimento dei Fedeli nel tentativo di sanare almeno qualche macroscopica aporia, cosa resta realmente, visto che proprio in Dante ricorre più frequentemente l’espressione “fedele d’ Amore” col relativo lessico? Resta, a nostro giudizio, soltanto ,”l’esoterismo di Dante”, con questo termine intendendo però non le straordinarie conoscenze iniziatiche attribuite dagli occultisti a un Dante templare’ Maestro dei Misteri’.

Piuttosto un Dante attraverso la cui immensa dottrina si filtra la complessa cultura classica e medioevale, fatta anche di astrologia, magia, alchimia, come di mitologia, teologia, filosofia. Un Dante (e qui la documentazione storica esiste) in relazione col poeta-cabalista ebreo Salomon ben Jekuthiel (1270-1330) e a conoscenza, lo ha dimostrato inoppugnabilmente il filologo Miguel Asin Palacios, del Kitab el-isrâ e delle Futûhât el-Mekkiyah di Mohyiddin ibn Arabi, opere anteriori alla Commedia di circa ottanta anni, la cui influenza sul poema è difficilmente negabile. Dante conosceva certamente anche il Roman de la Rose con tutte le sue allusioni alchemiche, e non è un caso che alcuni gli attribuiscano la paternità del poemetto anonimo Il Fiore che di quello è un rifacimento ridotto.

Il problema è sempre vedere fino a che punto egli abbia aderito a certe proposizioni ed istanze, o se ne sia semplicemente servito per elaborare un pensiero nuovo, talvolta addirittura antitetico. Giustamente è stato osservato che il grande fiorentino

…spicca assai più come un poeta e come un combattente che non come l’affermatore di una dottrina priva di compromessi

e che

…malgrado tutto Dante abbia avuto come punto di partenza la tradizione cattolica, che si sforzò di innalzare ad un piano relativamente iniziatico…

Certo le suggestioni, quando si affrontano argomenti del genere, sono molte e pericolosamente seducenti. È stata sollevata l’ipotesi che Dante potesse aver mutuato certe conoscenze esoteriche da Brunetto Latini autore del Livre du Tresor in lingua d’oil e del “Tesoretto” in volgare. Ma se così fosse – ci chiediamo – perché mai Brunetto è posto dal suo illustre discepolo nel III girone del VII cerchio infernale, tra la schiera infamante dei sodomiti?

Luciano Pirrotta

Dante e i fedeli d’Amore

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I debiti di Leonardo da Vinci nei confronti di Leon Battista Alberti: la rappresentazione di una “storia”

Leonardo da Vinci non si preoccupa della propria educazione letteraria e della sua preparazione teorica fino al trasferimento a Milano nel 1482, presso la corte di Ludovico il Moro: qui, stimolato forse dalle discussioni scientifiche createsi attorno al cantiere del tiburio del Duomo di Milano, avverte il desiderio di colmare le sue importanti lacune e di competere con le maggiori figure d’architetti, ingegneri ed eruditi allora disponibili.

L’Uomo vitruviano, disegno di Leonardo Da Vinci

Come si può rilevare dai suoi manoscritti dell’epoca, Leonardo accompagna lo studio del latino a quello dei più autorevoli trattati antichi (il De architectura di Vitruvio) e moderni (il De re aedificatoria di Leon Battista Alberti); dalla fine degli anni Ottanta del secolo diventano però più fitti (ma sempre critici) i riferimenti alle opere di Alberti, tanto nei contributi di geometria e meccanica quanto negli studi d’ingegneria navale, d’idraulica e d’architettura – un fertile confronto che si manterrà stabile per oltre vent’anni, e che vede una profonda condivisione di ideali anche a livello socio-politico fra i due geni del Rinascimento. Si può dimostrare questa tesi prendendo in esame, ad esempio, come Leonardo e il genio a lui precedente hanno affrontato il problema di rappresentare una historia.

Non c’è in Alberti indicazione su come vadano disegnate mimiche e pose dei personaggi di una “storia” che non si ritrovi anche negli appunti di Leonardo: ciò fa pensare che quest’ultimo abbia letto il De pictura di Alberti, ed è interessante analizzare non solo come egli ne arricchisca notevolmente i concetti, ma anche come ne modifichi di volta in volta il lessico.

https://i2.wp.com/www.historiaproject.com/wp-content/uploads/2019/10/8e29708968d835a9367c2d4cae038fac.jpg?resize=372%2C366&ssl=1Proporzioni geometriche della facciata della chiesa di Santa Maria Novella, progetto di Leon Battista Alberti

Per fare un primo esempio, se Alberti associa semplicemente a ogni “affetto” uno o più modi di rappresentarlo, Leonardo amplia il discorso portando anzitutto l’attenzione del pittore al dovere di ritrarre quanto vede da sé nella Natura, come fosse specchio di essa: a tale scopo, esorta a portare sempre con sé un taccuino ove annotare tutti i moti dell’animo visibili in Natura, e di studiare quanti più volti e parti del corpo diversi in essa; in secondo luogo, Leonardo raccomanda di indagare molto dettagliatamente le cause dei moti dell’animo, procedendo dalla manifestazione esterna a ciò che la provoca, per ottenere una sorta di inventario antropologico che non avrà valore di “codice universale”, ma sarà sempre un parziale e bizzarro catalogo della varietà in Natura.

                                                                     Illustrazioni di Leonardo Da Vinci

Concludendo la nostra analisi del debito di Leonardo nei confronti dell’Alberti, se per quest’ultimo nella “storia” si può avere un catalogo dei moti dell’animo umano e delle loro manifestazioni, raffigurate conformi alla forza dell’affetto, all’età, al sesso e allo stato sociale del personaggio, Leonardo condivide quanto proposto dall’Alberti ma arricchisce ancora una volta i suoi assunti: mentre nel XV secolo il ritratto di una sola persona o di due di profilo sono ancora rari e privi di “psicologismo”, nella “storia” è possibile una sorta di ritratto collettivo; nelle “storie” esistono infatti combinazioni sempre differenti dei moti dell’animo, e osservando ciascun personaggio si ha a che fare con l’intera natura dell’uomo, si ha prova della varietà del mondo, poiché ogni persona è una pluralità potenziale di doti, capacità, movimenti – si ottiene dunque la fenomenologia dell’anima umana sostanziale, che passa senza la più piccola differenza nella fenomenologia di tutto quanto esiste ed è percepibile (animali, piante, panneggi…).

Silvia Frison

I debiti di Leonardo da Vinci nei confronti di Leon Battista Alberti: la rappresentazione di una “storia”

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Rivelare il libro dell’Apocalisse (parte 1) – Adrian Gilbert

Rivelare i codici segreti nel Libro dell’Apocalisse. (Parte 1)

Quelli di voi che hanno letto il mio libro Segni Celesti potrebbero ricordare che ha fornito le date del 21 e 29 giugno 2000 come l’inizio degli “ore finali” come descritto nel Libro dell’Apocalisse. Le mie argomentazioni per scegliere queste date sono piuttosto dettagliate. Basti pensare che il punto centrale era che la figura dei capitoli 1-3 dell’Apocalisse chiamava “l’alfa e l’omega, il primo e l’ultimo” è simbolico della costellazione di Orione nel suo ruolo di guardiano; la posizione dello “stargate” di Orione è tale che il sole è posto lì al solstizio d’estate; e che il 29 giugno tutti e sette i “pianeti degli antichi” furono riuniti, come lampade, attorno a Orione.

Il quarto capitolo di Apocalisse inizia con le parole: “E dopo ciò [Giovanni] guardai, ed ecco, in cielo una porta aperta.” Parlo di queste parole con gli eventi che si svolgono nel cielo in quel momento, l’apertura simbolica “dello stargate” che si trova sopra Orione, all’incrocio dell’equatore eclittico e galattico e alla congiuntura delle costellazioni del Toro e Gemelli.

Questo capitolo continua con la visione del cielo di Giovanni e dei quattro cherubini collegati ai segni fissi dello zodiaco: il leone (Leone), il bue (Toro), l’uomo (Acquario) e l’aquila (Aquila a cui è legata Scorpione). La descrizione del trono di Dio ci dice che è seduto sopra o “Sopra” la creazione stellare; l’universo in cui Dio può essere incontrato di persona non è di questo mondo o anche quello delle stelle: è nei regni che sono “più alti” di tutta la creazione fisica.

Il capitolo 5 riguarda l’identificazione dell’Agnello (simbolico del Cristo risorto): l’unico essere abbastanza degno di aprire i sette sigilli che legano il rotolo dando i giudizi di Dio sulla Terra.

Il capitolo 6 documenta ciò che accade quando ciascuno di questi sigilli viene aperto, uno per uno. I primi quattro sigilli si riferiscono ai “Quattro cavalieri dell’Apocalisse”: Conquista imperiale, Guerra, Misurazione e Morte. Il quinto rivela le anime dei martiri e il loro appello alla vendetta contro coloro che li uccisero. Il sesto porta terremoti in quello che sembra essere un tempo di eclissi lunare a cui segue lo spostamento dell’asse terrestre. Questo porta paura e panico a tutti i vivi sulla terra, ricchi e poveri allo stesso modo, poiché insieme affrontiamo il giorno del giudizio.

Il capitolo 7 porta il suggellamento e la marcatura dei fedeli: prima i 144.000, con 12.000 di ciascuna delle dodici tribù di Israele; quindi una moltitudine enorme da tutte le altre nazioni della terra.

Il capitolo 8 porta l’apertura del settimo sigillo e all’inizio un grande silenzio. Questo è seguito dalle prime quattro trombe di sette angeli. Ogni esplosione porta una calamità sulla terra. Un terzo della terra viene bruciato, un terzo dei pesci nel mare viene ucciso quando viene colpito da una grande roccia e un terzo delle navi viene distrutto; una stella (asteroide?) chiamata assenzio colpisce la terra e rende amaro un terzo di fiumi e fontane; il sole, la luna e le stelle sono colpiti in modo che anche un terzo della loro luce sia offuscata.

Il capitolo 9 porta ulteriori calamità. Una “stella” (in questo caso sembrerebbe un essere angelico) cade sulla terra e apre la porta a un condotto che conduce all’inferno. Dall’albero emergono locuste demoniache con il potere di ferire gli uomini per cinque mesi. Questo termina il primo “guai” … e così continua.

Tutto ciò è terrificante se ciò che ho scritto in Segni Celesti è vero, potrebbe accadere molto presto. Potremmo discutere il significato di tutto il simbolismo in questi e altri capitoli e un giorno forse lo faremo. Tuttavia, ora voglio passare al capitolo 13.

Questo capitolo descrive la regola blasfema della “Bestia”. Viene descritta come sollevarsi dal mare, con dieci corna e sette teste e dieci diademi sulle sue teste. È descritta come un leopardo (cioè un grande gatto che caccia nel buio) ma con i piedi come un orso (potere schiacciante), la bocca come un leone (tiranico come un monarca assoluto). A questa bestia viene dato il potere del Drago e sebbene una testa della bestia sia ferita dal potere del drago, viene miracolosamente guarita.

Sospetto che ciò simboleggi la riemersione dell’Impero romano, che nel libro di Daniele è simboleggiato come un leopardo. Questa nuova “Bestia” sembrerebbe quindi rappresentare l’Unione Europea, che attraverso la furtività (leopardo) ha preso il potere dalle nazioni costituenti d’Europa e, sospetto, presto si unirà alla Russia: la nazione dell’ grande orso.

Gli uomini adorano il drago (cioè voltano le spalle alle idee di salvezza e autosviluppo e sprecano le loro energie psichiche sull’edonismo). A questa bestia viene dato il potere dal drago di dominare la terra per tre anni e mezzo.

È anche aiutato da una seconda bestia, che ha due corna come un agnello ma parla come un drago. Questo mi suggerisce una falsa parodia del cristianesimo (religione dell’Agnello): una chiesa che è satanica nei suoi insegnamenti sebbene sembri, almeno dall’esterno, l’articolo genuino. Questa chiesa, direi, è già tra noi e sta diffondendo falsi insegnamenti sulle origini e lo scopo dell’uomo.

Essere obbligati, a pena di morte, ad adorare l’immagine della bestia è un riferimento sia al Libro di Daniele (culto dell’immagine di Nabucodonosor) sia all’impero romano, dove tutte le persone dovevano adorare le statue di Cesare come se erano dei. Il rifiuto di fare questo è ciò che ha messo i primi cristiani in rotta di collisione con le autorità romane e ha portato al loro lancio su leoni, leopardi, orsi e altri animali selvatici.

Il drago stesso ha diversi significati come simbolo. Innanzitutto è la costellazione di Draco, che nell’antichità egizia conteneva l’allora stella nord Thuban. Come tale simboleggia il controllo dell’asse terrestre e dei vortici magnetici che entrano e escono dal nostro pianeta attraverso i poli. Ciò è strettamente collegato all’idea della reincarnazione e della nostra incapacità di individui di uscire dal ciclo della vita per fuggire attraverso le porte delle stelle. La nostra attuale stella polare si trova nella Costellazione dell’Orso, ma il drago si arriccia ancora.

Questo porta al secondo significato del drago che è “luce astrale” o “materiale” magnetico da cui sono fabbricati i nostri corpi astrale o “sangue”. Esotericamente, dobbiamo cristallizzare questo corpo per sfuggire all’attrazione magnetica della terra. Nel linguaggio cristiano è l’abito da sposa che dobbiamo indossare se vogliamo partecipare alle nozze di Cristo. È la corruzione di questo livello del nostro essere da parte dell’inquinamento del livello astrale che ci rende così difficile resistere alla tentazione. È come essere circondati da una nebbia di pensieri ed emozioni confusi che non sono nemmeno nostri: li prendiamo come una radio dall’astrale. In questa zuppa di piselli, non siamo in grado di manifestare la nostra vera identità e il nostro scopo di figli e figlie di Dio. Peggio ancora, non riusciamo a realizzare l’abito da sposa mentre sono vivi e siamo quindi costretti a tornare qui ancora e ancora.

Il terzo significato del drago è il percorso della luna. L’orbita della luna attraversa quella del sole (in realtà la terra) in due punti del cielo: il caput draconis (la testa del drago) e il cauda draconis (la coda del drago). Le eclissi possono verificarsi solo quando sia il sole che la luna si trovano l’uno o l’altro (o entrambi contemporaneamente) di questi punti.

Nella tradizione esoterica si dice che la luna prende energia magnetica dalla terra che altrimenti andrebbe a nutrire i corpi astrali dell’umanità. Possiamo fare volontariamente più di questa energia energetica (attraverso la preghiera, il digiuno e il sacrificio personale) e usarla per il pagamento o possiamo farcela prendere con forza attraverso la morte prematura in guerra. Questo, tuttavia, è un altro argomento che non voglio approfondire qui.

Il capitolo 13 si conclude con la rivelazione agghiacciante che non saremo in grado di acquistare o vendere nulla a meno che non abbiamo sul palmo o sulla fronte il “marchio della bestia”, che è il suo nome o il numero del suo nome. Questo, ci viene detto, è 666.

Nel prossimo saggio di questa serie, esamineremo il significato di questo numero. Questo è qualcosa che è stato deliberato dai filosofi per secoli. Tuttavia, ho alcune nuove idee che penso possano far luce su questo argomento e spero che scateneranno alcune discussioni tra noi al college.

Adrian Gilbert

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L’Antico Egitto – Tra misteri e scoperte

Sabato 12 Ottobre 2019 a Cavriglia (Ar)

Una giornata interamente dedicata all’Egitto:
“L’Antico Egitto: tra misteri e scoperte”
ospite lo scrittore inglese best-seller Adrian Gilbert.

Mattino: ore 9.00 Auditorium del Museo Mine a Castelnuovo dei Sabbioni incontro riservato ai ragazzi delle scuole
Programma:
– Saluti istituazionali dell’Amministrazione Comunale
– Introduzione all’Antico Egitto a cura di Leonardo Lovari
– “Piramidi, geometria e connessioni stellari” di Adrian Gilbert

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Pomeriggio: ore 18.00 Teatro Comunale di Cavriglia (Piazza Berlinguer) incontro pubblico gratuito e aperto a tutti.
Il programma:
– Saluti istituazionali dell’Amministrazione Comunale
– Presentazione Harmakis Edizioni e la Stele del Sogno a cura di Leonardo Lovari
– “Osiride, Stelle, Piramidi e resurrezione” di Adrian Gilbert

Ingresso Gratutito

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The adventures of Belzoni, the Italian Indiana Jones who rediscovered ancient Egypt

Few people know that the character of Indiana Jones, born from the imagination of George Lucas, is inspired by a man who really existed. Moreover an Italian. His name was Giovanni Battista Belzoni, from Padua, who lived between the eighteenth and nineteenth centuries. If Indiana Jones’s life seems adventurous to you, it’s because you haven’t read Belzoni’s memoirs.

To the delight of enthusiasts, a new edition of Viaggi in Egitto and Nubia, published by Harmakis, has just been published (pages 190, € 16). The volume, written and published by Belzoni in 1820, after his definitive return from Egypt, and translated into various languages, obtained an extraordinary success and made him a man famous throughout the world. Even Tsar Alexander I received him in St. Petersburg giving him a precious topaz ring surrounded by twelve diamonds. Belzoni was an unusual individual from the outset. More than two meters tall, he possessed a prodigious force: he was able to lift ten men who had been placed on a support loaded on his shoulders. Handsome, self-confident, self-controlled, he possessed charm and charisma at will. As soon as he entered a room, people looked at him admiringly, as if subdued by his presence. The viceroy of Egypt, Muhammad Ali, a grim and ruthless man, was impressed by his respectful but casual manner.

Belzoni was born in 1778. As a boy he had assisted his father in his barber shop. At sixteen he moved to Rome to study hydraulic engineering: here he was passionate about archeology. But when Napoleon’s troops fell he had fled to the sly, also to avoid being drafted into the Armée. Having reached England in 1803 (a country he began to love almost as much as his native country), he married a young woman from Bristol, Sarah Banne. With the hopes of finding employment in the field of hydraulic engineering (in England the studies in that sector were at a much more advanced stage), he thought of exploiting his physical skills starting to perform in popular theaters like “Samson of Patagonia” before, and as a magician and magician then, between severed hands and women sawed in two. He also became famous for aquatic shows, complete with simulated naval battles. A period for which he later felt ashamed and tried in every way to forget (when someone reminded him of it he was furious).

But his life took a turn during his first trip to Egypt (at the time a province of the Ottoman Empire), after a brief stay in Malta. Once arrived in the land of the pharaohs, in Alexandria, with his wife and faithful Irish servant in tow, after a period of quarantine due to the plague that scourged the city, he came into contact with the circles linked to the British secret services, who thought they use him both as an informant and for the recovery of valuable archaeological finds located in high-risk areas. In those years, also thanks to the spectacular Napoleonic expedition in the land of the pyramids, with artists and scholars in tow, a fever blazed up for all that was Egyptian: the obelisks taken from the desert went to adorn the Parisian and London squares, and mummies, sarcophaguses and statues began to fill the halls of the main European museums.

Actually Belzoni had come to Egypt to build an innovative hydraulic machine for watering fields to sell to the viceroy, in the hope of producing them in series and getting rich. But some court officials had managed to wreck his projects by sabotaging the prototype, which had jammed right under Muhammad Ali Pascià’s implacable eyes.

Left penniless Belzoni had agreed to work for the British consul general, Sir Henry Salt. At that time a race was in progress between the French and the British for the possession of the most precious finds scattered in the various archaeological sites of the immense country. Soon between Belzoni, in the service of the British, and Bernardino Drovetti, general consul of France with solid relations at court, the rivalry reached its climax, and the two did not spare the low blows, even coming to the hands (needless to say who had the worst ). Belzoni was one of the few who dared venture along the Nile to Upper Egypt and even in Nubia, a wild and extremely dangerous land, inhabited by belligerent tribes, always at war with each other; the only one who has the guts to climb into dark and mephitic caves, and to venture along dark tunnels and sprinkled with human bones and skulls. During these expeditions, at the risk of his life (in several circumstances, armed with his inseparable guns, he had had to show strength and cold blood, defending himself against the rapaciousness of the local populations and the marauders of the desert), he managed to bring to light in the arch five years (from 1815 to 1819) finds of immense value, then transported to England and sold to the highest bidder, mostly at the British museum, where we can still admire them. The clashes with Drovetti (part of whose collection was sold in 1824 to the King of Sardinia, to then find a worthy place in the Egyptian Museum of Turin) became more and more frequent and violent, until it culminated in a process following which Belzoni was forced to leave Egypt forever (being able to count the rival on the support of the viceroy). The enmity between the two had become legendary. Drovetti, an explorer and art collector, a cultured man and gifted with great charm, had Piedmontese origins, but was closely linked to Napoleon; therefore after the definitive fall of the course he was recalled to his homeland but, refusing to obey, he ended up putting himself at the service of the viceroy of Egypt: returned to Piedmont many years later, he died at the age of 76 in Turin (according to some in a mental hospital ).

As for Belzoni, who became an expert in Egyptology, during his expeditions along the Nile he became the protagonist of extraordinary discoveries and discoveries. After succeeding in the task of transporting the colossal bust of Ramses II from Luxor (the ancient Thebes) to London (which at the time was thought to represent the mythological Ethiopian king Memnon, a descendant of the Trojan king Priamus), first, in 1817 , succeeded in penetrating the rupestrian temple of Abu Simbel, built in the 13th century a. C. by the pharaoh Ramses II and at the time of Belzoni considered inaccessible. The monumental temple, located in the current governorate of Aswan, on the shore of Lake Nasser, had been discovered four years earlier by the Swiss explorer and orientalist Johann Ludwig Burckhardt, who, having become a friend of the Italian, had encouraged and supported him in many of his exploits .

After having brought to light precious statues in Karnak and in the Valley of the kings (including an imposing statue of Amenofi III and the sarcophagus of Ramses III, sold to King Louis XVIII and now exhibited in the Louvre), Belzoni succeeded where many had failed, beating Drovetti over time who wanted to use explosives to break through: it was he who identified the entrance to the pyramid of Chefren, in Giza, in which, as he used to do, he affixed his showy signature (although it soon became clear that the pyramid had been violated six hundred years before by the Arabs). But his most important discovery was undoubtedly the discovery, in the Valley of the Kings, of the marvelous tomb of Pharaoh Seti I (father of Ramses II), entirely decorated with paintings and bas-reliefs in a blaze of colors, and still marked today as tomb Belzoni.

It seems incredible but all this was not enough to make him a rich man. Having often had to personally bear the costs of his expeditions (and perhaps not being cut out for business), from the sale of the numerous artifacts he conducted in Europe and from the success of his book, Belzoni barely got enough to pay off the debts accumulated over the years. Disappointed and discontented, also because he was snubbed by the academic world who judged him nothing more than an amateur and an adventurer, in 1823, after having stayed in Padua (which welcomed him as a hero), he decided to embark on a mad undertaking but, to his judgment, he would have handed him over to the legend: he would have left for the legendary Timbuktu, the city with the golden roofs, in Mali, and in search of the sources of the Niger river, despite the opposition of his wife (from Benin and Mali, yes he said, no explorer had ever returned. And in fact the fate was lurking: shortly after landing in Africa, in the Gulf of Benin, and having reached the river port of Gwato, Belzoni was assaulted by a violent fever and, after having tried to cure himself with opium and castor oil, he died of dysentery. Not before sipping a cup of tea and writing his last letter addressed to his wife (who for the first time refused to take with her despite the woman’s insistence). It was December 3, 1823. He was buried at the foot of a large tree, in a trench three meters deep, under a stone tombstone. Today there is no trace of the tombstone. And not even the tree is known anymore.

http://www.ilgiornale.it/news/avventure-belzoni-lindiana-jones-italiano-che-riscopr-1741048.html

 

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Le avventure di Belzoni, l’Indiana Jones italiano che riscoprì l’antico Egitto

Pochi sanno che il personaggio di Indiana Jones, nato dalla fantasia di George Lucas, è ispirato a un uomo realmente esistito. Per di più un italiano. Il suo nome era Giovanni Battista Belzoni, padovano, vissuto a cavallo tra Sette e Ottocento. Se la vita di Indiana Jones vi pare avventurosa è perché non avete letto le memorie di Belzoni.

Per la gioia degli appassionati è appena uscita una nuova edizione di Viaggi in Egitto ed in Nubia, edito da Harmakis (pagg. 190, euro 16). Il volume, scritto e pubblicato da Belzoni nel 1820, dopo il suo definitivo ritorno dall’Egitto, e tradotto in varie lingue, ottenne uno straordinario successo e fece di lui un uomo famoso in tutto il mondo. Perfino lo zar Alessandro I lo ricevette a San Pietroburgo facendogli dono di un prezioso anello con topazio circondato da dodici diamanti. Belzoni era un individuo fuori del comune, fin dall’aspetto. Alto più di due metri, possedeva una forza prodigiosa: era capace di sollevare dieci uomini fatti salire su un sostegno caricato sulle spalle. Bello, sicuro di sé, dotato di autocontrollo, possedeva fascino e carisma a volontà. Non appena entrava in una stanza la gente lo guardava ammirata, come soggiogata dalla sua presenza. Lo stesso viceré d’Egitto, Muhammad Ali, uomo truce e spietato, rimase impressionato dai suoi modi rispettosi ma disinvolti.

Belzoni era nato nel 1778. Da ragazzo aveva assistito il padre nella sua bottega di barbiere. A sedici anni si era trasferito a Roma per compiere studi di ingegneria idraulica: qui si era appassionato all’archeologia. Ma alla calata delle truppe napoleoniche era fuggito alla chetichella, anche per evitare di venire arruolato nell’Armée. Raggiunta l’Inghilterra nel 1803 (Paese che prese ad amare quasi al pari di quello natio), si sposò con una giovane di Bristol, Sarah Banne. Deposte le speranze di trovare impiego nel campo dell’ingegneria idraulica (in Inghilterra gli studi in quel settore erano a uno stadio molto più avanzato), pensò di sfruttare le sue doti fisiche iniziando a esibirsi nei teatri popolari come «Sansone della Patagonia» prima, e come mago e prestigiatore poi, tra mani mozzate e donne segate in due. Divenne famoso anche per gli spettacoli acquatici, con tanto di battaglie navali simulate. Un periodo per il quale in seguito provò vergogna e che cercò in ogni modo di dimenticare (quando qualcuno glielo ricordava andava su tutte le furie).

Ma la sua vita andò incontro a una svolta durante il suo primo viaggio in Egitto (all’epoca una provincia dell’impero ottomano), dopo un breve soggiorno a Malta. Una volta giunto nella terra dei faraoni, ad Alessandria, con la moglie e il fedele servitore irlandese al seguito, dopo un periodo di quarantena dovuta alla peste che flagellava la città, entrò in contatto con gli ambienti legati ai servizi segreti britannici, che pensarono di servirsi di lui sia come informatore sia per il recupero di preziosi reperti archeologici situati in zone ad alto rischio. In quegli anni, anche grazie alla spettacolare spedizione napoleonica nella terra delle piramidi, con artisti e studiosi al seguito, divampava una febbre per tutto ciò che era egizio: gli obelischi sottratti al deserto andavano ad adornare le piazze parigine e londinesi, e mummie, sarcofaghi e statue cominciavano a riempire le sale dei principali musei europei.

In realtà Belzoni era venuto in Egitto per realizzare un’innovativa macchina idraulica per l’irrigazione dei campi da vendere al viceré, nella speranza di produrne in serie e arricchirsi. Ma alcuni funzionari di corte erano riusciti a far naufragare i suoi progetti sabotando il prototipo, che si era inceppato proprio sotto gli occhi implacabili di Muhammad Ali Pascià.

Rimasto senza un soldo Belzoni aveva accettato di lavorare per il console generale britannico, sir Henry Salt. A quel tempo era in corso una gara tra francesi e inglesi per il possesso dei più preziosi reperti sparsi nei vari siti archeologici dell’immenso Paese. Ben presto tra Belzoni, al servizio dei britannici, e Bernardino Drovetti, console generale di Francia con solide relazioni a corte, la rivalità raggiunse il culmine, e i due non si risparmiarono i colpi bassi, venendo perfino alle mani (inutile dire chi ebbe la peggio). Belzoni era tra i pochi che osavano avventurarsi lungo il Nilo fino all’Alto Egitto e perfino in Nubia, terra all’epoca selvaggia e pericolosissima, abitata da tribù bellicose, sempre in guerra tra loro; l’unico ad avere il fegato per calarsi in grotte buie e mefitiche, e ad avventurarsi lungo cunicoli bui e cosparsi di ossa e teschi umani. Durante queste spedizioni, a rischio della vita (in parecchie circostanze, armato delle sue inseparabili pistole, aveva dovuto dar prova di forza e sangue freddo, difendendosi dalla rapacità delle popolazioni locali e dei predoni del deserto), riuscì a riportare alla luce nell’arco di cinque anni (dal 1815 al 1819) reperti di immenso valore, poi trasportati in Inghilterra e venduti al migliore offerente, per lo più al British museum, dove ancora li possiamo ammirare. Gli scontri con Drovetti (parte della cui collezione fu ceduta nel 1824 al re di Sardegna, per poi trovare una degna collocazione nel Museo egizio di Torino) divennero sempre più frequenti e violenti, fino a sfociare in un processo a seguito del quale Belzoni fu costretto a lasciare l’Egitto per sempre (potendo contare il rivale sull’appoggio del viceré). L’inimicizia tra i due era divenuta leggendaria. Drovetti, esploratore e collezionista d’arte, uomo colto e dotato di grande fascino, aveva origini piemontesi, ma era legato a doppio filo a Napoleone; perciò dopo la definitiva caduta del corso venne richiamato in patria ma, rifiutatosi di obbedire, finì per mettersi al servizio del viceré d’Egitto: tornato in Piemonte molti anni dopo, morirà all’età di 76 anni a Torino (secondo alcuni in un manicomio).

Quanto a Belzoni, divenuto esperto di egittologia, nel corso delle sue spedizioni lungo il Nilo si rese protagonista di ritrovamenti e scoperte straordinarie. Dopo essere riuscito nell’impresa di trasportare da Luxor (l’antica Tebe) a Londra il colossale busto di Ramses II (che all’epoca si riteneva raffigurasse il mitologico re etiope Memnone, discendente del re troiano Priamo), per primo, nel 1817, riuscì a penetrare nel tempio rupestre di Abu Simbel, fatto erigere nel XIII secolo a. C. dal faraone Ramses II e all’epoca di Belzoni ritenuto inaccessibile. Il monumentale tempio, situato nell’attuale governatorato di Assuan, sulla riva del lago Nasser, era stato scoperto quattro anni prima dall’esploratore e orientalista svizzero Johann Ludwig Burckhardt, che divenuto amico dell’italiano lo aveva incoraggiato e appoggiato in molte delle sue imprese.

Dopo avere portato alla luce preziosissime statue a Karnak e nella Valle dei re (tra cui un’imponente statua di Amenofi III e il sarcofago di Ramses III, venduto a re Luigi XVIII e oggi esposto al Louvre), Belzoni riuscì dove molti avevano fallito, battendo sul tempo Drovetti che voleva impiegare dell’esplosivo per aprirsi un varco: fu lui infatti a individuare l’accesso alla piramide di Chefren, a Giza, all’interno della quale, come era solito fare, appose la sua vistosa firma (anche se ben presto fu chiaro che la piramide era stata violata seicento anni prima dagli arabi). Ma la sua scoperta di maggiore rilievo fu senz’altro il ritrovamento, nella Valle dei re, della meravigliosa tomba del faraone Seti I (padre di Ramses II), interamente decorata con pitture e bassorilievi in un tripudio di colori, e ancora oggi contrassegnata come tomba Belzoni.

Sembra incredibile ma tutto questo non bastò a fare di lui un uomo ricco. Avendo dovuto spesso sostenere personalmente le spese delle sue spedizioni (e forse non essendo tagliato per gli affari), dalla vendita dei numerosi reperti da lui condotti in Europa e dal successo del suo libro Belzoni ricavò appena di che estinguere i debiti accumulati negli anni. Deluso e scontento, anche perché snobbato dal mondo accademico che lo giudicava niente più che un dilettante e un avventuriero, nel 1823, dopo avere soggiornato a Padova (che lo accolse come un eroe), decise di imbarcarsi in una impresa folle ma che, a suo giudizio, lo avrebbe consegnato alla leggenda: sarebbe partito alla volta della leggendaria Timbuctù, la città dai tetti d’oro, nel Mali, e alla ricerca delle sorgenti del fiume Niger, nonostante la contrarietà della moglie (dal Benin e dal Mali, si diceva, nessun esploratore era mai tornato). E difatti il fato era in agguato: poco dopo essere sbarcato in Africa, nel golfo di Benin, e avere raggiunto il porto fluviale di Gwato, Belzoni fu assalito da una febbre violenta e, dopo avere tentato di curarsi con oppio e olio di ricino, morì di dissenteria. Non prima di avere sorbito una tazza di tè e avere scritto la sua ultima lettera indirizzata alla moglie (che per la prima volta aveva rifiutato di portare con sé nonostante le insistenze della donna). Era il 3 dicembre 1823. Fu sepolto ai piedi di un grosso albero, in una fossa profonda tre metri, sotto una lapide di pietra. Oggi della lapide non vi è traccia. E nemmeno l’albero si sa più quale sia.

http://www.ilgiornale.it/news/avventure-belzoni-lindiana-jones-italiano-che-riscopr-1741048.html

 

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Il Quadrato magico del SATOR

l quadrato del Sator è una ricorrente iscrizione latina, in forma di quadrato magico, composta dalle cinque seguenti parole: SATOR, AREPO, TENET, OPERA, ROTAS. La loro giustapposizione, nell’ordine indicato, dà luogo a un palindromo, vale a dire una frase che rimane identica se letta da sinistra a destra o viceversa.
L’iscrizione è stata oggetto di frequenti ritrovamenti archeologici, sia in epigrafi lapidee sia in graffiti, ma il senso e il significato simbolico rimangono ancora oscuri, nonostante le numerose ipotesi formulate.

Disponendo le parole su una matrice quadrata (vedasi figura), si ottiene una struttura che ricorda quella dei quadrati magici di tipo numerico. Le cinque parole si ripetono se vengono lette da sinistra a destra e da destra a sinistra, oppure dall’alto al basso o dal basso in alto. Al centro del quadrato, la parola TENET forma una croce palindromica.
Il curioso quadrato magico è visibile su un numero sorprendentemente vasto di reperti archeologici, sparsi un po’ ovunque in Europa. Ne sono stati rinvenuti esempi in Roma, nei sotterranei della basilica di Santa Maria Maggiore, nelle rovine romane di Cirencester (l’antica Corinium) in Inghilterra, nel castello di Rochemaure (Rhône-Alpes), a Oppède in Vaucluse, a Siena, sulla parete del Duomo cittadino di fronte al Palazzo Arcivescovile, nella Certosa di Trisulti a Collepardo (FR), a Santiago di Compostela in Spagna, ad Altofen in Ungheria, a Riva San Vitale in Svizzera, solo per citarne alcune.
A volte le cinque parole si trovano disposte in forma radiale, come nell’abbazia di Valvisciolo a Sermoneta (Latina), oppure in forma circolare, come nella Collegiata di Sant’Orso di Aosta.

Altre chiese medioevali ancora, nelle quali si registra, in Italia, la presenza della frase palindroma (in forma di quadrato magico oppure in forma radiale o circolare) sono: la Pieve di San Giovanni a Campiglia Marittima, la chiesa di San Potito ad Ascoli Satriano (Foggia), la chiesa di San Pietro ad Oratorium a Capestrano, in provincia dell’Aquila, la Chiesa di San Michele ad Arcè, frazione di Pescantina (Verona), Chiesa di Santa Maria Ester ad Acquavivia Collecroce (CB), nel monastero francescano di Ficarra (Messina) e altri ancora.

 

Gli esemplari più antichi e più celebri sono quello incompleto rinvenuto nel 1925 durante gli scavi di Pompei [sepolta il 24 agosto del 79 d.C.], inciso su una colonna della casa di Publio Paquio Proculo, e quello trovato nel novembre del 1936 su una colonna della Palestra Grande sempre a Pompei. Quest’ultimo ha avuto grande importanza negli studi storici relativi alla frase palindroma poiché esso è completo e arricchito da altri segni interessanti che non si sono trovati altrove e fu certamente inciso prima dell’eruzione del 79 d.C. A partire da questi ritrovamenti, il quadrato del Sator viene anche detto latercolo pompeiano.
Difficile stabilire il significato letterale della frase composta dalle cinque parole, dal momento che il termine AREPO non è strettamente latino. Alcune congetture su tale parola (nelle Gallie e nei dintorni di Lione esisteva un tipo di carro celtico che era chiamato arepos: si presume allora che la parola sia stata latinizzata in arepus e che nel quadrato essa avrebbe la funzione di un ablativo strumentale, cioè un complemento di mezzo) portano a una traduzione, di senso oscuro, quale Il seminatore, con il carro, tiene con cura le ruote, della quale si cerca di chiarire il senso intendendo il riferimento al seminatore come richiamo al testo evangelico.
Una interpretazione più semplice considera “Arepo” come nome proprio, da cui il significato diviene: Arepo, il seminatore, tiene con maestria l’aratro.

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Il Pavimento del Duomo di Siena

“il più bello…, grande e magnifico… che mai fusse stato fatto”. Così Giorgio Vasari definì il pavimento della Cattedrale di Siena, frutto di un programma che si è realizzato attraverso i secoli,
a partire dal Trecento fino all’Ottocento.

La cattedrale di Siena conserva numerosi capolavori di ogni epoca. L’opera, per più versi eccezionale, è il pavimento, il più bello…, grande e magnifico… che mai fusse stato fatto, secondo la definizione di Giorgio Vasari, frutto di un programma che si è realizzato attraverso i secoli, a partire dal Trecento fino all’Ottocento. I cartoni preparatori per le cinquantasei tarsie furono forniti da importanti artisti, tutti senesi͟, tranne il pittore umbro Bernardino di Betto detto il Pinturicchio, autore, nel 1505, della tarsia con il Monte della Sapienza.

La tecnica utilizzata per trasferire l’idea dei vari artisti sul pavimento è quella del commesso marmoreo e del graffito. Si iniziò in modo semplice, per poi raggiungere gradatamente una perfezione sorprendente: le prime tarsie furono tratteggiate sopra lastre di marmo bianco con solchi eseguiti con lo scalpello e il trapano, riempiti di stucco nero. Questa tecnica è chiamata graffito. Poi si aggiunsero marmi colorati accostati assieme come in una tarsia lignea: questa tecnica è chiamata commesso marmoreo.

All’ingresso della navata centrale, un’iscrizione invita il visitatore ad assumere un atteggiamento consono a chi sta per entrare nel sacro tempio: CASTISSIMUM VIRGINIS TEMPLUM CASTE MEMENTO INGREDI (Ricordati di entrare castamente nel castissimo tempio della Vergine).

Si osserva dunque la tarsia con l’Ermete Trismegisto, il fondatore della sapienza umana (eseguito da Giovanni di Stefano nel 1488) che, assieme alle Sibille (1482-83), raffigurate nelle navate laterali, fa parte dello stesso percorso iconografico ispirato alle Divinae Institutiones di Lattanzio, un autore cristiano del IV secolo.

Le Sibille, secondo lo schema varroniano, sono dieci (cinque per ogni navata) e derivano il loro nome dai luoghi di pertinenza geografica: la Sibilla Persica, l’Ellespontica, l’Eritrea, la Frigia, la Samia, la Delfica per quanto riguarda il mondo orientale e greco; la Libica per l’Africa; e poi quelle occidentali (con riferimento all’Italia): la Cumea o Cimmeria, la Cumana (virgiliana) e la Tiburtina.

Superato il riquadro con l’Ermete, lungo la navata centrale, ci troviamo di fronte alla Lupa che allatta i gemelli, inserita in un cerchio, cui sono collegati altri otto tondi di dimensione minore che mostrano gli emblemi di città centro-italiane.

Tale spazio del pavimento, l’unico ad essere realizzato a mosaico, è, probabilmente, proprio per la diversa tecnica utilizzata, il più antico. La Lupa diventa, già a partire dall’epoca medievale, simbolo della città di Siena, legato alla mitica leggenda di fondazione della città da parte di Aschio e Senio, figli di Remo. Dietro l’animale si vede l’albero di fico (Ficus Ruminalis) presso il quale, secondo la tradizione, il pastore Faustolo trovò Romolo e Remo dopo il loro abbandono lungo le acque del Tevere.

La tarsia disegnata da Pinturicchio (la quarta lungo la navata centrale), mostra, in basso, la personificazione della Fortuna: una nuda fanciulla tiene con la mano destra la cornucopia, mentre brandisce in alto, con la sinistra, come un’insegna, la vela gonfiata dal vento. Il suo è un equilibrio instabile: il piede destro poggia su di una sfera, mentre il sinistro è collocato su un’ingovernabile barca, il cui albero maestro è spezzato. La Fortuna, dopo un viaggio tempestoso, è riuscita a far approdare, su di un’isola rocciosa, alcuni saggi, i quali percorrono un sentiero in salita pieno di insidie. Sulla vetta del monte, che i saggi cercano di raggiungere, è assisa una figura femminile: la Sapienza o Virtù. La donna offre, con la sinistra, un libro a Cratete, che si libera di ogni bene fittizio, poiché getta in mare una cesta ricolma di gioielli; con la destra dona una palma a Socrate. Il messaggio dell’allegoria del pavimento è abbastanza evidente: il percorso verso la Sapienza è arduo, ma una volta superate le difficili prove, si consegue la serenità, la quies, simboleggiata dall’altipiano ricoperto soltanto da cespugli fioriti e dichiarata nell’iscrizione incisa sulla tabella, in cui si coglie un invito a salire l’aspro colle.

Mentre nelle tre navate il percorso si snoda attraverso temi relativi all’antichità classica e pagana, nel transetto e nel coro si narra la storia del popolo ebraico, le vicende della salvezza compiuta e realizzata dalla figura del Cristo, costantemente evocato e mai rappresentato nel pavimento, ma presente sull’altare, verso cui converge l’itinerario artistico e spirituale. I soggetti sono tratti dal Vecchio Testamento, tranne la Strage degli Innocenti di Matteo di Giovanni. La terribile scena, che si svolge sotto gli occhi dello spettatore, si affida al racconto del Vangelo di san Matteo.

Nell’esagono sotto la cupola (Storie di Elia e Acab), ma anche in altri riquadri vicini all’altare (Mosè fa scaturire l’acqua dalla roccia; Storie di Mosè sul Sinai, Sacrificio di Isacco) lavora il pittore manierista Domenico Beccafumi, che a tal punto perfezionerà la tecnica del commesso marmoreo, da ottenere risultati di chiaro-scuro.

ORARI PAVIMENTO

1 marzo – 1 novembre: 10:30 – 19:00 / Festivi: 13:30 – 18:00 / Prefestivi: 10:30 – 18:00
2 novembre – 28 febbraio: 10:30 – 17:30 / Festivi: 13:30 – 17:30 / Prefestivi: 10:30 – 17:30
26 dicembre – 8 gennaio: 10:30 – 18:00 / Festivi: 13:30 – 17:30 / Prefestivi: 10:30 – 17:30
Apertura Domenicale Cattedrale solo per il mese di Marzo: 13:30 – 17:30

Apertura biglietteria ore 9:45

Ultimo ingresso mezz’ora prima l’orario di chiusura dei Musei.
Gli orari potrebbero subire variazioni a causa di celebrazioni religiose.

https://operaduomo.siena.it/it/luoghi/pavimento/

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Il Mandala, l’arte sacra della “centratura”

Mandala è una parola sanscrita che significa “cerchio”; esso indica la forma primordiale che rappresenta il tutto, la completezza e l’unità. Il cerchio, come simbolismo della sfera, racchiude la totalità del mondo. Anche come forma bidimensionale “viaggia senza lasciare traccia”, come il percorso infinito della sua circonferenza intorno a un centro eternamente immutabile.

Questo archetipo antico e durevole risuona profondamente nella psiche umana. Si trova in tutte le culture e in tutte le epoche. Nei miti della creazione di molte civiltà troviamo che il mondo comincia all’interno di un “Uovo Cosmico” – l’universo che si schiude dal ricco nucleo al suo centro. Ora sappiamo che l’universo effettivamente si espande in modo sferico da un piccolo punto adimensionale nella vastità del tempo e dello spazio. E, come nel big bang, la radicale espansione esponenziale dello zigote fecondato sviluppa il corpo umano dividendo le cellule sferiche per creare la forma. Da ovulo nel grembo al seno di nostra madre, ci nutriamo grazie a delle sfere.
Come un archetipo, il Mandala risuona con questi principi che spaziano dal microcosmo al macrocosmo. La forma diventa un diagramma cosmico che modella la struttura organizzativa della vita stessa. Come un modello di arte sacra, rappresenta la centratura del sé in allineamento con il cosmo.

La vita stessa si dispiega “da dentro a fuori”, portando il suo impulso al centro delle sue forme. Al centro di tutte le piante e degli animali c’è un spazio cavo attraverso il quale i fluidi della vita pulsano, cha si tratti di linfa o di sangue. Dalla radice al tronco e ai rami, la linfa scorre nell’albero come la clorofilla scorre nel centro del gambo, e così come i fluidi cerebrospinali pulsano al centro della colonna vertebrale dei mammiferi. La differenza tra fibre naturali e fibre sintetiche è che le fibre naturali contengono un foro nel loro centro che permette alla forza vitale di fluire verso tutte le parti della pianta. Le fibre artificiali non hanno un passaggio per la forza vitale. Tutto ciò che è vivo ha un’apertura al centro dove la forza vitale scorre.

Per armonizzarci con la vita che dobbiamo vivere partendo dal nostro centro e il Mandala è un veicolo per questo movimento di centratura. Carl Jung ha scoperto che il Mandala è un potente archetipo della psiche umana, e potrebbe essere utilizzato come un efficace strumento terapeutico. Nella sua esplorazione pionieristica dell’inconscio, Jung ha osservato il motivo del cerchio che appariva spontaneamente sia nelle proprie opere d’arte sia nei disegni dei suoi clienti. Ha appurato che la voglia di fare dei mandala emerge nei momenti di intensa crescita personale. Il loro aspetto riflette un profondo processo di riequilibrio in corso nella psiche.

Jung si riferisce al mandala come a “l’espressione psicologica della totalità del sé”. All’interno di ogni psiche umana c’è l’unità al centro del nostro Essere. Questo seme del Sé riposa al centro, contenendo sia l’unità primordiale esistente “prima dell’inizio” e la promessa di una unione con un ordine superiore alla fine del viaggio della vita. Così l’archetipo del Mandala risuona sia la totalità primordiale nel grembo della creazione, sia l’unificazione degli opposti attraverso la quale cresciamo verso una più matura definizione.

“Il mandala ha uno scopo conservativo – per ripristinare un ordine preesistente. Ma ha anche lo scopo creativo di dare espressione e forma a qualcosa che ancora non esiste, qualcosa di nuovo e unico … Il processo è quello della spirale ascendente, che cresce verso l’alto tornando contemporaneamente sempre allo stesso punto. (Jung, “L’uomo e i suoi simboli”)

Nel Mandala, le polarizzazioni e le opposizioni – che sono il seme della nostra identità – sono alchemicamente unite in modo che la psiche possa giungere alla pace e alla completezza. Simbolicamente, gli aspetti polari del macro-cosmo e l’individuo sono uniti fra loro. La dualità intrinseca della creazione è stata risolta.

Il Mandala ci porta al centro, rivelando ciò che è al nucleo. Catalizza il processo di trasformazione. Ho lavorato con il Mandala dal 1980 e ho visto la sua magia rivelata nell’esperienza di centinaia di studenti. Può essere semplice come la colorazione di un cerchio, ed esprime le energie di ciò che c’è in superficie, ciò che si trova più in profondità e ciò che si trova al centro della nostra vita. Si può sperimentare anche come “spazio” camminando all’interno del labirinto Dromenon (situato sul pavimento della cattedrale di Chartres), o attraverso la danza all’interno di un cerchio. Quando lavoriamo con il Mandala, il flusso caotico della nostra vita rimane in superficie, mentre ci muoviamo attraverso strati progressivamente più profondi dell’essere.

Creare e interagire con i mandala aiuta a ricalibrare la nostra armonia e integrità. La vita interiore diviene riordinata e risanata. Attraverso il Mandala ci allineiamo con il cosmo, e quando ci sentiamo al nucleo del nostro Essere, attingiamo all’unità da cui il cosmo si manifesta in tutte le sue molteplici forme.  In sostanza, torniamo a casa.

Dana Lynne Andersen è la direttrice dell’Accademia d’Arte, Creatività e Consapevolezza. Un pioniere nell’uso dell’arte e della creatività come mezzi per innalzare la coscienza, Dana insegna ed espone le sue opere in tre continenti.

di Dana Lynne Andersen.

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Il Documento di Damasco

 

Il Documento di Damasco è una delle opere trovate in molti frammenti e copie nel le grot te del Qumran, e come tale è considerato parte dei manoscritti non biblici di Qumran. La versione attualmente più accreditata è che i rotoli sono correlati ad una comunità Essena che viveva in quell’area nel I secolo a.C.
Anche prima della scoperta dei manoscritti di Qumran nel ventesimo secolo, quest’opera era nota agli studiosi, dato
che due manoscritti furono trovati nel tardo XIX secolo nella collezione Genizah del Cairo, in una stanza adiacente
alla sinagoga Ben Ezra a Fustat. Questi documenti si trovano nella Cambridge University Library e sono datati rispettivamente nel X secolo e XII secolo.
A differenza dei frammenti trovati a Qumran, i documenti del Cairo sono completi in molte parti, dunque di vitale
importanza per la ricostruzione del testo. Il titolo del documento proviene dai numerosi riferimenti a Damasco che
esso contiene. Il modo in cui Damasco è trattato nel documento fa supporre che non sia un riferimento letterale a Damasco in Siria, ma va inteso o geograficamente come Babilonia, o come Qumran stesso. Se il riferimento è simbolico, probabilmente usa il linguaggio biblico che troviamo in Amos 5,27:

«Perciò io vi farò andare in cattività al di là di Damasco, dice l’Eterno, il cui nome è DIO de gli eserciti.» ( Amos 5,27)

Damasco fece parte di Israele sotto il regno di Re Davide, ed il Documento di Damasco esprime la speranza escatologica del ripristino della monarchia di Davide.
Il documento contiene un riferimento criptico ad un Maestro di Giustizia. Egli viene trattato a seconda dei rotoli di
Qumran come una figura del passato, del presente o del futuro. Il Maestro di Giustizia ha un ruolo importante
nel Documento di Damasco, ma nessun ruolo nella Regola della Comunità, un altro documento trovato tra i rotoli
di Qumran e questo suggerisce una differenza al momento della stesura di ogni documento. Il Documento di Damasco descrive il gruppo nel quale esso è stato scritto come privo di leader nei 20 anni precedenti alla venuta del Maestro di Giustizia che ha stabilito le regole del gruppo.
Solitamente gli storici fanno risalire il Maestro al 150 a.C. circa, visto che il documento afferma che egli arrivò 390
anni dopo (un periodo che difficilmente è preciso) l’Esilio babilonese.